Editoriale

Crans-Montana, un'aggressività che deve farci riflettere

I coniugi Moretti questa mattina hanno rischiato il linciaggio: scene di questa portata, all’interno di un caso giudiziario in divenire, sono rarissime in Svizzera
©ALESSANDRO DELLA VALLE
Paride Pelli
12.02.2026 17:15

I coniugi Moretti questa mattina hanno rischiato il linciaggio. A Sion, all’entrata del loro quarto interrogatorio, sono stati accolti, si fa per dire, da un gruppo di parenti e amici delle vittime e presi a male parole, tra urla e spintoni. Un’atmosfera molto tesa, che è stata a un passo dal precipitare nell’aperta violenza fisica. 

Questo scoppio di aggressività dovrebbe farci riflettere. Anzi, dovrebbe essere fin da subito, senza se e senza ma, un segnale di allarme di quelli inequivocabili, in quanto scene di questa portata, all’interno di un caso giudiziario in divenire, sono rarissime in Svizzera.   

Certo, qualcuno potrebbe voler precisare che la tragedia di Crans-Montana ha una portata altrettanto inedita nonché, ça va sans dire, gravissima, di gran lunga più grave di qualche insulto e spintone. E che quindi, visti gli errori e le esitazioni della nostra magistratura, e vista l’enorme pressione mediatica internazionale sugli inquirenti, sul Governo elvetico (l’ambasciatore italiano a Berna è stato richiamato a Roma) e, alla fine, sull’intera società svizzera, tutto sommato qualche scena violenta può persino accadere e passare per comprensibile, sebbene non giustificabile.

Sostenere questo, oltre che un errore, sarebbe una follia. Non bisogna mai dimenticare che la violenza, quando le si permette di esplodere senza essere criticata e condannata, va subito a costituire un precedente. Oggi stava per accadere a Sion, domani potrebbe succedere a Lugano, dopodomani in qualche altro cantone, dentro un altro difficile caso giudiziario o per ragioni addirittura gratuite. Con tutto il rispetto, la Svizzera non è uno di quei Paesi esotici dove la giustizia è un optional. Abbiamo una lunghissima e riconosciuta tradizione giuridica che assicura che da noi la legge è uguale per tutti. Coniugi Moretti compresi. Se verranno ritenuti colpevoli, pagheranno, e duramente. Dobbiamo dunque continuare ad aver fiducia in un sistema che ha sempre dimostrato di voler perseguire la giustizia. L’alternativa è il caos.

Certo, gli animi sono tesissimi. Il dolore dei famigliari delle vittime, anziché diminuire, sembra aumentare.  Sia per alcune decisioni dei giudici svizzeri - la cauzione di 200 mila franchi è stata considerata da molti troppo «morbida», quasi un segnale di indulgenza rispetto alla gravità dei fatti contestati – sia purtroppo per l’abnorme pressione mediatica sulla vicenda e contro il nostro Paese, e specialmente dall’Italia. Si vorrebbe giustizia immediata, se non sommaria. Ogni decisione processuale viene letta, analizzata e giudicata in tempo reale, e il più delle volte viene smontata e contestata. Un clima assurdo - ripetiamo, inedito in Svizzera - dove la giustizia sta facendo il proprio corso senza che, però, nessuno ci creda più. È una deriva culturale e sociale che rischia, a lungo andare, di trasformarsi in anarchia. Occorre dunque mettere un freno il prima possibile a questa animosità.  

Da tale situazione si esce con provvedimenti concreti ma soprattutto cambiando atteggiamento.  La richiesta di un procuratore straordinario avrebbe potuto rappresentare una soluzione utile: non solo un atto di sfiducia nelle autorità locali, ma uno strumento per rafforzare l’immagine di terzietà e alleggerire un carico diventato straordinario. Così come la gestione della comunicazione internazionale da parte del Governo di Berna porterebbe un punto fermo e una schiarita nel marasma mediatico intorno alle indagini. Ma la situazione, purtroppo, è già ampiamente degenerata. Resta il lavoro, paziente, di recupero della fiducia delle persone, in primis dei famigliari delle vittime. In fondo è a loro, e non certo ai media, che dobbiamo giustizia. Sarà un lavoro lungo, ma è l’unica strada percorribile.

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