Confine

Più frontalieri di qua, carenza di personale di là: «L'autonomia lombarda è la chiave»

L'intervista al consigliere regionale Emanuele Monti: «Servono agevolazioni per i lavoratori di confine: con il Ticino niente contrasti, ma cooperazione e competitività»
Michele Montanari
05.11.2022 10:00

Il numero di frontalieri continua ad aumentare e, allo stesso tempo, cresce l'insofferenza delle Province di confine, che sempre più spesso vedono le proprie maestranze prendere il largo verso il Ticino. La pandemia ha accentuato la problematica, toccando, di fatto, un nervo scoperto: quello della sanità. Praticamente tutto il mondo si è reso conto all'improvviso di avere problemi di personale ospedaliero in momenti di crisi, e l'Italia non ha certo fatto eccezione, anzi. Un esempio? La sola Lombardia ogni giorno vede quasi 5 mila operatori sanitari prendere la via per la Svizzera. Da tempo si cerca di mettere un freno al sovrannumero di frontalieri, da entrambe le parti del confine, basti pensare alla tanto discussa iniziativa Prima i nostri o alla Tassa di collegamento (se la si vuole guardare dal punto di vista del traffico), ma senza troppi risultati. L'ormai ex deputato Matteo Bianchi portò alla Camera una proposta di legge chiamata Aree di confine per introdurre un regime fiscale con incentivi per i lavoratori italiani residenti entro 20 chilometri dai valichi svizzeri. La storia dei recenti (e brevi) governi italiani è cosa nota e i lavori sono stati bloccati a più riprese. La stessa sorte è toccata all'accordo fiscale sui frontalieri negoziato nel 2015 e non ancora ratificato, nonostante le spinte ticinesi e lombarde. Qualcosa però potrebbe smuoversi.

La Lombardia ha ora come interlocutore a Roma un governo di centrodestra, con Giancarlo Giorgetti, leghista e varesino (quindi ben conscio delle dinamiche transfrontaliere), a capo di un ministero cardine come quello dell'economia e delle finanze. E non solo: il presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana (leghista) ha parlato recentemente di un incontro «molto positivo» con Roberto Calderoli, ministro leghista per gli Affari regionali e le autonomie, proprio per arrivare a quella autonomia differenziata già oggetto di un referendum consultivo nel 2017 (come avvenne anche in Veneto). Insomma, la carta dell'autonomia, che darebbe più margine di manovra alle Regioni su questioni specifiche legate al territorio e non solo, potrebbe essere la chiave di volta per correggere alcune distorsioni del mercato del lavoro di frontiera. Ne abbiamo parlato con il consigliere regionale lombardo Emanuele Monti, presidente della III Commissione Sanità e Politiche Sociali.

I frontalieri e il «pacchetto autonomia»

Per Emanuele Monti, il frontalierato è uno dei temi principali del «pacchetto autonomia». Il consigliere regionale spiega: «Come Regione Lombardia ci siamo strutturati con un assessorato, quello di Massimo Sertori, delegato proprio a collaborare con il Ticino e con tutta la Confederazione. Abbiamo tavoli permanenti di confronto in cui il lavoro transfrontaliero è centrale. La tematica delle zone di confine è però sul tavolo di Roma e questo non semplifica e non rende fluide le decisioni in materia. All’interno del pacchetto più ampio dell’autonomia, uno degli elementi che stiamo cercando di sottolineare è quello di avere, come Regione Lombardia, un’interlocuzione diretta con la Svizzera sulle questioni legate al mercato del lavoro». Monti prosegue: «L’autonomia agevolerebbe sicuramente l’interlocuzione e il rapporto tra i due Stati. I dati parlano di un numero record di frontalieri con una crescita proprio nell’ambito di mia competenza, quello sanitario. Da questo punto di vista, l’attenzione deve essere ampia. A Roma abbiamo già presentato iniziative con i nostri parlamentari, basti pensare al progetto Aree di confine».

