Norman Gobbi: «Non sono un culo di pietra, potrei anche ambire al Territorio»

Uno scoppiettante Norman Gobbi, presidente uscente del Governo, ma pieno di vitalità per la prossima campagna elettorale. Si candida per la quinta volta al Consiglio di Stato ma non ritiene di essere un cosiddetto «culo di pietra». Epiteto coniato dal Mattino per chi non mollava il cadreghino. Parla anche delle considerazioni del collega leghista Claudio Zali, mostrando un po’ d’irritazione per parole che lo hanno coinvolto a sua insaputa. Ma soprattutto non esclude che, se rieletto, rivendicherà il Dipartimento del Territorio. Ecco un assaggio dell’ampia intervista che andrà in onda a «La domenica del Corriere» domani alle 18.00 su Teleticino.
L’anno alla presidenza del Consiglio di Stato è agli sgoccioli. Qual è il bilancio?
«Ogni presidenza è differente e porta con sé qualcosa di nuovo. Le questioni, invece di diventare più semplici, aumentano e si fanno sempre più complesse».
Che eredità lascia al suo successore Claudio Zali?
«Un Cantone che ha bisogno di risposte. Come Consiglio di Stato stiamo lavorando per fornirle su più fronti, a partire dall’implementazione delle due iniziative sui premi di cassa malati».
Ricorda le sue belle parole di 12 mesi fa: «Cambiare narrazione ed essere più positivi». E oggi?
«Purtroppo, i fatti non permettono grande positività: negli ultimi anni di crisi ce ne sono state tante. Tuttavia, guardiamo spesso solo al bicchiere mezzo vuoto, trascurando la parte piena».
Aveva anche detto di voler portare «più voglia di vincere» nell’Esecutivo. Non scorgo particolari vittorie. Mi aiuta?
«Ci concentriamo molto sulla parte che emerge dall’acqua, la cosiddetta punta dell’iceberg, dando per scontato tutto ciò che sta sotto. È vero che in questi anni non ci sono stati grandi slanci in termini di progettualità. D’altra parte, diamo per scontato tutto quello che quotidianamente funziona in Ticino. Anche questa è una vittoria».
C’è qualcosa per la quale si sente di scusarsi con i cittadini?
«Di non essere riusciti, nel mese di settembre, a spiegare le conseguenze delle due iniziative che sono poi state approvate dal popolo, in particolar modo quella socialista, che ha un importante impatto finanziario».
Una promessa l’ha mantenuta: riunire tutti i 100 sindaci e visitare i quattro angoli del Cantone. Che cosa le ha dato tutto questo?
«Mi ha permesso di rafforzare il contatto diretto con chi vive quotidianamente il nostro Cantone. I Comuni sono l’anello di congiunzione tra il sistema federale e la cittadinanza. Dobbiamo valorizzare questa rete di prossimità, perché sono le entità più a contatto con le persone e le aziende sul territorio».
C’è chi dice che in Governo siete cinque bravi amministratori, ma non sapete fare una politica che lascia il segno.
«La politica che lascia il segno viene fatta con grandi riforme. Le grandi riforme fanno fatica a passare, e lo abbiamo visto di recente. Ci viene chiesto di intervenire sulla spesa sanitaria, sui premi di cassa malati, ma ogni singola misura che viene adottata solleva subito opposizioni».
Oggi c’è chi (il Mattino) sostiene che a proposito delle iniziative sulle casse malati la priorità va data a quella leghista: perché è stata approvata da più cittadini rispetto al 10% e perché pesa meno sulle finanze cantonali. Condivide?
«Come Consiglio di Stato abbiamo sempre detto che le due iniziative devono procedere in parallelo. È oggettivo che l’impatto finanziario dell’iniziativa della Lega, che ha ricadute sia sul Cantone che sui Comuni, è ben inferiore rispetto a quella socialista. Questo potrebbe far pensare che sia più facile da implementare. Credo però che per parità di trattamento e rispetto del voto popolare vadano portate avanti entrambe. Non sono io a dirlo ma il Governo, a seguito di un voto che ha sancito due sì».
