Cerca e trova immobili
L'editoriale

Il metodo Trump genera solo caos

L’Iran è solo un capitolo, per quanto dirimente, di una visione che sta mettendo sottosopra il pianeta, nel tentativo di riconfigurarlo per i prossimi decenni
Paride Pelli
02.03.2026 06:00

Il progetto di Stati Uniti e Israele di ridisegnare l’intero Medio Oriente a proprio vantaggio, e senza lesinare nell’uso della forza, non può che destare profonde preoccupazioni anche in Europa. Sabato scorso all’alba, il bombardamento di Teheran, che stava conducendo con Washington negoziati che lo stesso Trump definiva positivi fino a pochi giorni prima, ha aperto un nuovo capitolo di instabilità nel Golfo Persico e sulle rotte mondiali del petrolio. Ma non si tratta solo di ripercussioni economiche sul Vecchio Mondo. Queste ultime, come accaduto anche in seguito alla guerra in Ucraina, possiamo cercare, tra mille difficoltà, di tenerle a bada. Ad allarmare, piuttosto, e a gettare una cupa ombra sul futuro dell’Occidente, è il metodo che si è deciso di adottare. Dall’inizio del suo secondo mandato, Trump ha mostrato un crescente sprezzo per il dialogo alla pari e per il diritto internazionale, muovendosi militarmente ad ogni latitudine senza più nessuna remora. Ai suoi occhi, nessuno «ha le carte in mano»: né Zelensky né i Paesi cui infliggere dazi né l’UE né il prossimo Paese che entrerà, per qualche ragione, nel mirino della Casa Bianca. Si vive perennemente sull’ottovolante, ma manovrato da Washington. Non è un bel vivere, ça va sans dire, nemmeno sotto l’aspetto dello sviluppo, dell’innovazione e dei commerci.

Il pericolo, tra gli altri, è quello di farci l’abitudine. Quando ha potuto, Trump ha decapitato tout court i vertici politici di Stati con cui non aveva buoni rapporti. Quando questo non è stato possibile, perché si trattava di Paesi occidentali, come la Groenlandia, ha dato il via a una meno provocatoria strategia per la conquista del consenso interno, usando un giorno le minacce, un altro le lusinghe. Tutti tentativi che, nel tempo, si sono consolidati in un vero e proprio metodo di azione geopolitica: una teoria e una prassi che probabilmente ci accompagneranno fino alla fine della presidenza del tycoon e forse oltre. L’Iran, infatti, è solo un capitolo, per quanto dirimente, di una visione che sta mettendo sottosopra il pianeta, nel tentativo di riconfigurarlo per i prossimi decenni.

L’Europa, da questo punto di vista, è ferma e immobile. Presa alla sprovvista da questo nuovo «disordine mondiale», ha cercato di far valere gli antichi strumenti della diplomazia, del dialogo, della cultura e del diritto, ma il risultato è che adesso sta, nella sostanza, osservando la partita dalla panchina, senza nemmeno la capacità di ergersi ad arbitro. Il quale sarebbe, in questa baraonda geopolitica, il ruolo più necessario di tutti. Purtroppo, siamo immersi in una temperie globale che non lo prevede, anzi lo detesta e dimostra ogni giorno di poterne fare a meno.

Torniamo al conflitto con l’Iran. Nessuno mette in dubbio che sarebbe meglio che ci fosse, in Medio Oriente, più democrazia, di quella vera, non di facciata, e più libero commercio internazionale. Nessuno discute il desiderio legittimo di una parte del popolo iraniano di avere un governo diverso. È democrazia anche questa. Così come non deve esserci la minima esitazione nel condannare qualsiasi minaccia concreta che arrivi a Israele da altri Paesi. Ma di nuovo, tenendo presente gli ultimi tre decenni di storia, dagli attentati alle Torri Gemelle in poi, occorre ribadire che tentare di fermare la guerra con la guerra, addirittura definendola «preventiva», non ha mai portato nulla di buono. Così come l’ormai famigerato «export di democrazia». Tutti ricordiamo l’aumento sconsiderato dei controlli di sicurezza dopo l’11 settembre, che ancora continuano a incidere sulla vita quotidiana di tutti noi, memori di una libertà di movimento ben diversa, gli sconcertanti e sanguinosi attentati in Europa, da Madrid a Parigi, e i profondi attriti con l’Islam radicale in tanti Paesi europei. È superficiale ritenere che questo largo conflitto in Medio Oriente non avrà ripercussioni dirette anche su di noi. Non resta che prepararci.

Non sappiamo quanto durerà questo secondo capitolo della guerra contro l’Iran, dopo i «12 giorni» del giugno scorso. Mentre scriviamo queste righe, la situazione è ancora in divenire e la visione del campo di battaglia poco chiara. L’uccisione di Ali Khamenei potrebbe essere il punto finale di un’epoca come, allo stesso tempo, un detonatore, anche per altre realtà sciite nel mondo (si pensi, ad esempio, a Hezbollah). Quando si apre il vaso di Pandora, tutto purtroppo è possibile. Resta da chiedersi chi l’abbia scoperchiato e con quali reali obiettivi.

In questo articolo: