Politica

In Ticino iniziative tanto popolari quanto «dimenticate»

Sono sempre più lampanti gli esempi di iniziative (le cui firme sono state raccolte da parecchio tempo) che subiscono importanti ritardi, rimanendo nei cassetti della politica troppo a lungo – Il co-presidente del PS ha scritto all’Ufficio presidenziale per cercare di invertire la rotta
La più «anziana»? L’iniziativa «Spazi verdi per i nostri figli» è ferma da quasi 12 anni: nella foto la consegna delle firme il 15 dicembre 2014. © ti-press/carlo reguzzi
Paolo Gianinazzi
02.02.2026 06:00

La recente votazione in Gran Consiglio sull’iniziativa popolare costituzionale «Per il rimborso delle cure dentarie» ha fatto emergere in maniera chiara un problema che in Ticino si trascina da tempo. A prescindere da come la si pensi sul tema (favorevoli o contrari), è infatti apparso chiaro a tutti che portare alle urne un’iniziativa popolare le cui firme sono state raccolte undici anni fa non è certo (eufemismo) un esempio eccelso di rispetto dei principi democratici. Oltretutto, considerando il fatto che la Costituzione e la Legge, da questo punto di vista, sono parecchio chiare ed esplicite. Per un’iniziativa popolare costituzionale, il Gran Consiglio è infatti chiamato a esprimersi entro 18 mesi dalla pubblicazione nel Foglio ufficiale del risultato della domanda di iniziativa. Nel caso concreto delle cure dentarie, giusto per citare un esempio, il plenum avrebbe quindi dovuto esprimersi entro la fine di novembre del 2016. Lo ha fatto, invece, con quasi dieci anni di ritardo.

Non un caso isolato

Va poi considerato che quello delle cure dentarie, purtroppo, non è esattamente un caso isolato. Basti pensare che un’altra iniziativa ancor più «anziana» – denominata «Spazi verdi per i nostri figli» e le cui firme sono state raccolte sul finire del 2014 – giace ormai nei cassetti della politica cantonale da quasi 12 anni. Oppure, per citare un esempio più recente, l’iniziativa dell’MpS sul dumping salariale è stata depositata nel 2019, ma come noto il popolo si esprimerà su di essa nel marzo di quest’anno, sei anni più tardi.

Altri due esempi recenti, poi, hanno fatto discutere proprio in questi mesi. L’iniziativa popolare costituzionale per la neutralizzazione dei valori di stima (presentata dall’UDC con il fronte borghese nel 2022) era rimasta anch’essa ferma nei cassetti della Gestione oltre i termini consentiti dalla Legge. Motivo per cui la deputata democentrista Roberta Soldati a dicembre ha deciso di «forzare la mano» alla Commissione, presentando un rapporto nel quale veniva semplicemente spiegato, appunto, che i termini erano scaduti da tempo e che quindi il Gran Consiglio era chiamato ad esprimersi. E, dunque, il rapporto è giunto in aula, dove però la maggioranza del plenum ha preferito rispedirlo in Gestione per svolgere perlomeno alcuni minimi approfondimenti. Con la promessa, fatta essenzialmente da tutti gli altri partiti, che i tempi per la votazione popolare (in giugno) sarebbero comunque stati rispettati. Insomma, un caso, anche questo, emblematico di un problema più diffuso.

Più recentemente, poi, a far discutere è stata anche l’iniziativa sul salario minimo del PS. Al netto delle polemiche (rientrate) tra i socialisti e il fronte borghese, il PS lamentava il fatto che anche la sua iniziativa, le cui firme sono state validate a maggio 2022, pur essendo più vecchia di qualche mese di quella dell’UDC, non era ancora stata trattata dal Parlamento. Come dire: anche qui, i soliti ritardi hanno causato qualche problema.

Rispettare la legge

Ora, va detto che questi «soliti ritardi» sono riconducibili a più cause. Molte volte sono dettati da calcoli politici e strategie partitiche, per avantaggiare il proprio testo o per sfavorire quello di qualcun altro. Altre volte, semplicemente, sono dovuti all’inerzia della politica, magari più concentrata su altri atti parlamentari. Fatto sta che il problema resta e, oggi il partito «X», domani il partito «Y», potrebbe riguardare tutti.

A sollevare il tema con una lettera all’Ufficio presidenziale del Gran Consiglio, la scorsa settimana, è stato il co-presidente del PS e promotore dell’iniziativa popolare sul salario minimo Fabrizio Sirica. Oltre a spiegare la polemica con il fronte borghese (ora rientrata), il co-presidente ha infatti portato all’attenzione dell’UP una riflessione più generale sui soliti ritardi di cui stiamo parlando. A una settimana di distanza non ha ancora ricevuto risposte. E, dunque, conferma al Corriere del Ticino, se non le riceverà a breve solleciterà una risposta dall’UP. «È un problema di natura molto importante, anche simbolica. Il Parlamento che fa le leggi non le rispetta», spiega da noi contattato, riferendosi al termine di 18 mesi previsto nella Legge sull’esercizio dei diritti politici. «Non è dunque una questione politica, ma di rispetto della Legge. E non voglio puntare il dito contro qualcuno. Il principio vale per tutti. Sulle stime immobiliari (ndr. l’iniziativa del fronte borghese), ad esempio, deve valere lo stesso principio», aggiunge Sirica. «E, soprattutto, è una questione di rispetto nei confronti dei cittadini che hanno firmato quelle iniziative».

Le possibili soluzioni

Ora, va però anche detto che, malgrado il termine di 18 mesi sia scritto nero su bianco nella Legge, il mancato rispetto della norma non prevede sanzioni o particolari rimedi contro una sua violazione. E occorre dunque interrogarsi sulle possibili soluzioni. Che, secondo Sirica, sono essenzialmente due.

La prima è da ricercare nel ruolo dell’Ufficio presidenziale. Sì, perché l’articolo 135 della Legge sul Gran Consiglio (LGC) prevede che il Parlamento «non può deliberare su un oggetto (...) se non sulla base di un rapporto scritto della Commissione designata». Tuttavia, lo stesso articolo precisa pure che «si può prescindere dall’esame commissionale su decisione dell’Ufficio presidenziale». Insomma, l’UP potrebbe forzare la mano alle Commissioni, chiedendo di far trattare un’iniziativa popolare nonostante all’appello manchi ancora un rapporto commissionale. Motivo per cui, spiega Sirica, «ho chiesto all’UP di preparare una tabella con tutte le iniziative popolari e le relative scadenze. E di fissare un termine alle Commissioni per la loro trattazione».

La seconda possibile soluzione, spiega infine Sirica, «prevede un passaggio ulteriore, una modifica di legge, per permettere agli iniziativisti di andare in aula con o senza rapporti commissionali». Una possibilità oggi data per le iniziative parlamentari ma non, come vedremo, per quelle popolari. La LGC prevede infatti che, una volta scaduto il termine di 18 mesi, le iniziative parlamentari possano essere trattate dal plenum anche in assenza del rapporto commissionale. Permettendo agli iniziativisti di forzare la mano. E ciò, evidentemente, proprio per evitare che le lungaggini delle Commissioni possano ritardare troppo la trattazione di un atto parlamentare. Tuttavia, come detto questa possibilità non è prevista per le iniziative popolari, la cui procedura è retta da un’altra legge, quella sull’esercizio dei diritti politici. E, dunque, per risolvere il problema si potrebbe prevedere per le iniziative popolari quanto previsto per quelle parlamentari.