Gran Consiglio

Il Piano climatico raccoglie le briciole

Con alcuni emendamenti del PLR gli obblighi sul fotovoltaico inizialmente previsti nella Legge sull’energia sono stati in gran parte cancellati – Deluso il fronte rossoverde – L’UDC attacca PLR e Centro – AITI: «Alla politica si chiede di essere flessibile»
©Gabriele Putzu

Il Piano energetico e climatico cantonale (PECC), dopo una gestazione durata anni, è uscito parecchio ridimensionato dall’iter parlamentare. Il documento approvato oggi in Gran Consiglio ha sì incassato ben 56 voti favorevoli a fronte di «soli» 26 contrari. Un risultato, però, che potremmo definire «bugiardo», poiché soprattutto nel fronte rossoverde, nonostante il voto finale favorevole, la delusione è stata parecchia. Sì, perché se il documento prodotto dal Consiglio di Stato nel 2024 aveva già subito un ridimensionamento significativo in Commissione (la quale aveva smussato alcuni degli obblighi più incisivi proposti dall’Esecutivo, come quello legato all’imposizione per tutti gli edifici di sostituire il riscaldamento a fonti fossili entro la fine del 2040), oggi la portata reale del Piano è stata ulteriormente ridotta. In particolare, tramite degli emendamenti del PLR (e in parte anche dell’UDC) che hanno cancellato ulteriori obblighi legati al fotovoltaico. Insomma, detto in soldoni, a passare è infine stata (almeno in parte) la linea liberale, contraria a obblighi e divieti. E l’impressione è anche che le critiche mosse negli scorsi giorni dalle associazioni economiche sul PECC siano state (almeno in parte) ascoltate dal fronte borghese. Un compromesso del compromesso.

Cosa è sparito e cosa è rimasto

Durante la prima parte di dibattito sul Piano, avvenuta lunedì pomeriggio, il plenum aveva essenzialmente dato il suo via libera ai principi del PECC, senza particolari problemi. Ma è nella seconda parte del dibattito, svoltasi questo pomeriggio, che si è giocata la partita vera. Quella sulle modifiche alla Legge cantonale sull’energia che, tramite alcuni obblighi sul fotovoltaico e sui sistemi di riscaldamento, serviva a tradurre gli auspici e gli obiettivi del PECC in realtà. Obblighi che, come detto in entrata, sono però stati parecchio ridimensionati.

D’altronde, il capogruppo del PLR, Matteo Quadranti, ha sin da subito messo le cose in chiaro, facendo capire al plenum che il suo partito avrebbe sostenuto il PECC solo a condizione che gli emendamenti liberali radicali, perlomeno quelli più importanti, sarebbero stati sostenuti.

E così è stato. Senza entrare nei dettagli (gli emendamenti discussi sono stati oltre 40), tramite due proposte del deputato Gabriele Ponti approvate dal plenum sono state cancellate dalla legge le due seguenti imposizioni: l’obbligo per tutti gli edifici esistenti soggetti a rifacimento o risanamento sostanziale del tetto di dotarsi di un impianto fotovoltaico pari al 50% della superficie; l’obbligo per tutti gli edifici esistenti con una superficie a partire da 300 m2 di dotarsi entro il 31 dicembre 2045 di un impianto fotovoltaico pari al 50% della superficie.

A rimanere nella legge, dunque, è stato unicamente l’obbligo di dotarsi di un impianto solare per gli edifici nuovi. Ma non è tutto. Perché anche per questo obbligo è stato introdotto, sempre tramite un emendamento di Ponti, il principio secondo cui «sono possibili deroghe (...) nei casi in cui l’installazione dell’impianto fotovoltaico non sia tecnicamente possibile, economicamente sostenibile o ragionevolmente esigibile (...)». Come dire: anche tale principio è stato smussato.

A rimanere, per contro, sono state le imposizioni riguardanti i riscaldamenti. Gli emendamenti proposti su questo fronte non hanno fatto breccia nel Parlamento. Dunque, in futuro, gli edifici abitativi esistenti soggetti a sostituzione della centrale primaria di produzione di energia termica dovranno garantire che il fabbisogno di calore sia coperto unicamente da energie rinnovabili. Anche in questo caso, tuttavia, saranno comunque possibili deroghe.

Le posizioni

Come detto, al netto di queste modifiche, il PECC e le modifiche alla Legge (seppur ridimensionate) hanno infine incassato il sì del Gran Consiglio. Tra soddisfatti e delusi.

«Facciamo un piccolo passo avanti per la decarbonizzazione, ma rimaniamo sul posto per la produzione di energia rinnovabile», ha affermato – un po’ deluso – il relatore del rapporto di maggioranza Massimo Mobiglia (PVL).

