Il reportage

Una notte da pompieri

Una sera tra i vigili del fuoco del Gambarogno, tra esercitazioni, voci e testimonianze dell'intervento al megaincendio sull'Alpe di Neggia
Jona Mantovan
31.05.2022 20:02

Sono passate da poco le 19. La sede del Corpo Pompieri del Gambarogno, nella frazione di Quartino, è in piena attività. I volontari sono all'opera su tre diversi cantieri. Questa è una delle tante sere – organizzate circa una volta al mese e dette «manovre» – nelle quali i militi ripassano le procedure per l'impiego delle apparecchiature in dotazione, sotto l'occhio vigile degli istruttori, allo scopo di non farsi cogliere impreparati nel caso di una vera emergenza. Motoseghe, mototroncatrici, autobotti, camere termiche. Strumenti che occorre saper manipolare e impiegare in maniera corretta per spegnere fuochi incontrollati, liberare persone e, nei casi più drammatici, salvare vite. Le ragazze e i ragazzi lo sanno bene, gli esercizi di oggi faranno la differenza domani in caso di allarme. Molti di loro, infatti, ricordano alla perfezione uno dei più grandi roghi scoppiati nella Svizzera italiana. Perché, appunto, l'hanno vissuto sulla loro pelle, in prima linea: l'incendio del Monte Gambarogno. 

Il telefono è suonato attorno alle tre del mattino. Ero convinto che si trattasse di un falso allarme. Mi son detto ‘Sarà qualche visione strana della chiesa del Botta’, teoria avallata dal fatto che c'era una sola segnalazione
Daniele Franceschini, 47 anni, comandante del Corpo pompieri Gambarogno

Lo squillo del ‘pager’

Marija Ferrulli rammenta come se fosse oggi lo squillo del ‘pager’ che l'aveva svegliata nel cuore della notte, tra il 29 e il 30 gennaio 2022. «Saranno state le tre del mattino, il cercapersone ha suonato. Da casa in caserma. Si indossa la tuta e in un batter d'occhio si parte, percorrendo il tragitto che ci separa dal luogo dell'evento», racconta la donna, che abita a Quartino e nella vita è docente alla Scuola Spai di Bellinzona. «Eravamo in sette e ci chiedevamo che cosa avremmo visto di preciso, una volta arrivati». Fuori è ancora buio pesto. «Ma poi, a un certo punto, ecco la cresta della montagna. Tutta in fiamme. Si vedeva uno sfondo nero indistinto e poi l'arancione del fuoco».
Il comandante del Corpo, Daniele Franceschini, anche lui volontario che nella vita privata è infermiere anestesista, all'inizio non ci credeva quasi: «Il telefono mi è suonato attorno alle tre ed ero convinto che si trattasse di un falso allarme. Mi son detto: ‘Sarà qualche visione strana della chiesa del Botta’, teoria avallata dal fatto che c'era una sola segnalazione», aveva ironizzato Franceschini.

Inizio con fiducia

«Sembrava che l'incendio dovesse vedersi dal Piano di Magadino ma non ho notato nulla. Ho contattato la persona che aveva chiamato. ‘Ti confermo tutto, se vuoi ti mando anche le foto’, mi ha detto. Beh, dopo essermi ripreso da questa ‘bella notizia’, ho confermato l'allarme al gruppo di picchetto una volta raggiunto il posto e, nel contempo, ho chiesto supporto all'ufficiale di picchetto di Bellinzona», dice il 47enne. 

«Trascorsa la prima giornata, eravamo ancora abbastanza fiduciosi – prosegue il comandante –. Certo, l'incendio si era propagato a una velocità da primato, ma pensavamo di sconfiggerlo anche perché potevamo contare sull'impiego degli elicotteri. Poi però le condizioni sono peggiorate e abbiamo avuto tutta una serie di difficoltà, riportate anche dai vari media dal comandante dei pompieri di Bellinzona. Infatti, trattandosi di un incendio boschivo e avendo le sezioni di montagna, loro hanno preso la condotta dell'intervento, mentre noi siamo passati di supporto». Il rogo li terrà impegnati due settimane, fino al 16 febbraio. 

Di notte, nei giri di controllo con la termocamera, sembrava che la montagna bruciasse ancora tutta, anche se a occhio nudo vedevi solo il nero e un po' di fumo residuo
Alex Barelli, 28 anni, pompiere

«Come quasi tutti, mi sono fatto avanti già dal giorno successivo», racconta Alex Barelli, 28 anni, nella vita impiegato in un'azienda di metalcostruzioni. «Quando sono arrivato su, sono rimasto impressionato dall'organizzazione e dal numero di veicoli e di militi. La cima della montagna sembrava essersi trasformata in una piccola città».

La devastazione

Alex ha una certa esperienza, dato che è volontario già dal 2015, quando era entrato nel Corpo pompieri del Monteceneri. Da circa un anno si è trasferito nel Corpo pompieri del Gambarogno. Ma l'incendio del Monte Gambarogno è stato fuori dal comune. «La devastazione era davvero tanta. C'erano tanti focolai. Di notte, nei giri di controllo con la termocamera, sembrava che la montagna bruciasse tutta, anche se a occhio nudo vedevi solo il nero e un po' di fumo residuo». I focolai di sottosuolo, infatti, non danno tregua ai militi. Come le braci di un falò, sono pronti a far ripartire le fiamme. «Sì, è proprio stato un intervento fuori dal comune». 

