Una ticinese a Parigi: «Sta passando il messaggio sbagliato, non tutti i manifestanti sono violenti»

Le immagini delle violenze, dei saccheggi e delle devastazioni a margine della mobilitazione nazionale tenutasi in Francia il 17 ottobre contro il carovita hanno fatto il giro del mondo. Le proteste hanno infatti creato il caos nelle principali città dell'Esagono. A essere particolarmente colpite sono state Parigi e Marsiglia, dove gli scontri tra i manifestanti – meglio, i casseur – e le forze dell'ordine sono stati parecchio violenti.
Università chiusa da due settimane
«Questo fine settimana è stato un gran casino», esordisce, da noi contattata, Sara, studentessa ticinese a Sciences Po, a Parigi. «È però da un mesetto che si registrano proteste che sono diventate particolarmente problematiche da un paio di settimane a questa parte».
Una situazione, questa, che ha toccato in prima persona anche Sara. «Da ormai due settimane la mia università è chiusa e siamo costretti a seguire le lezioni online. Avrebbe dovuto riaprire oggi, ma, a seguito di un nuovo blocco degli studenti, stamattina l'ateneo ci ha mandato una mail informandoci che la riapertura sarebbe avvenuta solo nel pomeriggio. In seguito sono cominciati a circolare tra gli studenti video nei quali si vedono agenti di polizia armati dalla testa ai piedi sollevare di peso gli studenti seduti fuori da Sciences Po. Una ragazza sarebbe anche finita in ospedale».
L'intervento della polizia, ci spiega Sara, aveva lo scopo di permettere all'ateneo di riaprire per le 14.00. «È però stato appena indetto un nuovo raduno contro la violenza esercitata questa mattina dalla polizia». Polizia che, in base alle foto ricevute dalla giovane studentessa ticinese, è ancora presente in forze sul luogo. «Ci saranno una ventina di furgoni davanti al campus e gli agenti controllano i movimenti nell'area: chi vuole uscire dal campus può farlo, ma sembrerebbe che nessuno possa più entrare. Un gruppo di studenti/manifestanti sarebbe anche rimasto a protestare all'interno dell'atrio della scuola».
Scene che, secondo Sara, non fanno presagire nulla di buono. «Per ora l'università rimane aperta, ma credo che a breve la chiuderanno un'altra volta e anche questa settimana dovremo continuare a seguire le lezioni online».
La precarietà dell'istruzione francese
All'origine delle proteste, che poi sono degenerate in atti di violenza e vandalismo, c'è la volontà di denunciare la mancanza di insegnanti, le cattive condizioni di alcune strutture educative e l'insufficienza di risorse pubbliche. Questo primo nucleo di denuncia, nelle settimane, si è poi ampliato inglobando anche l'aumento dei prezzi degli alimenti, dell'energia e dei combustibili, le difficoltà di accesso a un'abitazione e la perdita di potere d'acquisto.
«Come studenti universitari appoggiamo pienamente le rivendicazioni dei liceali francesi», racconta Sara. «Fanno scuola in condizioni veramente precarie e degradanti. Avendo frequentato le scuole in Svizzera, sono rimasta particolarmente scioccata dallo stato in cui versano gli istituti formativi francesi: durante i mesi più caldi ci sono 35 gradi in classe, d'inverno, invece, la temperatura scende sotto lo zero. Mancano poi le strutture: il numero di studenti per classe è molto elevato e, letteralmente, non c'è posto per tutti perché non ci sono abbastanza banchi e sedie. Succede poi che le lezioni non si tengano perché mancano i docenti».
A colpire Sara è anche la disparità di trattamento che subiscono gli studenti. «Nelle scuole del centro di Parigi è tutto perfetto, mentre nelle periferie le infrastrutture lasciano a desiderare».
«Un'educazione nazionale che non funziona»
A lasciare perplessa la giovane studentessa ticinese non sono però solo le condizioni in cui versano le scuole francesi, ma anche come le proteste in atto nell'Esagono sono state recepite dall'opinione pubblica, dai media e dallo stesso Governo. «Ci si focalizza sempre sulla violenza esercitata dai manifestanti e mai su quella della polizia e sulle rivendicazioni degli studenti. Trovo folle il fatto che, per esempio, durante le proteste un ragazzino abbia perso una mano, che un altro abbia perso un occhio e che a una ragazza sia stata lussata una spalla. Quelle che originariamente erano manifestazioni per rivendicare migliori condizioni nelle scuole, si stanno ora trasformando in proteste contro la violenza della polizia».
Sara insiste sul fatto che non tutti gli studenti che protestano lo fanno in maniera violenta. «Ho personalmente partecipato a una manifestazione lo scorso martedì che si è svolta in modo assolutamente pacifico: non ho vissuto niente di quello che si vede in TV e sui social».
Quanto avvenuto nelle ultime settimane in Francia, secondo Sara, è indice di un problema più profondo. «Tengo subito a mettere in chiaro una cosa: i disordini creati dagli studenti non possono in alcun modo essere giustificati. Fatta questa precisazione, va però detto che la violenza non si trova solo nelle strade, ma nasce da un'educazione nazionale che non funziona».
A spiegare l'escalation delle ultime settimane, secondo la nostra interlocutrice, c'è anche l'inadeguatezza dell'intervento statale. «La politica non è riuscita a rispondere alle rivendicazioni degli studenti. Anche il discorso di Macron è stato deludente: ha parlato per dieci minuti senza dire niente», conclude Sara.





