Divisi e uniti dal lago Maggiore, gli interessi dell’oro blu del Ticino

Ogni giorno che passa, il Lago Maggiore si abbassa di quasi 3 centimetri. Dal 12 giugno al 12 agosto, il Verbano è infatti passato da 193,68 metri sul livello del mare (m.s.l.m) a 192,18. Avvicinandosi così in poco tempo a uno dei livelli più bassi mai registrati. A titolo di paragone: nel 2022 (un’altra estate molto siccitosa) il 12 agosto misurava 192,40 m.s.l.m, mentre nel 2003 raggiungeva quota 192,22 m.s.l.m.
Una situazione che ha portato l’Italia a chiedere più volte alla Svizzera di lasciar defluire più acqua verso il bacino, in particolare per evitare che la siccità metta in ginocchio l’agricoltura legata al fiume Ticino, nel Nord della Penisola. E, come riferito ieri, si è infine giunti a un compromesso tra le parti: impossibilitate a lasciar scorrere più acqua verso il Maggiore dai bacini idroelettrici ticinesi, le autorità cantonali hanno concesso di travasare un po’ di «oro blu» (5 metri cubi al secondo in più) dal Ceresio al Maggiore, tramite la Tresa. Ora, sia come sia, la domanda sorge spontanea: ma come viene regolata la gestione del lago tra Svizzera e Italia? La risposta, come vedremo, non è così semplice.
Solo un protocollo
Va innanzitutto rilevato, come fatto notare al Corriere del Ticino dal consigliere nazionale Bruno Storni (PS), da sempre attento alla questione, che «malgrado il cosiddetto ‘accordo di Helsinki’, siglato anche dalla Svizzera, preveda che le acque transfrontaliere vengano gestite comunemente fra Stati, esso non viene applicato per il Verbano». Detto altrimenti: mentre per gli altri laghi transfrontalieri, come il Lemano o il Ceresio, è presente un accordo internazionale tra i Paesi interessati, per il Maggiore non esiste un documento vincolante per regolare la gestione delle acque. O, meglio, come precisato dal capo Ufficio dei corsi d’acqua del Dipartimento del territorio, Laurent Filippini, «c’è un regolamento storico, con un protocollo d’intesa, ma non un accordo internazionale». C’è dunque una base di discussione, ma non strutturata come potrebbe esserlo con un vero e proprio accordo internazionale.
Il regolamento, spiega ancora Filippini, definisce essenzialmente una fascia all’interno della quale l’ente regolatore (il «Consorzio del Ticino», ente interamente italiano con sede a Milano e che gestisce la diga posta all’uscita del lago, a Sesto Calende) può liberamente decidere quale portata erogare, livellando così verso l’alto o verso il basso l’altezza del bacino. Nel periodo estivo la fascia è compresa tra -0,5 m e +1,0 m (rispetto al cosiddetto «zero di Sesto Calende», posto a 193,016 m s.l.m.), mentre nel periodo invernale è compresa tra -0,5 m e +1,5 m. Insomma, in questa fascia a gestire il livello del lago è l’Italia.
Ora, negli ultimi anni, proprio per poter avere una maggiore riserva d’acqua in vista di periodi siccitosi, e considerati i cambiamenti climatici, l’Italia ha spinto per poter portare questa fascia un po’ più verso l’alto, specialmente in vista dell’estate. Fascia che dunque è stata portata a +1,4 metri sopra lo «zero». Ma va detto che il problema, in questo frangente, è un altro. Ed è molto semplice: manca l’acqua, e quindi è impossibile mantenere il lago nella parte alta della fascia. Motivo per cui, appunto, l’Italia chiede alla Svizzera di far defluire più «oro blu». Una richiesta non facile da esaudire per più motivi. Ma anche perché gli interessi in ballo sono sovente divergenti.
Interessi divergenti
Da una parte, infatti, l’Italia ha interesse ad avere un lago «alto» per assicurare l’irrigazione all’agricoltura, ma dall’altra occorre evitare i pericoli che un bacino troppo pieno può comportare. Ancora Filippini: «Penso ai problemi legati alle piene e al rischio di esondazione. Oppure alle questioni legate agli ecosistemi delle rive: i canneti delle Bolle di Magadino, ad esempio, con un lago troppo alto faticano a svilupparsi. Oppure ancora, con un lago troppo alto si avranno spiagge più piccole».
In merito al rischio esondazione, dal canto suo Storni teme che la questione possa essere sottovalutata da parte italiana: «Dimenticano che con il cambiamento climatico, oltre a estati più siccitose, avremo anche più eventi estremi». Il consigliere nazionale ricorda infatti che lo scorso anno, ad aprile, nel giro di 48 ore di pioggia il lago si era alzato di ben 1,27 metri. Come dire: da questo punto di vista basta poco per fare un disastro.
Un mito da sfatare
Molti potrebbero dunque pensare che tali divergenze possano portare a una costante «guerra» d’interessi tra Svizzera e Italia. Ma in realtà, come precisa Filippini, «la contrapposizione è più tra gli utenti a valle del lago, legati dunque alle necessità dell’agricoltura, e quelli rivieraschi». Ma tra questi ultimi, fa notare il capo ufficio, vi sono anche molti Comuni italiani. In soldoni, il rischio di esondazione è lo stesso a Sesto Calende e a Locarno. E i due Comuni, su questo fronte, hanno interessi convergenti.
Soluzioni non semplici
Ma quali sono, dunque, le possibili soluzioni? La decisione di aumentare la portata della Tresa verso il Maggiore, commenta Storni, «è sicuramente positiva, ma è la classica goccia nel mare, che non risolve il problema». Basti pensare, aggiunge il consigliere nazionale, «che se svuotassimo tutta la diga della Verzasca, il Maggiore si alzerebbe di 50 centimetri, ossia il quantitativo che l’Italia in questo periodo consuma nel giro di poco più di due settimane». Insomma, evidenzia Storni, «non possiamo dare acqua che non abbiamo».
Per il socialista, ad ogni modo, un margine di manovra importante l’avrebbe l’Italia nel rendere più efficiente i suoi sistemi d’irrigazione per l’agricoltura. «In Lombardia – fa notare – il 50% dell’irrigazione viene ancora fatta per inondazione, un sistema molto meno efficiente rispetto, ad esempio, a quelli a spruzzo».
Tutti d’accordo sull’accordo
A proposito di soluzioni, su un punto sono però tutti concordi. Mentre oggi i rapporti tra le parti convogliano nell’Organismo bilaterale italo-elvetico di consultazione sulla regolazione dei livelli del Lago Maggiore, dove sono presenti sia le autorità cantonali che federali, in futuro occorrerà siglare un vero e proprio accordo internazionale.
Storni, su questo fronte, dopo diversi atti parlamentari ha infine presentato a giugno una mozione al Consiglio federale per chiedergli di muoversi in questa direzione. E Filippini, dal canto suo, si dice fiducioso: «C’è la volontà di trovare una soluzione. La situazione diverrà sempre più acuta, o perché manca acqua, o perché ce n’è troppa. Ed è dunque nell’interesse di tutti trovare regole condivise. Anche per l’accordo sul Lago Lemano il cammino è stato lungo. Ma sono fiducioso che si arriverà al dunque».