Ho visto per la prima volta il fuoco in un intervento reale, su a Neggia. Un incendio nel bosco
Ida Maag, 20 anni, pompiere

Ida Maag, appena ventenne, è apprendista di commercio e studia alla CPC di Locarno. Per lei, questa esperienza è stata un'avventura senza precedenti. «Ho visto per la prima volta il fuoco in un intervento reale, su a Neggia. Un incendio nel bosco». Una prima esperienza dalle dimensioni colossali, insomma: il rogo – provocato da due svittesi per un bivacco notturno nonostante il divieto assoluto – si sarebbe poi esteso fino a una superficie equivalente a quasi 240 campi da calcio, secondo una valutazione stilata dagli esperti del cantone. Nel corso delle operazioni, poi, alcuni abitanti di Indemini hanno dovuto abbandonare le loro case.
«Mi hanno chiamata, mi hanno portata su e mi hanno detto: ‘Sali, verso quel focolaio’. E io: ‘Da sola?’. ‘Sì’. ‘Ah, ok... va bene’. Lì sopra c'era un uomo del comune chi mi ha aiutata. Anche lui era stato un pompiere, in passato». 

Avventure e difficoltà

«Ho potuto spegnere da sola un incendio che stava scendendo verso la strada – prosegue Ida, che ha messo piede tra le fila dei volontari grazie a suo fratello Oliver –. Dovevo concentrare le mie forze nel sostenere il tubo da cui lanciavo l'acqua, perché continuava a scivolare a valle. In un secondo tempo sono arrivati altri colleghi che hanno preso in mano la situazione. Ero molto felice di aver vissuto questa esperienza», dice la giovane con un sorriso.
«Il secondo giorno l'avventura continua. Per la prima volta, ho potuto volare in elicottero da Sant'Abbondio per spegnere i focolai su all'Alpe di Neggia. Non ho mai visto un elicottero rifornirsi di acqua così da vicino. Caricavano l'acqua nella cisterna dal Lago di Locarno per poi salire a scaricarla». 

Dopo due settimane molti erano esausti. Però finalmente eravamo arrivati a dirci ‘Siamo stati bravi, ce l'abbiamo fatta’
Daniele Franceschini, 47 anni, comandante del Corpo pompieri Gambarogno

Alla fine della seconda settimana arriva il via libera dal cantone: ogni pericolo di ripartenza è fugato. «Ci siamo tolti un peso di dosso», afferma il comandante, Daniele Franceschini. «Dopo due settimane molti erano esausti. Però finalmente siamo arrivati a dirci ‘Siamo stati bravi, ce l'abbiamo fatta’. Il morale è tornato alto».
Un'operazione andata a buon fine anche grazie all'aiuto dei colleghi italiani. «Un grande entusiasmo e aver potuto anche constatare che, a un certo punto, i confini non ci sono e si lavora tutti per la stessa causa. Ma abbiamo potuto collaborare a stretto contatto anche con tanti altri colleghi di tutto il cantone. Siamo riusciti a lavorare bene e abbiamo portato a termine il compito».

Da grandi alcuni di noi vogliono diventare dei pompieri coraggiosi come voi!
Lettera dei bambini della scuola dell'infanzia di Vira ai pompieri del Gambarogno

Il coraggio degli eroi

Gli aggiornamenti dal fronte dell'emergenza erano quotidiani e l'evento, con i suoi protagonisti, ha avuto una grande risonanza non solo nella Svizzera italiana. La bacheca dell'area dove i militi possono trascorrere i momenti di pausa è piena di disegni di bambini e ragazzi. Il più grande è una bandiera in stoffa, realizzata dai bambini della scuola dell'infanzia di Vira. Sulla sinistra un furgone rosso con la scritta "Pompieri". Al centro, un triangolo verde con tratti arancioni e la scritta Monte Gambarogno. Ma la figura più grande (anche più grande della montagna) è quella di un pompiere che spegne un fuoco, sulla destra. «Da grandi alcuni di noi vogliono diventare dei pompieri coraggiosi come voi!», si legge nella lettera che accompagna l'opera. Infatti, complice probabilmente anche la campagna di sensibilizzazione, a una delle ultime riunioni per il reclutamento di volontari, una dozzina si sono fatti avanti come potenziali candidati.

A livello tecnico e pratico si impara tanto. Sono uno che nella vita ha sempre ‘fatto andare le mani’. E qui ci sono tanti macchinari...
Alex Barelli, 28 anni, pompiere

«A livello tecnico e pratico si impara tanto – afferma Alex –. Sono uno che nella vita ha sempre ‘fatto andare le mani’. Qui ci sono tanti macchinari e c'è davvero tanto da imparare». «Tra tutte le attività, questa mi sembrava quella più idonea a me – sottolinea Marija –. L'impegno c'è. Un turno di picchetto una settimana ogni tre, più una volta al mese o qualche corso specifico come quello di questa sera».

Uomini e donne

È innegabile che gli uomini, però, siano sempre la maggioranza tra i volontari. «Non sono l'unica nel nostro corpo pompieri. Non mi crea nessun problema e nessun disagio. Si collabora. E al momento del bisogno non si guarda se una è donna oppure un uomo. L'importante è che ci sia qualcuno che ti aiuti e di cui tu ti possa fidare». Anche Ida la vede allo stesso modo. «Non mi fa né caldo né freddo. Forse si potrebbero incentivare le donne a vedere, provare. Se poi si arriva alla conclusione che non ti va, non ci sono problemi. Ma almeno aver provato, ecco».

«Siamo tutti diversi, il bello è anche questo – conclude Alex –. Siamo tutti qui per un motivo. Nessuno ci ha obbligato. Se lo facciamo, è perché vogliamo farlo e cerchiamo di remare tutti nella stessa direzione».

 

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