Processo

«Non sono un santo ma nemmeno un criminale»

L'imputato per i tentati omicidi di Gravesano ha negato di aver voluto uccidere: «Volevo delle risposte dalla mia ex» – La difesa ha chiesto il proscioglimento dalle accuse più gravi e chiesto una pena non superiore ai 2 anni
© CdT/Chiara Zocchetti
Nico Nonella
27.08.2026 13:22

«Il mio cliente non ha mai voluto uccidere nessuno. È andato in quel posteggio di Gravesano perché voleva delle risposte dell’ex moglie. È stato dipinto come il mostro che non è». È ripreso questa mattina il processo alle Assise criminali a carico del 53.enne italiano accusato di tentato omicidio, lesioni, coazione minacce in relazione al fatto di sangue del 22 settembre scorso. L’uomo, lo ricordiamo, da vittima delle coltellate sferrategli dal cognato, era ben presto diventato imputato: l’accusa, sostenuta dalla procuratrice pubblica Petra Canonica Alexakis, gli contesta di essersi recato sul posto per farla pagare al nuovo compagno dell’ex moglie, e di aver ripetutamente minacciato e perseguitato quest’ultima, anche mediante l’utilizzo di cimici e GPS.

Differente la lettura dell’avvocato Olivier Ferrari, difensore dell’imputato, il quale ha in sostanza sostenuto che quella sera il suo cliente voleva delle risposte dall’ex moglie, ossia che lei ammettesse di avere una relazione con un altro uomo (circostanza che per l’accusa e gli accusatori privati gli era invece ben nota).

«Ingiurie e minacce non vanno minimizzate e vanno deplorate, ma non nascono da un piano criminale, bensì da un tradimento e dalla rabbia e frustrazione da esso generato. L’imputato non ha mai voluto trasformarle in reati: le parole da sole non sono una prova assoluta di una volontà assassina», ha argomentato nella sua arringa. «Voleva una risposta dalla ex moglie, le minacce erano un ultimatum urlato per rompere un muro di ambiguità, lei doveva scegliere con chi stare».

Quanto ai fatti più gravi, Ferrari ha sostenuto che quella sera il suo cliente non era l’aggressore, bensì l’aggredito. Il cognato e il compagno dell’ex moglie lo avrebbero cioè attaccato sia fisicamente che verbalmente. «Il mio assistito ha preso il bastone (secondo l’accusa, utilizzato per colpire il cognato, cha a sua volta ha reagito con delle coltellate, ndr), che non ha usato, per rispondere a un’aggressione subita». Ferrari ha invocato la legittima difesa, chiedendo il proscioglimento dalle accuse di tentato omicidio e di lesioni nei confronti dell’ex moglie («Non l’ha colpita intenzionalmente»). Coazione minacce sono di contro stati ammessi. Ferrari si è battuto per una pena non superiore ai 24 mesi oltra a un trattamento ambulatoriale e ha contestato l’espulsione. L’accusa, lo ricordiamo, aveva chiesto 9 anni di carcere. 

La parola è poi passata al nuovo compagno della donna, costituitosi accusatore privato e rappresentato dall'avvocato Mario Branda, il quale ha fatto presente come l’imputato avrebbe anche minacciato sua figlia adolescente. Il 53.enne, dal canto suo, ha ribadito che quella sera voleva «mettere con le spalle al muro» la donna. «Da gennaio ho sbagliato tutto, mi vergogno delle minacce che ho rivolto a tutti. Non sono un santo ma nemmeno un criminale».

La sentenza della Corte presieduta dal giudice Amos Pagnamenta verrà pronunciata nel pomeriggio.

La pposizione dell’altra persona coinvolta, il cognato, è invece ancora aperta. L’uomo, patrocinato dall’avvocata Demetra Giovanettina è a piede libero e le ipotesi di reato a suo carico sono di tentato omicidio e di tentate lesioni gravi.

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