Spacciava per «zio Marco» per finanziare il proprio consumo: condannato

Il quartiere di Molino Nuovo è stato oggetto di attenzioni legate alla criminalità nelle ultime settimane, con l’accoltellamento di un giovane sull’uscio di casa. Il movente è probabilmente legato alla gelosia, ma prima che ciò emergesse si sono levate delle voci secondo le quali il quartiere sarebbe meno sicuro di un tempo, con anche la presenza di spacciatori in contesti residenziali. Una prova in tal senso la si è avuta oggi in aula penale, in quanto alla sbarra è apparso un 41enne svizzero per aver spacciato, soprattutto dal suo appartamento in via Beltramina, oltre un chilo di cocaina e quasi cento grammi di eroina sull’arco di nove mesi, sino all’arresto l’aprile scorso. L’uomo, tossicodipendente, era reo confesso e ha ampiamente collaborato con gli inquirenti. Ciò, unito a una forma di sincero pentimento e al fatto che ha spacciato non per arricchirsi ma per procurarsi a sua volta la droga, ha fatto sì che la Corte delle assise criminali presieduta dal giudice Marco Villa (a latere Luca Zorzi e Werner Walser) lo abbia condannato a una pena parzialmente sospesa e non interamente da scontare: 34 mesi, di cui 14 da fare. La Corte ha di fatto accolto, pur rivendendo leggermente la parte da scontare, un accordo di pena raggiunto da accusa - l’inchiesta era coordinata dal procuratore pubblico Simone Barca - e difesa (il 41enne era rappresentato dall’avvocato d’ufficio Riccardo Maiolo). L’imputato, da parte sua, ha ringraziato la Corte: «L’arresto e il carcere mi hanno salvato la vita», ha detto oggi in aula.
Dai guai all’abuso di sostanze
La dinamica, come accennato, è quella vista più volte nelle nostre aule penali. Un tossicodipendente che, per finanziare il proprio consumo, inizia a spacciare a sua volta, di fatto dando i suoi servizi a chi la droga la fa giungere nel nostro cantone. Ovvero, in questo caso, zio Marco: lo pseudonimo di uno spacciatore albanese residente nel suo paese che la Procura sospetta essere un elemento apicale del gruppo criminale che spaccia cocaina da Berat.
In questo caso, facendo riferimento all’atto d’accusa, i primi servizi offerti dall’imputato a zio Marco riguardavano il trasferimento di denaro all’estero, ovvero allo zio stesso. In piccola parte lo ha versato lui stesso, in media parte ha dato indicazione ad altre persone di trasferirlo su conti albanesi, e in gran parte lo ha affidato a contanti a dei cosiddetti «cavallini» che lo hanno portato all’estero. Sono così usciti dalla Svizzera quasi quarantamila franchi, frutto dello spaccio altrui e soprattutto dello spaccio dell’imputato.
Infatti, il 41enne dopo alcuni atti di riciclaggio, si è prestato anche a vendere cocaina e, in misura minore, eroina a partire dal settembre 2025. L’atto d’accusa parla di una trentina di clienti, alcuni noti (e in alcuni casi «affezionati»), altri rimasti sconosciuti. Lo spaccio, e il consumo personale del 41enne, avvenivano soprattutto nel suo appartamento in via Beltramina, in una palazzina popolare con diversi appartamenti. Al suo arresto si era arrivati anche grazie alla collaborazione del servizio antidroga della polizia cittadina di Lugano, che pure ha sede in via Beltramina.
Una persona nuova?
Quanto a come il 41enne si sia ritrovato in questa situazione, il tutto originerebbe da un suo periodo di crisi: la scomparsa del padre, ha spiegato, unita alla perdita del lavoro lo ha portato a isolarsi socialmente e a non vedere più prospettive per sé. Si è quindi rifugiato nell’uso di sostanze, che negli anni è costantemente peggiorato, fino appunto alla necessità di prestare servizio per un gruppo criminale al fine di garantirsi il consumo.
Oggi, in aula, l’imputato sembrava però una persona diversa rispetto a quanto appena descritto: «La prigione è stata una benedizione - ha spiegato. - Mi ha salvato la vita e ora mi guardo allo specchio con vigore rinnovato. Ritengo di avere doti meglio spendibili che restare a spacciare per strada». Il suo percorso carcerario è stato coerente con le sue affermazioni, in particolare il seguire un trattamento ambulatoriale da cui ha tratto benefici e che intende continuare. Alla luce di tutto ciò, la Corte ha deciso di dargli fiducia, «sperando che le dichiarazioni non siano solo di facciata». A mo’ di assicurazione, i giudici hanno fissato in quattro anni il periodo di prova dei venti mesi di pena sospesa, cosa che l’imputato ha accolto di buon grado.



