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Il commento

Il Festival più democristiano si chiude con un matrimonio

Sal Da Vinci ha vinto con un’immagine da melodramma napoletano, potente e perfettamente televisiva – Ma le polemiche post-Sanremo sono parte integrante dello spettacolo, come i fiori all’Ariston o l’orchestra in buca
Mattia Sacchi
01.03.2026 20:13

Il Festival più democristiano degli ultimi vent’anni non poteva che chiudersi con un matrimonio. D’altronde Carlo Conti lo aveva detto più volte: voleva un’edizione «più cristiana possibile». E, in effetti, c’è riuscito. Letteralmente. Perché Per sempre sì, il brano vincitore, è una dichiarazione d’amore che parla di nozze, promessa, unione. Non poteva esserci finale più coerente per un’edizione che ha fatto dell’ordine, delle buone maniere e dell’assenza di scossoni la propria cifra stilistica.

Sal Da Vinci ha vinto così: prima con il sorriso di chi sa di aver fatto l’impresa, poi con le lacrime che rompono il protocollo, inginocchiato sul palco, la voce rotta mentre dedica il premio alla famiglia e a Napoli. Un’immagine da melodramma napoletano, potente e perfettamente televisiva. Un posto al sole, che poi è quello che ha raggiunto sabato sera. Un lieto fine? Forse non per tutti. Ma le polemiche post-Sanremo sono parte integrante dello spettacolo, come i fiori all’Ariston o l’orchestra in buca.

Quella dell’italoamericano è una vittoria destinata a far discutere. Non tanto – o non solo – per la qualità tecnica del brano, quanto per ciò che rappresenta. È la conferma che Sanremo resta un rito nazionalpopolare, dove la critica può orientare, ma non decidere. Decide ciò che entra nelle case. Decide ciò che viene canticchiato il giorno dopo.

E il dato interessante è proprio questo: non è stato solo il televoto a incoronarlo. Anche la sala stampa – spesso accusata di vivere in una bolla distante dal pubblico – ha contribuito in modo decisivo. La frattura tra «popolo» e «critica», che in altre edizioni aveva prodotto cortocircuiti evidenti, questa volta si è attenuata. Non ha vinto il brano migliore, ma quello di cui gli italiani avevano bisogno oggi. In un periodo segnato da tensioni internazionali, cronaca nera e instabilità diffusa, Per sempre sì offre qualcosa di elementare: una promessa. Una stabilità sentimentale, una melodia calda, una rassicurazione emotiva. Non pretende di cambiare il mondo, ma di essere al fianco di chi la ascolta. E in tempi così, restare è già molto.

È anche una vittoria perfettamente allineata all’impostazione generale dei Festival di Carlo Conti, impegnato costantemente a evitare qualsiasi scivolone o possibilità di critica. Le «buone intenzioni e l’educazione», per citare Bugo e Morgan – quest’ultimo grande assente, ma non è più una novità – sono state la trama invisibile di questa edizione. In quel contesto, Sal Da Vinci era il candidato ideale.

Poi c’è Napoli. Un bacino culturale enorme, compatto, orgoglioso. La musica partenopea ha una forza identitaria che attraversa generazioni e confini. È lo stesso principio per cui i cinepanettoni, dati per spacciati ogni anno, continuano a funzionare: c’è una parte d’Italia che vuole riconoscersi, ritrovarsi. E a Sanremo quell’effetto si amplifica.

Ma sarebbe ingenuo ridurre tutto a un semplice «effetto Napoli». Sal Da Vinci è nel mondo della musica da cinquant’anni. Cinquanta. All’Ariston è stato impeccabile: mai una parola fuori posto, presenza costante tra i fan, disponibilità con i giornalisti, gestione perfetta dei tempi e delle apparizioni. In un Festival dove ogni dettaglio conta, questa è cazzimma, per dirla alla napoletana. Non fortuna.

La canzone è costruita per piacere a un pubblico trasversale. Ha radici napoletane, ma una musicalità mediterranea che può funzionare anche oltre i confini linguistici. Ed è qui che entra un’ipotesi tutt’altro che fantasiosa: l’Eurovision. In quel contesto, dove immediatezza e melodia spesso prevalgono sulla complessità, un brano così potrebbe sorprendere e addirittura vincere. E se davvero l’Eurovision finisse a Napoli, altro che matrimonio: comincerebbe direttamente il processo di beatificazione.

La 76. edizione di Sanremo non è stata memorabile per la qualità media dei brani, né una di quelle destinate a cambiare la storia della musica italiana. È stata un’edizione ordinata, controllata, fedele alla propria linea. E ha premiato chi meglio incarnava quella linea.

Le discussioni continueranno, tra chi parlerà di vergogna musicale, chi di conservatorismo, chi di strategia. Fa parte del gioco. Rimane il fatto che per una settimana un Paese che si divide su tutto si è ritrovato a discutere di una promessa d’amore.

Adesso Sanremo è finito, andate in pace. Che, di questi tempi, ce n’è davvero bisogno.

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