L'editoriale

Il caso Berset e i «media di regime»

Il giornalista, con la sua onestà e le sue capacità d’indagine, va ad approfondire una situazione di cui i lettori non sarebbero venuti a conoscenza: è così che sono nate le grandi storie di copertina, diventate capolavori di spirito democratico — Ecco allora che chi prende una mela marcia per mettere sotto accusa l’intera categoria è in malafede
Paride Pelli
Paride Pelli
25.01.2023 06:00

Un organo ad hoc sarà chiamato a indagare su tutte le indiscrezioni di stampa legate alla pandemia: a partire dal «caso Berset». La decisione di ieri, in ogni caso, mette ulteriormente sotto pressione il consigliere federale socialista e solleva qualche riflessione anche sotto il profilo del rapporto tra politica e media e tra chi i media li possiede e chi li dirige. In poche parole, l’ex capo della comunicazione e stretto collaboratore di Berset, Peter Lauener, ha passato in modo sistematico al CEO del gruppo Ringier, Marc Walder, informazioni riservate sulla gestione della pandemia. Se per questa via le notizie venissero poi anticipate dal «Blick», è appunto da accertare. In una email interna inviata ai dipendenti (ma diventata paradossalmente anch’essa pubblica, in una specie di fuga di notizie all’incontrario, forse voluta) l’editore Ringier ha precisato che il proprio CEO non era in alcun modo coinvolto nella produzione delle notizie e che gli scoop erano merito della redazione.

In attesa del risultato delle indagini, constatiamo che alcuni esponenti della politica non si sono lasciati scappare l’occasione per denunciare l’inqualificabile complicità tra la politica e i «media di regime». Questi ultimi sostenuti e foraggiati - uno dei punti cardine degli attacchi è stato proprio questo - con sussidi pubblici. Che tali sussidi siano oramai in caduta libera, e in una situazione di grande difficoltà del settore, è un fatto che non ha sfiorato chi ha mosso le critiche, che a questo punto suonano tanto gratuite quanto infondate. Se lo Stato avesse davvero un interesse a tenere al guinzaglio i media ossequiosi, troverebbe il modo di adoperarsi maggiormente a favore di essi e con generosità (che negli ultimi anni non si è mai vista). La realtà è invece che i media vivono grazie ai propri abbonati (in calo) e alla pubblicità (pure in picchiata). Ma non è questo il nocciolo della questione. Chiunque abbia pratica di giornalismo sa che per raccogliere le notizie il reporter deve spesso inoltrarsi in una zona grigia. Un detto della professione recita addirittura che «le vere notizie si rubano». Ma attenzione: non è nulla di illegale né di scorretto. È piuttosto il giornalista che, con la sua onestà e le sue capacità d’indagine, va ad approfondire una situazione di cui i lettori non sarebbero venuti a conoscenza. È così che sono nate le grandi storie di copertina, diventate esemplari capolavori di spirito democratico: il Watergate su tutti.

Ecco allora che chi prende una mela marcia per mettere sotto accusa l’intera categoria è in malafede. Da questo punto di vista condividiamo l’affermazione di alcuni colleghi della Svizzera francese e tedesca, secondo cui se il «Blick» ha ragione, non ha nulla da temere dalle indagini dei poteri giudiziari e parlamentari, o anche degli altri reporter. Resta il problema di alcuni giornalisti - e sono meno di quanto si pensi - che si mettono «al servizio» del politico di turno, nella speranza di trarne guadagno sotto forma di notizie riservate o di una posizione lavorativa migliore. Questi non fanno mai molta strada, né in termini di credibilità professionale né per quanto riguarda il valore delle notizie che racimolano. Tornando allo specifico caso Berset, poi, occorre sottolineare che le informazioni venivano trasmesse all’editore e non direttamente a un giornalista. Le indagini appureranno quanto la filiera interna di condivisione delle fonti e delle notizie fosse o meno trasparente. È tuttavia singolare e curioso che il direttore responsabile della testata (oltre che Berset, ça va sans dire) non si sia accorto di tutte quelle «insolite» anticipazioni in prima pagina. Da una situazione del genere, così aggrovigliata, per ora possiamo solo trarre un paio di insegnamenti: per il bene della politica è meglio che politici e giornali non tentino di compiacersi a vicenda, e per il bene dei media è bene che gli editori resistano alla tentazione di dirigere le proprie testate e abbiano a cuore innanzitutto la loro indipendenza.

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