Un governo di centrodestra come interlocutore

Con la formazione del governo Meloni, per la Lombardia le cose potrebbero farsi meno complicate. Il consigliere regionale sottolinea: «È un esecutivo a trazione di centrodestra, un governo politico che è stato votato per i suoi programmi e noi, come centrodestra, nel programma abbiamo tra i temi sia la tutela dei frontalieri, sia la creazione di condizioni economiche nelle aree di confine che favoriscano il personale, in modo che non ci sia una differenza troppo ampia tra i salari lombardi e ticinesi. Soprattutto per quanto riguarda le categorie professionali che sono una priorità nazionale, prima che regionale, come quella degli operatori sanitari». E aggiunge: «I 5 mila medici e infermieri lombardi che oggi lavorano in Ticino, alcuni per scelte personali, ma la maggior parte per questioni economiche, sono un patrimonio nazionale. Dobbiamo poter creare delle condizioni economiche di vantaggio per le zone di confine, dove c’è una sorta di "concorrenza sleale". Il tema chiave con il ministro Giorgetti sarà proprio la possibilità di dare a Regione Lombardia la facoltà di trovare un modo per versare stipendi più alti a infermieri e medici che operano nelle aree vicine alla Svizzera. Dobbiamo aumentare la capacità di trattenere il personale sanitario che sceglie di andare oltre confine per ragioni meramente economiche».

«Concorrenza sleale» o contratti poco attraenti in Italia?

Torna dunque il concetto di «concorrenza sleale», già evocato negli scorsi giorni dal governatore Fontana (non senza polemiche). Ma non sarà piuttosto un problema di contratti di lavoro poco attraenti, per usare un eufemismo? Ad esempio, secondo la Provincia di Como, nella Città lariana molti negozi non riuscirebbero a trovare personale, nonostante le numerose offerte di lavoro disponibili. Un problema, secondo i comaschi, legato a retribuzioni troppo basse e proposte di tirocinio, piuttosto che veri e propri contratti. Emanuele Monti si dice consapevole del problema e afferma: «Il governo dovrà lavorare seriamente anche sulle tipologie di contratti di lavoro in Italia. Oggi nel nostro Paese su 800 contratti solo 250 sono concordati dalle sigle confederali sindacali CGIL, CISL e UIL, mentre gli altri sono contratti non condivisi e sottoscritti dai sindacati. Bisognerebbe semplificare: con 800 contratti, i datori di lavoro possono fare un po’ quello che vogliono. Questo nonostante ci siano tantissimi datori di lavoro seri, soprattutto in Lombardia. Lo Stato deve semplificare questa situazione o delegare alle Regioni la possibilità di farlo: anche in quest'ottica il tema dell’autonomia è centrale. In Ticino non ci sono tutti questi contratti, anche da questo punto di vista bisogna rendere più omogenee le aree di confine».

Nessun contrasto, ma competitività

Il consigliere regionale poi parla dei rapporti tra Ticino e Lombardia: «Deve esserci condivisione e cooperazione, nessuno deve fare contrapposizione, ma piuttosto deve esserci competitività. Lombardia e Ticino devono lavorare insieme a livello di condivisioni e programmazioni, penso anche agli ambiti della ricerca e della formazione. Solo così possiamo potenziare il nostro territorio: sì, c’è in mezzo un confine, ma alla fine c’è più analogia tra Ticino e Lombardia, che tra Lombardia e altre Regioni italiane o tra Ticino e altri Cantoni svizzeri. Per questo stiamo lavorando sull'autonomia, come del resto è autonomo il Ticino che, essendo parte di una Confederazione, ha tutti gli strumenti per fare accordi in modo più semplice e ragionare in modo più cooperativo. Per quanto riguarda la sanità, possono esserci sinergie preziose, penso ad esempio alla ricerca. Si possono davvero avviare collaborazioni che arricchiscano entrambe le parti, vedendole come un territorio omogeneo. Come la co-costruzione delle infrastrutture che, nonostante alcune difficoltà, ha portato ad iniziative che esistono e funzionano». È dunque chiaro perché si parli di «concorrenza sleale», e su questo il politico lombardo non ha dubbi: «Se un infermiere qua guadagna 1500 euro e in Ticino 4 mila franchi, è necessario trovare delle soluzioni. E ovviamente vanno trovate da parte italiana, non svizzera. La creazione di aree speciali che la Lega propone da anni, deve portare agevolazioni economiche, che non creino contrasti tra Lombardia e Ticino, ma piuttosto cooperazioni e competitività».

Emanuele Monti chiude il discorso con un esempio legato al carburante: «Il modello deve essere la carta sconto benzina: quando è stata introdotta c‘era un differenziale importante tra Svizzera e Italia e con questa misura si è permesso alle attività che erogavano benzina sul confine di non fallire e rimanere competitive. Questo deve essere sistemico, non una proposta "one shot". La chiave per avere questi risultati è l'autonomia, perché le discussioni tra Italia e Svizzera saranno più veloci e porteranno benefici per tutti».

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