La storia

«Io, tra i fulmini del Monte Rosa, senza mai aver provato paura»

Parla Charly Zenger, imprenditore e avventuriero di Locarno che oggi, a novantanove anni, crede nella reincarnazione e vola ancora in parapendio
Charly Zenger nella sua casa a Minusio, acquistata nel 1957 e restaurata a sua misura © Ti-Press/Samuel Golay
Valentina Regazzi
12.09.2026 06:00

Oggi ha 99 anni e vola ancora in parapendio. Orafo e gioielliere, pilota, velista, Charly Zenger – nato nella Città di Locarno – ha attraversato l’Atlantico in aereo e scalato il Cervino. La sua filosofia viene da un monastero in Oriente: accettare la vita come arriva. E da poco la sua storia è diventata anche un libro: «Il viaggio di una vita», scritto da Fabio Giacomo Sardini.

«Paura? Non l’ho mai avuta, piuttosto timore», dice Charly Zenger - di professione orafo gioielliere, ma soprattutto imprenditore e avventuriero - accogliendoci nella sua dimora a Minusio. «Ricordo quella volta che salimmo sulla parete sud del Monte Rosa: per dormire ci fermammo in una specie di grande bidone metallico fissato alla parete. Eravamo in tre». Il giorno dopo, sulla cresta di Santa Caterina, li raggiunse un temporale improvviso. «Vedere i fulmini sotto i propri piedi fa un certo effetto».

Ho avuto successo in tutto, dalla salute allo sport: certo, sono stato fortunato, ma anche capace

Ventidue «quattromila» scalati

Novantanove anni vissuti «intensamente»: la traversata dell’Atlantico in aereo verso la Groenlandia, ventidue quattromila scalati, due campionati dell’Adriatico vinti in barca a vela, l’ingresso nell’equipaggio di Gianni Lancia. E poi il Cervino, conquistato lungo lo Spigolo Zmutt, non per la via normale. Arrivati in vetta, Zenger e i compagni furono costretti ad affrontare una difficile discesa sul ghiaccio: «I ramponi, allora, non avevano ancora le punte frontali. A un certo punto ci siamo slegati. Se uno fosse caduto, avrebbe trascinato anche l’altro».

Un gruppo di alpinisti inglesi, incrociato poco prima durante la salita, non arrivò mai alla capanna. Dalle sue parole non traspare alcuna retorica: «Ecco bisogna accettare le situazioni. Come quella volta sul Monte Rosa. Se un fulmine ti colpisce, ti colpisce. Non puoi farci nulla». Così ha imparato ad affrontare le difficoltà, come la morte della moglie, con cui ha fatto due volte il giro del mondo e che è scomparsa una decina d’anni fa, o quella del fratello, mancato più recentemente: «Questa visione della vita mi ha aiutato anche in quei momenti». Sul tavolo tiene ancora dei vecchi album di fotografie. Ne apre uno e indugia su un’immagine sbiadita: lui e la moglie accanto a un uomo in tunica.

Non bisogna discutere troppo con sé stessi, perché è l’intuizione delle vite passate che ti dice cosa fare

La saggezza che arriva dall’Asia

«La saggezza», commenta, indicandolo. Tra Bhutan, Corea e Giappone si è avvicinato al Buddhismo, al Jainismo e allo Shivaismo e, in un monastero, ha trascorso tre settimane con i monaci. Porta ancora con sé un insegnamento minimo: «Mangiare poco, bere poco e pensare poco».

Per lui questo significa «non approfondire tutto in modo ossessivo, non voler capire sempre ogni perché. È l’intuizione che ti dice cosa fare. Non bisogna discutere troppo con sé stessi né metterla continuamente in dubbio». Un’attitudine che ha un’origine precisa: «Credo nella reincarnazione. Le esperienze che abbiamo fatto nelle esistenze precedenti rimangono dentro di noi, ed è da lì che arrivano certe risposte. Se hai davanti due strade e qualcosa dentro di te ti spinge verso una di esse, segui quella». E così ha sempre fatto: «Ho avuto successo finanziario, fisico e sportivo. Sono stato fortunato ma anche capace - ero un bravo gioielliere - e ho saputo cogliere le occasioni giuste».

Le origini e il laboratorio

Nato a Locarno da una famiglia con origini milanesi, acquisisce le giuste competenze da uno zio a Ginevra e, a 18 anni, apre un laboratorio di oreficeria. In seguito, affiancato nella vendita dalla moglie, apre un negozio in città, fino a ottenere le concessioni dei principali marchi svizzeri, quali Rolex e Cartier. «Era il piacere di non dover dipendere da qualcuno», racconta. Durante gli anni della guerra era stata la madre a sbarcare il lunario, mentre il padre era al servizio militare: «Con i pochi soldi dell’indennità riuscì comunque a mantenere tre figli». Negli anni Ottanta Zenger vende l’attività: «Non volevo più lavorare». Da pilota, sale sul suo aereo e si trasferisce in Costa Brava, dove rimarrà venticinque anni.

La dimora seicentesca

Oggi vive in un edificio del Seicento, comprato nel 1957, quando era in rovina, e restaurato a sua misura: «Ho questa casa, che per me è la più bella di Minusio. Se dovessi scegliere, vivrei la stessa vita». Conserva una libertà rara. Cammina ancora in montagna, quasi sempre da solo perché «le persone della mia età non ne sono in grado, mentre i giovani vanno troppo veloci». Gioca a golf, vola in parapendio da Cardada e guida la sua Maserati: «Mi piace l’emozione che danno queste esperienze».

A chi gli chiede quanti anni vorrebbe vivere ancora, Charly Zenger risponde serenamente: «Non ho un desiderio particolare. Prendo quello che c’è adesso e sono contento». La sua storia è diventata anche un libro: «Il viaggio di una vita», scritto da Fabio Giacomo Sardini.

Correlati
«Io, da pensionata giramondo, a voi giovani dico: viaggiate»
Dalla partenza per Amburgo nel 1965 ai viaggi in Giordania, Oman, Lapponia e oltre. Liliana Pellanda Mattoni ha sempre saputo guardare al di là dei confini del piccolo paese di Cavigliano, oggi frazione del Comune Terre di Pedemonte – La sua prima esperienza all’estero riaffiora da 53 lettere ritrovate