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Il commento

Crans-Montana e quel bisogno di urlare insieme a «Odi»

L'ennesima impresa di Marco Odermatt ad Adelboden ha rappresentato una mano tesa a un Paese – la Svizzera – chiamato a ricompattarsi e ritrovarsi come comunità dopo la strage del Constellation
Massimo Solari
11.01.2026 18:30

Non solo per la sua immensa portata sportiva. L’ennesimo successo di Marco Odermatt sul Chuenisbärgli è entrato nella storia e verrà ricordato per gli estremi entro i quali ha preso vita. La tragedia di Crans-Montana ha ammantato il tradizionale weekend di gare ad Adelboden quanto la copiosa neve che ha imposto gli straordinari agli organizzatori, accompagnando entrambe le manche dello slalom gigante conquistato dal fenomeno elvetico. Il quinto consecutivo, come mai nessuno. Probabilmente nemmeno in futuro.

A separare il mitico tracciato dell’Oberland bernese dal teatro della strage di Capodanno sono, in linea d’aria, 21 chilometri e l’altopiano glaciale della Plaine Morte. Una prossimità temporale e geografica che ha pesato sui cuori di numerosi atleti e 25 mila appassionati. Una prossimità dalla quale, con rispetto prima e ineluttabile bisogno poi, si è umanamente e progressivamente preso le distanze.

Sì, ad Adelboden sono stati assordanti sia il silenzio, del venerdì senza festeggiamenti e a ridosso del via, sia il clamore per lo spettacolo offerto in pista. Due abbracci, entrambi sentitissimi, entrambi emozionanti ed emozionati. Il rumore e l’entusiasmo della folla, all’apparenza così dissonanti a fronte di quanto accaduto in Vallese, necessitavano tuttavia di un appiglio. Di una giustificazione, anche. Come se l’importanza dell’appuntamento, sul piano agonistico, non bastasse da sola per concedersi – per concederci – una tregua dai cattivi pensieri. Per permettersi di voltare pagina, coscienti che il libro – con tutti i suoi amari capitoli – resterà aperto ancora a lungo.

L’impresa di Marco Odermatt ha, in questo senso, rappresentato una mano tesa a un Paese smarrito e in cerca di riferimenti. Per quanto relativa e per certi versi fugace, la vittoria del nostro campione ha insomma perpetuato una delle missioni più preziose dello sport: unire e promuovere – nella loro accezione più nobile – i sensi di identità e collettività. Se il doppio sigillo della vallesana Camille Rast a Kranjska Gora, in occasione delle prime prove del Circo bianco dopo i fatti di Crans-Montana, era parso un segno del destino, l’urlo di «Odi» ha assunto i contorni della liberazione. Misurata e temporanea, ma pur sempre liberazione. Solo così, in fondo, è stato possibile gioire e accettare lo champagne sul podio da un lato e il lutto al braccio del vincitore dall’altro.

Che poi, a ben guardare, la stessa trama della corsa ha in qualche modo incarnato questo fragile equilibrio. Già, perché dei cinque successi ottenuti dal nidvaldese sul Chuenisbärgli, quello di sabato è sembrato il più controllato e – di riflesso – il meno spavaldo. Certo, le avversità meteorologiche hanno inciso sulla prestazione di Odermatt e dei suoi avversari, rendendo al contempo epiche le gesta del migliore. Ma, appunto, l’interpretazione ha finito per adeguarsi perfettamente al contesto.

Il pesante testimone passa ora al Lauberhorn, dove da venerdì a domenica il popolo rossocrociato disporrà di una nuova opportunità per ricompattarsi. E chi si lancerà dal cancelletto di partenza cercherà di assumere pienamente il proprio ruolo, non quello altrui. «Saremo a Wengen e avremo altro da fare. Dobbiamo concentrarci su noi stessi» ha non a caso affermato Odermatt, replicando indirettamente al presidente del Sion Christian Constantin che mercoledì vorrebbe trasferire tante stelle dello sci al Tourbillon per una cerimonia di commemorazione. Vero, non esiste un solo modo per elaborare il lutto, processo profondamente individuale. Momenti come quelli vissuti nelle scorse ore ad Adelboden, però, possono lenire il dolore di una comunità. Riuscirci anche a fine mese a Crans-Montana, sede di tre gare della Coppa del Mondo, sarà naturalmente molto più complicato.

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