Ticino

Legge di Polizia, l'MpS ricorre a Losanna

Il Movimento per il socialismo aveva sin da subito fatto sapere di non volere «gettare la spugna» – Il giurista Martino Colombo conferma l'inoltro del ricorso al Tribunale federale
© CdT/Gabriele Putzu
Red. Ticino&Svizzera
14.09.2026 16:00

La revisione totale della Legge sulla polizia ticinese, approvata dal Gran Consiglio il 21 aprile, approda al Tribunale federale. Il 9 settembre Martino Colombo, esponente del Movimento per il socialismo (MpS), ha infatti chiesto l’annullamento di una decina di disposizioni e la sospensione dell’entrata in vigore, prevista dal 1. gennaio 2027. «Il ricorso è la logica conseguenza del lavoro svolto in Parlamento, ma si inserisce più in generale nell’azione che l'MpS porta avanti da mesi sulla libertà di manifestazione», scrive Colombo.

Nel mirino figurano gli articoli 19, 25, 26-29, 32, 38, 39, 40, 45 e 80 capoverso 3 lettera b. Le contestazioni dell’MpS riguardano soprattutto i principi di chiarezza della legge e di proporzionalità. Per il Movimento, la legge dovrebbe indicare con chiarezza chi può essere sottoposto a una misura, a quali condizioni, con quali mezzi, per quanto tempo e con quali garanzie.

Particolare rilievo viene attribuito alla gestione cantonale delle minacce. Le norme – spiega Colombo in una nota inviata alle redazioni – consentirebbero alla Polizia cantonale di indagare su una persona, raccogliere ed elaborare i suoi dati, inserirla in una banca dati e comunicare informazioni ad altre autorità o a privati anche in assenza di un reato. Sarebbe sufficiente «una prognosi basata su comportamenti o intenzioni che lascino presupporre una predisposizione a commettere violenza e a mettere gravemente a rischio l’integrità fisica, psichica, sessuale o sociale di terzi».

Tra i dati potenzialmente trattati vi sarebbero informazioni particolarmente sensibili: opinioni e attività politiche, sindacali e religiose, sfera intima e salute psichica. Non solo. «La legge non enuncia mezzi che l’autorità ha a disposizione per adempiere ai compiti», scrive Colombo. Al riguardo, l’MpS contesta l’assenza di un controllo indipendente e la possibilità di conservare i dati fino a dieci anni dall’ultima segnalazione. Poiché il termine potrebbe ripartire a ogni nuova segnalazione, la schedatura rischierebbe di prolungarsi indefinitamente. La persona interessata, inoltre, non sarebbe necessariamente informata e potrebbe non avere la possibilità di contestare la decisione.

I costi delle manifestazioni

Il ricorso riguarda anche i costi dell’impiego della polizia per grandi manifestazioni a scopo parzialmente o integralmente ideale, dunque politiche, sindacali o religiose. La norma, osserva il Movimento, «non subordinerebbe l’accollo alla constatazione di violenze, colpa o violazioni dell’autorizzazione». Inoltre, non fisserebbe un tetto massimo né criteri di ripartizione e lascerebbe alla polizia la facoltà di fatturare o rinunciare. «Gli organizzatori non saprebbero così in anticipo se dovranno pagare e quanto».

Le altre disposizioni contestate riguardano i prelievi di DNA e il confronto biometrico dei volti con la banca dati federale AFIS al di fuori di un procedimento penale; la convocazione, l’interrogatorio e la traduzione coatta al posto di polizia; l’estensione a manifestazioni di ogni tipo di misure antiviolenza pensate per gli stadi; la registrazione automatizzata di targhe, luoghi e orari di passaggio; l’impiego di droni in grado di identificare i partecipanti e lo scambio di dati, anche sensibili, con l’Ufficio della migrazione.

Secondo l'MpS, queste norme inciderebbero sulla sfera privata, sulla protezione dei dati e sulle libertà personale, di opinione, di riunione e di associazione. Per l'MpS, in discussione non è la struttura della Polizia cantonale, ma il perimetro dell’azione preventiva dello Stato.

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