Lugano

«Non è mai stata una banda, tantomeno di Pink Panther»

Ultime arringhe delle difese dei sette imputati per la rapina alla gioielleria Taleda Chieste massicce riduzioni di pena e due assoluzioni – Gli avvocati hanno contestato l’accusa di aver agito come un gruppo organizzato – Il verdetto venerdì mattina
© CdT/Gabriele Putzu
Nico Nonella
10.06.2026 12:22

«Non è una banda, né di Pink Panther né tantomeno organizzata». Come già martedì, anche oggi gli avvocati difensori dei sette imputati per la rapina alla gioielleria Taleda di Lugano si sono battuti per pene più lievi per i loro assistiti, tentando di far cadere l'aggravante dell'aver agito in banda. L'accusa, lo ricordiamo, ha chiesto condanne che vanno dai 3 anni e 10 mesi ai 15 anni di carcere.

Ieri ci hanno provato i difensori di tre dei quattro autori materiali (il 50.enne serbo a capo del gruppo, accusato pure di tentato assassinio per aver tentato di sparare a un poliziotto in quegli attimi concitati, il connazionale 37.enne che ingaggiò una colluttazione con lo stesso agente in via Pessina e il 48.enne croato), oggi è stata la volta del patrocinatore del 36.enne serbo che pure entrò nella gioielleria, ma con un ruolo più marginale, e degli avvocati dei tre correi (un 51.enne austriaco, un 34.enne e una 30.enne albanesi), accusati di aver fornito aiuto logistico. 

«Hanno avuto ruoli diversi»

Stefano Stillitano, avvocato del 36.enne serbo, ha provato a ridimensionare il ruolo del suo assistito, negando che sia affiliato ai Pink Panther e chiedendo una pena non superiore ai 4 anni: «Ha partecipato ai preparativi ma mai come ideatore, a lui sono stati affidati compiti di bassa manovalanza. Il suo ruolo è diverso da quello degli altri correi entrati in gioielleria, tanto da essersi arreso subito. Era - e mi perdonerà - l'utile idiota della situazione». Quanto alla banda, «agli atti – ha detto Stillitano – non emergono prove che volessero compiere insieme altre rapine». 

Se i quattro autori materiali del colpo sono sostanzialmente rei confessi, i tre presunti correi hanno invece cercato di ridimensionare le proprie responsabilità. «Chiedo di dare a ciascuno il suo, pesando la colpa sul bilancino della verità. Il mio assistito non conosceva il passato criminale degli altri uomini, né sapeva di una loro affiliazione, tutta da dimostrare, ai Pink Panther», ha argomentato Pascal Cattaneo, difensore del 51.enne austriaco. «Tutti loro si sono incontrati per un singolo episodio criminale e non sono dunque una banda. Il mio cliente ha poi prestato un semplice supporto logistico e a Vienna non ha preso parte alla riunione per pianificare il colpo». Per il 51.enne, il suo avvocato ha chiesto una pena contenuta in 3 anni di detenzione in quanto da considerare complice e non correo della rapina.

Anche Marco Morelli, difensore del 34.enne albanese, ha sostenuto che il suo assistito non può essere messo sullo stesso piano dei quattro autori materiali del colpo: «Non l'ha pianificato, non è entrato nella gioielleria, non ha accompagnato nessuno e al momento dei fatti si trovava in Italia. Non ha fornito un aiuto intenzionale: quando ha procurato il furgone, questo è stato il suo ruolo, non sapeva che sarebbe servito per una rapina. È stato imprudente, questo sì», ha argomentato, chiedendo in via principale il proscioglimento del 34.enne dall'accusa di rapina aggravata.

«La mia assistita non conosceva il progetto criminoso e non ha accettato che la rapina si consumasse. Era solo stata ingaggiata dal 34.enne il giorno prima della rapina per portare una persona dall'Italia alla Svizzera (il capobanda, ndr). Esegue istruzioni impartite da altri», ha rimarcato Paride De Stefani, legale della 30.enne. «Apprende della rapina solo dopo che il 34.enne (che poi la minaccerà dopo che lei voleva autodenunciarsi) le invia un articolo di giornale, circa un'ora dopo il colpo, invitandola a tornare in Italia». Di qui, richiamata anche la collaborazione fornita, la richiesta di proscioglimento della donna.

La parola è poi passata agli imputati. I tre principali autori materiali si sono scusati per quanto commesso e hanno detto di non aver mai voluto fare del male a nessuno (il 50.enne ha nuovamente e con forza negato di aver voluto sparare all'agente: «Solo io so come sono andate le cose»). Lo stesso ha fatto il 36.enne serbo, il quale si è inoltre lamentato delle condizioni di detenzione alle quali è sottoposto («Siamo stati trattati come dei terroristi», ha detto). Scuse sono arrivate anche dai tre presunti correi, i quali hanno ribadito il loro ruolo marginale nella rapina. In particolare, la 30.enne è apparsa molto scossa durante tutto il dibattimento: «Mi vergogno di essere qui, se avessi saputo della rapina non vi avrei preso parte», ha detto.

Banda organizzata o «scappati di casa», dunque? La sentenza della Corte delle Assise criminali, presieduta dal giudice Amos Pagnamenta, verrà pronunciata domani mattina

Le richieste di pena

Gli imputati sono accusati a vario titolo, di rapina aggravata, tentato assassinio (solo il 50.enne), danneggiamento aggravato, esposizione a pericolo della vita altrui, violenza o minaccia contro le autorità e i funzionari e infrazione alla Legge federale sulle armi. Nei confronti del capobanda, il procuratore pubblico Simone Barca ha chiesto 15 anni di carcere e l'espulsione a vita; per il 37.enne serbo 10 anni di carcere e 12 di espulsione; per il 48.enne croato 12 anni di carcere e 12 di espulsione; per il 36.enne serbo 8 anni e 3 mesi di carcere e 12 di espulsione. Passando ai presunti correi: 8 anni e 3 mesi di carcere per il 51.enne austriaco; 8 anni per il 34.enne albanese e 3 anni e 10 mesi per la 30.enne albanese.
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