Dei rapporti Ticino-Berna cosa ne dice? Hanno fatto rumore oltre San Gottardo le parole «è più facile avere un appuntamento con Giorgetti (ministro dell’economia italiano) che con Karin Keller-Sutter». Non l’ha presa bene.
«Questa mia affermazione purtroppo è oggettiva. A Berna hanno poca percezione della particolare situazione che vive il Ticino. La recente decisione di non procedere almeno fino al 2030 alla modifica dell’ordinanza sulla perequazione finanziaria lo dimostra. Ancora una volta le nostre rivendicazioni non sono state ascoltate. È uno schiaffo che mette a rischio la coesione nazionale. Il Consiglio di Stato intende ora dare un chiaro segnale in difesa degli interessi del Ticino».
Dia la pagella a Piccaluga, che lei stesso ha intronizzato come coordinatore del vostro partito.
«Non posso criticarlo, è genuino ed è colui che maggiormente incarna l’anima della Lega. Sta crescendo, si sta muovendo bene, è capace di sintetizzare il pensiero leghista e riesce a creare quelle relazioni interpersonali con gli altri partiti che sono essenziali nella risoluzione dei problemi. Sa sedersi al tavolo, discutere dei temi, dei problemi e cercare di trovare una quadra».
Parliamo delle elezioni del 2027, che campagna farà Gobbi?
«Non anticipo nulla. Si tratta di riflessioni che andranno fatte più avanti. Al momento il lavoro da fare è ancora molto, a favore del Ticino, delle ticinesi e dei ticinesi. Credo che sia comunque importante dare un segnale di volontà. Sono ancora motivato, mi arrabbio quando vedo cose che non funzionano».
Le capita spesso di arrabbiarsi?
«Purtroppo mi arrabbio ancora spesso. Devo dire che le cose da correggere sono molte. Talvolta vedo tanta superficialità a tutti i livelli».
Si ricorda quando Giuliano Bignasca s’inalberava sul Mattino e redarguiva i «culi di pietra», coloro che non mollavano il cadreghino. Lei, eletto nel 2011 in Governo, oggi appare un po’ tale. Cosa ne dice?
«Venivo eletto proprio in questi giorni in Consiglio comunale, era il 14 aprile del 1996. Faccio politica da trent’anni ma non ho ancora cinquant’anni e fortunatamente sono ancora in forma».
A disposizione ci sarà anche il suo collega di partito Zali. Sul contenuto di quanto ha detto (piano B/C, dipartimenti, arrocchino, dossier politica) era informato?
«No. All’interno della Lega sapevamo della sua intenzione di mettersi a disposizione, non conoscevamo però i contenuti della sua intervista».
La sua reazione, composta, mostrava però, in gergo leghista, le «busecche in ebollizione». È rimasto un po’ spiazzato dal collega?
«Diciamo che non amo quando qualcuno mette in bocca al sottoscritto cose che non ha mai detto. Io ho solo un piano, quello di mettermi a disposizione delle ticinesi dei ticinesi e poi, come detto, sarà il popolo a decidere».
E come ha preso lo «stop ai radar» del collega?
«Se per Claudio ci sono troppi radar, per me ci sono troppi lupi. Osservo però che all’inizio di marzo la Polizia cantonale ha segnalato che la questione della velocità è tra le principali cause degli incidenti gravi e mortali in Ticino».
Se Zali toglierà radar, lei abbatterà lupi?
«Non sono competente su questo dossier. Si tratta comunque di opinioni diverse. Poi ognuno gioca le carte e gli slogan che vuole».
Zali ha parlato anche della giustizia con l’intenzione di portare una nuova proposta sull’annoso tema dell’elezione dei magistrati. Poi, se rieletto, tornerà però al Territorio. Va bene così?
