Verso l'8 marzo

«Renderebbe l'economia ticinese come un grande fratello»

Il comitato contrario all’iniziativa dell’MpS sul dumping salariale ha lanciato la sua campagna – «Proposta costosa, estrema e inutile» – Andrea Gehri: «Spalanca le porte a un gigantesco apparato burocratico»
©Samuel Golay
Paolo Gianinazzi
05.02.2026 20:59

Una proposta «costosa, estrema, burocratica e inutile». Che trasformerebbe il mercato del lavoro ticinese in una sorta di «grande fratello». Uno Stato di Polizia per le imprese, senza alcun beneficio per i cittadini. È con questi concetti che il comitato contrario all’iniziativa popolare dell’MpS «Rispetto per i diritti di chi lavora: combattiamo il dumping salariale e sociale» – su cui voteremo l’8 marzo – si è presentato in conferenza stampa, lanciando la sua campagna per bocciare la misura.

La prima a intervenire è stata la presidente di Aiti, Nicoletta Casanova, che ha posto l’accento sull’importanza di non sottovalutare l’impatto negativo che la proposta potrebbe avere nel nostro cantone. Soprattutto in un momento in cui l’opinione pubblica sembra tutta concentrata su altre iniziative, come quella relativa al canone o quella sull’imposizione individuale. «Ma questa iniziativa non può passare in secondo piano», ha rilevato Casanova, secondo cui la proposta dell’MpS «parte da un presupposto falso», ossia che il Ticino sia composto da datori di lavoro poco onesti o che non rispettano le norme. È su questa base «falsa», ha affermato, che si vuole «costruire un aumento massiccio dei controlli sul mercato del lavoro» che però «non avrebbe alcun effetto sui salari» e, al contempo, «porterebbe moltissimi svantaggi».

Svantaggi poi elencati, uno a uno, dagli altri relatori presenti alla conferenza stampa. A cominciare dal presidente del PLR, Alessandro Speziali: «Il tessuto del nostro cantone è composto da tantissime aziende che fanno un egregio lavoro e datori di lavoro assolutamente corretti». Detto ciò, «sappiamo anche che siamo a ridosso della frontiera (...) e che ci sono alcuni problemi. Ma in Ticino una sensibilità particolare, su questo fronte, è assolutamente presente». Non ha caso, ha evidenziato Speziali, «il Ticino controlla già fino a 10 volte di più rispetto agli altri cantoni». Segno che, evidentemente, «le autorità sono consapevoli» della particolare situazione del Ticino. Anche perché, ha osservato, «c’è già stato un giro di vite, ma le viti non possiamo forzarle troppo a lungo, perché poi qualcosa si rompe». Insomma, per Speziali si tratta di una proposta «totalmente burocratica, da Stato di Polizia dell’economia, che trasformerebbe il tessuto delle nostre aziende in una sorta di grande fratello, pesante e inutilmente costoso».

A mettere l’accento sul tema dei controlli, poi, è stato il presidente del Centro, Fiorenzo Dadò, il quale ha innanzitutto ricordato che già oggi il mercato del lavoro è controllato in maniera efficiente tramite il sistema collaudato del partenariato sociale. «Tutto possiamo dire sull’attuale mercato del lavoro tranne che non funziona la sorveglianza», ha affermato, portando alcune cifre a supporto, come quella delle unità ispettive, passate da 25 a 50 nel giro di una decina d’anni.

Controlli che, ha poi aggiunto il deputato leghista Andrea Censi, hanno dimostrato che le infrazioni sono pochissime. «I risultati dicono che la stragrande maggioranza delle aziende rispetta le norme». A titolo d’esempio, ha spiegato che le infrazioni alla legge sul salario minimo, nel 2024, sono state l’1,57% rispetto ai lavoratori controllati. «Il tema dei salari è una ferita aperta per i ticinesi», ha quindi rilevato il leghista, «ma proprio perché abbiamo a cuore i lavoratori non possiamo sostenere una proposta che pensa di risolvere i problemi con la burocrazia». Detto altrimenti: «Il problema dei salari non può essere risolto semplicemente aumentando i controlli». Anzi. «Dobbiamo chiederci se vogliamo spendere milioni di franchi per un esercito di funzionari che non aggiungerà un solo franco nelle tasche dei lavoratori». In tal senso, ha chiosato Censi, «scegliamo il buon senso e non la burocrazia».

La deputata democentrista Raide Bassi, dal canto suo, ha ricordato il costo stimato dal Governo per implementare l’iniziativa: oltre 160 unità ispettive per un aumento della spesa per il personale di 18,5 milioni di franchi. Importi che, ha sottolineato Bassi, «andrebbero ad aggiungersi a una situazione finanziaria estremamente problematica». La granconsigliera ha quindi puntato il dito sul metodo, sui controlli a tappeto sui contratti di lavoro: «Renderebbe lo Stato un ‘grande fratello’, con l’accesso a tutti i dati e tutti gli stipendi». Un aspetto, questo, «altamente inopportuno, che rischia di minare la fiducia tra cittadini e autorità». E un approccio che, ha chiosato, «meno svizzero di così non si può».

Proprio sui controlli a tappeto dei contratti di lavoro, la deputata PLR e vicepresidente della Camera di commercio, Cristina Maderni, ha ricordato che un simile sistema avrebbe un impatto negativo anche per le imprese. Una proposta, ha spiegato, «che impone controlli a tappeto, inutili e costosi, non solo per lo Stato, ma anche per le imprese, senza alcun beneficio per chi lavora». Come dire: «Tanta carta, tanto spreco. E nulla in cambio».

Un concetto ribadito anche dal presidente della Camera di commercio, Andrea Gehri: «L’iniziativa spalancherebbe le porte a un gigantesco apparato burocratico, imponendo alle imprese oneri amministrativi inutili e soffocanti». Un aggravio burocratico «insostenibile per tutte le aziende», che rappresenterebbe «un imbarazzante passo indietro». E che, soprattutto, rischia «di scoraggiare gli imprenditori a investire nel nostro cantone e ad allontanare nuove aziende». Anche perché, ha ricordato, un tale sistema sarebbe un unicum in Svizzera. A rischio, ha concluso Gehri, «ci sono i posti di lavoro, con un impatto diretto sul benessere della popolazione».

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