Crans-Montana, la solidarietà in moneta e i pericoli democratici

Il Consiglio degli Stati ha detto sì, ha teso la mano, e cinquantamila franchi, alle vittime del rogo di Crans-Montana. Ma non è stato un sì sereno, né convinto, men che meno compatto. Piuttosto un sì accompagnato da dubbi, interrogativi e cautele che attraversano gli schieramenti politici come una crepa sottile ma evidente. E forse è proprio questo il dato più interessante del dibattito che si è aperto attorno agli aiuti federali: le critiche emerse non sono tanto (o solo) un riflesso ideologico o un gioco di posizionamento. Sono critiche di sostanza. Del resto, quando il Parlamento federale è chiamato a mettere mano a una legge urgente stanziando oltre 35 milioni di franchi di denaro pubblico, il minimo sindacale è porsi qualche domanda. Non per negare la solidarietà - quella nessuno la mette in discussione essendo nel DNA dell’essere svizzeri - ma per interrogarsi sulle conseguenze istituzionali, democratiche e giuridiche di una decisione che rischia di essere sostenuta dall’emozione del momento, ma che ci porterà molto lontano. Con effetti indesiderati e oggi, magari per convenienza o paura, sottaciuti.
Mettiamo da parte per un istante gli aspetti giudiziari e d’indagine dell’affaire Constellation-Crans: è innegabile che la Svizzera e gli Stati a noi vicini hanno reagito in maniera professionale e profondamente umana per aiutare le vittime a livello medico sanitario, generando un’ondata di solidarietà internazionale. Nessuno contesta che le vittime e i loro familiari meritino sostegno, comprensione e aiuto concreto. Ma è basilare dire che con i soldi non si cerca di calmare l’ondata d’indignazione, finanche l’umana rabbia. Una legge invece, per definizione, ha carattere universale. Stabilisce principi che valgono per tutti e non per un singolo caso. Qui invece il Parlamento si trova di fronte a un intervento ad hoc, costruito su misura per una specifica, per quanto tragica circostanza. Ed è proprio questo il nodo che inquieta molti parlamentari, anche tra coloro che hanno votato il credito agli Stati o sono pronti a fare altrettanto lunedì al Consiglio nazionale. Perché il rischio è evidente: trasformare un gesto di solidarietà in un precedente giuridico pesante. Perché se la Confederazione interviene finanziariamente in un disastro la cui responsabilità - almeno secondo quanto emerge finora dalle indagini - riguarda privati, autorità locali e sistemi di controllo cantonali, si introduce di fatto un principio implicito: quello di una responsabilità collettiva. Come se l’intero Paese dovesse farsi carico di errori o negligenze che, se accertate, appartengono ad altri livelli istituzionali o ai soggetti privati.
Se ogni tragedia con grande eco mediatica dovesse aprire la porta a un intervento federale straordinario, il confine tra responsabilità e solidarietà rischierebbe di confondersi pericolosamente. E la domanda diventerebbe inevitabile: perché qui sì e altrove no? Il precedente è oggettivamente insidioso. Il Consiglio degli Stati ha cercato di mettere una toppa introducendo il diritto di regresso: la Confederazione potrà rivalersi sui responsabili una volta accertate le colpe. Una clausola che, sulla carta, tutela il principio di responsabilità. Sulla carta, appunto. Perché nella realtà la domanda è inevitabile: qualcuno riesce davvero a immaginare la Confederazione impegnata fra qualche anno in una complessa battaglia giudiziaria per recuperare milioni di franchi? Davvero Berna si metterà a litigare con i coniugi Moretti, con il Comune di Crans-Montana o con il Canton Vallese per fare rientrare le somme anticipate? Più che un meccanismo credibile, il diritto di regresso assomiglia a uno zuccherino politico: una clausola rassicurante per superare le resistenze parlamentari che difficilmente diventerà realtà.
Il convitato di pietra in questa storia condita da troppe leggerezze e negligenze è lo Stato italiano, il suo Governo e la sua (sedicente) diplomazia. Inutile negarlo, il giudizio dell’Italia su quanto si sta decidendo a Berna non è irrilevante. Anche se si fa finta che lo sia. Nel dibattito di mercoledì nell’ovattata sala dei senatori, dove non si alza mai la voce e il tono è sempre istituzionale, è arrivata anche la tardiva dichiarazione del consigliere federale Beat Jans, che ha voluto respingere con fermezza le pressioni italiane sulla gestione del dossier. Parole dure, forse anche comprensibili, ma inevitabilmente fuori tempo e dannose nella tempistica. Per settimane il silenzio è stato quasi totale, Jans è stato un caso da «Chi l’ha visto?» (o sentito). Poi, improvvisamente, l’affondo contro Roma e il richiamo al fatto che la Svizzera è uno Stato di diritto. Una puntualizzazione legittima, certo. Ma che suona tardiva. Come ricorda un antico adagio latino: excusatio non petita, accusatio manifesta. Quando ci si difende senza che nessuno lo chieda, il sospetto nasce quasi da sé. E tutto questo ci indebolisce, ci rende meno svizzeri e in balia degli umori, spesso anche sguaiati, altrui.