«Il Parlamento si è chinato più volte su questo tema, anche negli ultimi anni, e non è mai riuscito a sbrogliare la matassa: un sistema perfetto non esiste. Un sistema che garantisca il funzionamento e una pluralità effettiva».
Ha detto che occorre salvaguardare una politica di destra. Il Mattino tifa per l’alleanza. Insomma, mentre Zali si lancia, arriva un'apertura all'area della quale fa parte l'UDC. Questo l’avvicina all’UDC stessa?
«Faccio parte del gruppo dei consiglieri di Stato democentristi nell’ambito delle riunioni intercantonali, e questo credo sia un elemento essenziale, proprio perché se vogliamo contare qualcosa anche a livello nazionale dobbiamo lavorare in squadra. È il mio modo di pensare e il mio modo di essere. Credo che il gioco di squadra sia essenziale, soprattutto quando penso alle sfide che il Ticino e la Svizzera dovranno affrontare nei prossimi anni. I rapporti con l’UE, la neutralità, il controllo dell’immigrazione. Quando parliamo di questi temi, il popolo ticinese dà sempre un chiaro mandato, al quale deve dare risposta un’area politica di destra che è molto più ampia della sola Lega».
Chi è il suo principale avversario politico?
«La negatività. Gli ultimi anni sono stati davvero duri per tutta la nostra popolazione e di riflesso per la politica che deve affrontare i problemi. Credo che ogni tanto dovremmo valorizzare anche le cose belle, non solo le cose brutte».
È lei oggi l’uomo di destra nel Governo?
«Sono più di destra rispetto ad altri. Questo penso sia abbastanza innegabile. Mi permetto di dirlo in maniera magari anche immodesta. Dall’altra parte però, lavoro bene con tutti i colleghi. Credo sia un aspetto che non è legato alla posizione politica».
L’arrocchino oggi non mostra palesi limiti?
«Abbiamo voluto lo scambio per avere nuovi stimoli. La Divisione delle costruzioni è una realtà molto interessante che garantisce infrastrutture di qualità. Purtroppo, non siamo riusciti a raggiungere l’obiettivo principale di uno scambio completo. La soluzione di compromesso, come sappiamo, non soddisfa pienamente nessuno, né i tre colleghi, né i due consiglieri di Stato protagonisti».
Se rieletto cosa farà dato che per anzianità avrà per primo la parola?
«In ordine di anzianità sono quello che ha la fortuna di essere ancora giovane. Diciamo, un giovane con esperienza. E questa mia esperienza la vorrei mettere a disposizione anche di altri Dipartimenti, come potrebbe essere per esempio il Territorio. Una discussione che, se sarà il caso, avverrà all’interno del prossimo Consiglio di Stato».
E allora potrebbe essere derby leghista. Se foste rieletti entrambi dovreste «farvi fuori» il Territorio.
«Ne discuteremo, ma questo sarà un elemento da considerare, altrimenti sarebbe stato davvero inutile proporre il cosiddetto arrocco in Consiglio di Stato».
Questo vuol dire anche criticare il suo collega e il suo lavoro.
«Io non critico nessuno e preferisco pensare al mio lavoro».
Il 14 giugno si voterà sull’iniziativa dell’UDC «no a una Svizzera da 10 milioni». Da che parte sta?
«Credo che sia la corretta applicazione di quello che abbiamo già votato diversi anni fa, ovvero la limitazione dell’immigrazione di massa. La Svizzera è il Paese in Europa che ha avuto la crescita di popolazione più forte legata all’immigrazione».
Seguirà poi una votazione sulla neutralità, sempre d’ispirazione UDC. Cosa ne dice?
«Qui parla non solo l’uomo politico, ma anche il colonnello Gobbi. In un contesto internazionale sempre più complesso anche dal punto di vista della difesa, il gioco di squadra è necessario per garantire la sicurezza. Ma la neutralità svizzera resta credibile se, prima di tutto, la Svizzera fa i compiti a casa».
