L'ACB, un gigante dai piedi d'argilla, e non da ieri

Deudas. Deudas. E ancora deudas. Debiti, debiti. E ancora debiti. In casa AC Bellinzona, purtroppo, sono una montagna. Interpellato da un’accomodante radio sudamericana sullo stato dei conti al Comunale, Juan Carlos Trujillo non ha praticamente parlato d’altro. Tradotto: la società granata, fresca di retrocessione sportiva, è appesa a un filo. Come tredici anni fa, ma a fronte di un crollo finanziario più repentino. E maggiormente inaspettato? No. Purtroppo no. Ammettiamolo, suvvia. Al peggio ci stavamo preparando da tempo. Da quando le redini sfilacciate del club, la scorsa estate, sono passate di mano. Stando al patron colombiano, la fonte principale dell’attuale voragine risiederebbe proprio nell’agire del suo predecessore: Pablo Bentancur. Difficile appurarlo con certezza. Entrambi, azzardiamo senza timore di venire smentiti, non la raccontano giusta. Ciascuno con il proprio grado di responsabilità. Ciascuno a fronte di leggerezze, speculazioni e incompetenze, al vertice del calcio elvetico. Una cosa, però, è sicura: il «glorioso» ACB non si è riscoperto gigante dai piedi d’argilla nelle scorse ore. Da tempo, all’ombra dei castelli, un logo e tre lettere mascherano una profonda dissonanza. Da un lato la storia e l’immagine ideale della società calcistica. Dall’altro la sua deriva, subordinata a interessi personali e giochi di potere, ma altresì certificata da una disaffezione eclatante.
Il club, che oggi barcolla sull’orlo del burrone, è stato - né più, né meno - uno strumento ad personam, attorno al quale sono stati coinvolti quasi più avvocati che tifosi. Insomma, un terreno di affari e di contenziosi, poco importa l’assenza - pressoché totale - di un progetto sportivo. Su queste basi, fragilissime, Bentancur è senza dubbio stato in grado di muoversi in modo più astuto, facendo valere un bagaglio d’esperienza - in termini di mercato e contatti - sufficiente per non affondare sul campo. Allo stesso tempo, tuttavia, la gestione di don Pablo ha palesato per prima dei limiti enormi sul piano amministrativo e, di riflesso, organizzativo. Ed è proprio in questo quadro che, a ben guardare, è stata persa di vista una possibile ancora di salvezza, in anticipo sull’irreparabile. Sì, perché il progetto Team Ticino e la successiva evoluzione d’impronta bianconera avrebbero potuto favorire - in prospettiva - una pianificazione meno retorica e più a misura di Bellinzona. E invece no, e-mail e piccole invasioni di campo non sono state lette e in alcun modo tollerate, traducendosi in un regalo in parte avvelenato per la proprietà Trujillo.
Il colombiano, lui, credeva invece di poter fare e disfare a piacimento. Funziona in patria, con il Llaneros, funziona in Spagna, con l’Eldense: perché non dovrebbe funzionare in Svizzera? E il fatto che la Swiss Football League abbia funto da facilitatrice tanto interessata - e ciò al fine di liberarsi, una volta per tutte, dagli spigoli di Bentancur - quanto colpevole, ha reso l’epilogo ancor più imbarazzante. Tra slogan ampollosi, una fede nel destino sbriciolatasi alla prova dei fatti (e dei debiti) e un’affidabilità economica di scarso spessore, Trujillo ha creato i presupposti per il disastro, sul rettangolo verde e non solo. E così, leggendole a posteriori, le rassicurazioni fornite solo a metà marzo provocano un sorriso amaro: «Se per caso credete che farò un passo indietro, che venderò la squadra o che abbandonerò la città lasciando a metà questo processo, beh, non succederà. Lavoreremo intensamente e se ci toccherà giocare in Promotion League cercheremo di risalire di nuovo». Come no. Nel giro di qualche settimana, consapevole di essere alle corde, il numero uno dell’ACB ha provato a sferrare pugni a destra e a manca. E il calcio d’élite. E i diritti di formazione. E Bentancur... E poi, sempre più opprimenti, i debiti. Deudas. Deudas. E ancora deudas. Siamo già al fuggi fuggi, dunque, e allo scarico di qualsivoglia responsabilità. Ecco perché risulta difficile, o se preferite tremendamente complicato, immaginare - per incanto - una soluzione condivisa tra la vecchia e l’attuale proprietà, al fine di appianare una parte consistente dei passivi e aprire un varco per la (ri)comparsa di qualche vecchio saggio granata. «Se non arrivano i risultati entro due anni, me ne andrò» promise altresì, lo scorso settembre, Juan Carlos Trujillo. La sua infausta parabola si è schiantata molto prima.




