Condanne, assoluzioni e ricorsi: quando l’agente è sotto accusa

Il presunto pestaggio a danno di un venditore ambulante del 1. agosto 2015, il fermo al Quartiere Maghetti del 28 dicembre 2021 e quello più recente di Camignolo. Sono alcuni tra i casi di cronaca giudiziaria che negli ultimi anni hanno visto come indagati o imputati degli agenti di Polizia della Città di Lugano. In due di questi, i fermi «muscolosi» in centro e durante una protesta pro-pal, hanno riportato d’attualità il tema della proporzionalità degli interventi delle forze dell’ordine. E della difficoltà per gli agenti stessi di dover decidere in frazioni di secondo.
Per alcuni di questi casi la vicenda giudiziaria non è ancora chiusa. Partendo da Camignolo, ne avevamo riferito venerdì, i due agenti raggiunti da un decreto di accusa, firmato dal procuratore generale Andrea Pagani, per abuso di autorità e vie di fatto faranno valere le loro ragioni in Pretura penale. Sia il capo impiego della Polizia cantonale che ordinò ed eseguì l’ammanettamento sia l’agente della Polizia Città di Lugano che concorse all’applicazione delle manette hanno inoltrato opposizione. Il primo è difeso dall’avvocata Maria Galliani, il secondo dall’avvocato Luca Gandolfi.
Sarà invece il Tribunale federale (TF) ad esprimersi sul presunto pestaggio che sarebbe avvenuto in stazione FFS a Lugano il Primo Agosto di undici anni fa. Entrambi gli imputati (un agente della PolCom cittadina difeso sempre da Gandolfi e un poliziotto della Malcantone Ovest rappresentato da Galliani) hanno infatti ricorso al TF contro la sentenza della Corte di appello e di revisione penale (CARP) dello scorso luglio. La Corte presieduta dal giudice Moreno Capella aveva annullato l’assoluzione pronunciata in primo grado dalla Pretura penale per mancanza di prove. La CARP aveva dato ragione alla (presunta) vittima – difesa dall’avvocato Nadir Guglielmoni e dalla dott. iur. Melissa Guggiana – e condannato i due agenti per abuso di autorità a 10, rispettivamente 20, aliquote giornaliere sospese condizionalmente. Ad opporsi al proscioglimento era stata proprio la presunta vittima mentre il pg, che aveva ereditato l’incarto, aveva invece ritirato l’annuncio di appello.
È invece conclusa la vicenda giudiziaria legata al fermo al Maghetti di cinque anni fa. I due agenti intervenuti erano stati condannati in Pretura penale per abuso di autorità a pene pecuniarie sospese: uno di loro, difeso dall’avvocato Roy Bay, aveva accettato il verdetto, il secondo, patrocinato dalle avvocate Maria Galliani e Micaela Negro, aveva invece ricorso in Appello. Il verdetto era stato confermato dalla CARP nel giugno dello scorso anno e non è stato impugnato.
La reazione: «Servirebbe una via di mezzo»
La notizia dei due decreti di accusa a carico degli agenti intervenuti a Camignolo ha scatenato un vero e proprio vespaio politico. Il PLR era entrato a gamba tesa sul procuratore generale Pagani, con il PS che aveva replicato parlando di «grave attacco alla Magistratura». Dal canto suo, l’MpS aveva criticato il Governo per aver minimizzato l’accaduto quando sollecitato dalla politica.
La decisione del pg non è passata inosservata neppure a Lugano, visto che uno dei due agenti coinvolti appartiene proprio al Corpo cittadino. «Auspico che venga fatta chiarezza e che un giudice possa esprimersi sul caso, tenendo conto del contesto operativo e delle frazioni di secondo che gli agenti hanno per decidere», dice al Corriere del Ticino la capodicastero Sicurezza Karin Valenzano Rossi. «Si constata un approccio sempre più rigido e severo sui mezzi a disposizione della Polizia e sulla questione della proporzionalità – rileva poi –. A questo proposito dispiace che non ci sia una via di mezzo, ossia una procedura che non sia per forza la via penale e l’accusa di abuso di autorità per casi del genere. Addebiti penali di questo genere sono estremamente incisivi per gli agenti e implicano il blocco delle carriere. Con la crescente violenza contro le forze dell’ordine a cui assistiamo, non vorrei che il risultato fosse l’indebolimento della Polizia, con agenti resi dubbiosi se intervenire o meno e la legittimazione di comportamenti di disobbedienza, provocazione e scherno nei confronti dei poliziotti. C’è il rischio di sembrare deboli con i forti e forti con i deboli».




