All'Eurosong la musica smette di unire

«La musica è uno strumento di pace, è una lingua che tutti i popoli parlano per raggiungere il cuore di tutti e che può aiutare la convivenza degli uomini». È riprendendo – probabilmente in maniera involontaria – questa frase di Papa Francesco che l’Unione Europea di Radiodiffusione (EBU) adottò lo slogan «United By Music», per la sua iniziativa più importante, l’Eurovision Song Contest, manifestazione canora nata esattamente settant’anni fa nella neutrale Lugano per cercare di rappacificare, attraverso uno strumento «leggero» quale la canzonetta, popoli che fino a qualche anno prima si erano scannati tra di loro nel più terribile conflitto dell’epopea umana.
E per qualche stagione questo slogan, tutto sommato, ha funzionato: indipendentemente da quanto succedeva nei gabinetti politici e nelle spesso tese relazioni internazionali, dall’Eurosong le questioni politiche erano sempre lasciate fuori, lasciando spazio unicamente alla musica e ad una «sana» rivalità internazionale che terminava una volta spenti i riflettori della manifestazione. Poi però qualcosa ha cominciato ad incrinarsi. Non tanto dopo la – giusta e pienamente condivisa – esclusione dalla competizione della Russia a seguito dell’invasione dell’Ucraina, quanto per le tensioni in atto nell’area mediorientale che, per par condicio, avrebbero giustificato un analogo procedimento, tra l’altro apertamente sollecitato da alcuni Paesi, nei confronti di Israele. I quali oltre a criticare lo Stato ebraico per la gestione della Striscia di Gaza, lo hanno anche velatamente accusato di aver usato il concorso – seguito da un paio di centinaia di milioni di telespettatori – a fini politici.
Nelle ultime edizioni, infatti, gli artisti israeliani, pur a fronte di una modesta valutazione espressa dalle giurie specializzate, sono poi risaliti prepotentemente nelle graduatorie finali grazie a uno spropositato voto del pubblico che ha sollevato sospetti di interferenza politica e di manipolazione. Accuse alle quali l’EBU ha deciso di non dar seguito, ricordando – in modo un po’ ipocrita, va detto – che «non sono i governi a partecipare, sono le emittenti di servizio pubblico e gli artisti» provocando, a quel punto la rivolta di Spagna, Paesi Bassi, Irlanda, Islanda e Slovenia che hanno deciso di ritirarsi dalla competizione. Tuttavia ha deciso di rivedere i meccanismi che regolano il televoto, ammettendo quindi implicitamente che qualcosa, nelle ultime edizioni, in quel settore, non ha funzionato. Tutte situazioni queste che non depongono a favore né dell’EBU né della competizione e che hanno contribuito a raffreddare l’entusiasmo negli ultimi anni creatosi attorno all’evento, divenuto il prodotto televisivo non sportivo di maggior successo, a livello globale.
Una kermesse che ha avuto nell’edizione dello scorso anno a Basilea probabilmente il suo apogeo: il fatto che i cinque Paesi sopra citati non solo non vi parteciperanno, ma neppure lo trasmetteranno (attuando, anzi, in buona parte dei casi una controprogrammazione televisiva tesa a screditarlo) non gioca certo a favore dell’ESC facendogli perdere una considerevole fetta del proprio pubblico e di credibilità che, inevitabilmente, finirà per riverberarsi anche in altri angoli del continente e, soprattutto, su quel fronte pubblicitario più che mai necessario per tenere in vita una manifestazione di questo tipo. L’impressione è dunque che il ventilato sogno di un’unità europea fondata sull’arte (e sulla canzone in particolare), dopo un promettente avvio, si stia apprestando a ritornare mestamente nel regno delle utopie. Peccato.