Parecchia amarezza, per contro, è stata espressa da PS ed ecologisti. «Non posso nascondere la mia delusione per gli emendamenti, che faranno sì che la strada per raggiungere gli obiettivi del PECC non sarà solo in salita, ma una parete Nord delle nostre Alpi», ha sottolineato la deputata socialista Simona Buri. «Come Verdi siamo estremamente delusi», ha affermato il capogruppo Matteo Buzzi alla luce dei «molti peggioramenti» a un documento «che era già un compromesso al ribasso».

Soddisfatto, invece, il PLR. «Come partito non siamo negazionisti, non siamo neanche catastrofisti, non siamo contro il fotovoltaico. Ma, in quanto liberali, siamo contro gli obblighi. E per finire voteremo le modifiche della Legge sull’energia», ha chiosato in aula il capogruppo liberale radicale Quadranti. Lo stesso partito, poi, in un comunicato stampa ha voluto evidenziare che le modifiche promosse dai liberali radicali «hanno permesso di correggere gli aspetti più problematici del progetto e di renderlo più sostenibile per cittadini e aziende». Modifiche volute poiché il PLR «ha sempre sostenuto che la transizione energetica debba essere costruita con cittadini e aziende, non a carico loro». E gli emendamenti presentati dal PLR «hanno seguito esattamente questa direzione e il loro accoglimento ha permesso di limitare o eliminare obblighi e automatismi, evitare investimenti sproporzionati negli edifici esistenti e garantire maggiore flessibilità laddove i costi degli interventi risultano eccessivi».

Una lettura ben diversa è quella data dall’UDC, contraria essenzialmente a tutto il progetto. In una nota, i democentristi non hanno risparmiato critiche a nessuno. Mettendo nel mirino, però, soprattutto il PLR e il Centro, rei di non aver affossato il Piano. «L’UDC, e parte della Lega, hanno detto no al PECC. PLR e Centro hanno invece scelto di schierarsi con la sinistra e i Verdi, approvando un vero e proprio salto nel buio», si legge nel comunicato. Che si conclude con una frase dal sapore elettorale: «La divisione è ormai chiara: da una parte l’UDC, che difende il potere d’acquisto, la proprietà privata e le imprese; dall’altra PLR e Centro, che quando arriva il momento di decidere si accodano al fronte rosso-verde. Il conto arriverà ai ticinesi. E i ticinesi devono sapere chi ha scelto di presentarglielo».

Il mondo economico: «Alla politica si chiede di essere flessibile»

Negli scorsi giorni, il mondo economico aveva duramente criticato il PECC. AITI e Camera di Commercio avevano definito il piano «un salto nel buio». Ora, a fronte del «compromesso del compromesso» trovato dal Parlamento, le associazioni di categoria tirano un mezzo sospiro di sollievo. Anche se la partita, avvertono, non è chiusa.

«Abbiamo sempre contestato, già durante la fase di consultazione, quella che potremmo definire una sorta di magnificazione del fotovoltaico», spiega al Corriere del Ticino Stefano Modenini, direttore di AITI. «È certamente una tecnologia che permette di produrre energia, soprattutto durante il periodo estivo, ma lascia aperto l’interrogativo fondamentale sulla copertura del fabbisogno energetico durante l’inverno». Entrando nel merito della discussione in Gran Consiglio, Modenini giudica quindi «comprensibile» la scelta di eliminare l’obbligo di installare pannelli fotovoltaici in caso di ristrutturazione. «Alla luce dell’impatto che la misura avrebbe prodotto, si tratta di una scelta sensata. Proprietari, inquilini e aziende, in caso di rinnovo o adeguamento degli immobili, sarebbero stati chiamati a sostenere costi importanti». Ciò che è apparso evidente, al di là delle singole misure stralciate, è però il discorso di fondo: che senso ha portare avanti un simile documento se poi il Parlamento lo fa a pezzi? Il problema, secondo Modenini, nasce già a livello di consultazione. «A nostro modo di vedere, è stata condotta pro forma. Abbiamo sempre avuto l’impressione che si trattasse di misure calate dall’alto, fondate su una visione che oggi viene rimessa in discussione a livello federale e anche in altri Paesi». Per il direttore di AITI è quindi positivo che il Parlamento sia intervenuto correggendo un progetto che, nel frattempo, è diventato in parte superato. «Alla politica si chiede proprio questo esercizio: la capacità di essere flessibile e di adattare i documenti all’evoluzione della realtà». In quest’ottica, il fatto che il PECC sia stato profondamente modificato rappresenta, secondo Modenini, un segnale di realpolitik. «Il documento è stato approvato, ma è stato anche modificato. Questo dimostra che lo stesso Gran Consiglio non lo considerava pienamente soddisfacente». Ma la partita, sul fronte della politica energetica, non è chiusa. «Bisogna ora seguire l’evoluzione dell’impostazione nazionale e poi tornare sulla materia, eventualmente rivedendo le misure e proponendo interventi anche incisivi, ma che abbiano un fondo di ragionevolezza e siano coerenti con una strategia nazionale. Non si può costruire una politica energetica senza tenere conto dell’evoluzione del contesto». 

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