Il senso della collegialità

Nel nostro sistema politico-paese la collegialità non è un vezzo istituzionale, ma una regola di igiene democratica. È il collante che permette a governi composti da sensibilità diverse di funzionare senza trasformare ogni divergenza in una crisi di sistema. In Ticino, però, questa collegialità viene spesso evocata come uno scudo difensivo più che praticata come metodo di lavoro. E il caso dell’iniziativa «200 franchi bastano», ma prima ancora delle iniziative di PS e Lega sulle casse malati ci hanno detto che occorre aprire la mente e comunicare in maniera trasparente. Ricordiamo Marina Carobbio e Claudio Zali festeggiare la vittoria partitica, mentre il terzetto Gobbi-Vitta-De Rosa rispondeva alla stampa della disfatta alle urne. Più recente è il comunicato del Governo che annunciava il no del collegio all’iniziativa per il taglio del canone radio-tv, mentre sul domenicale di partito la coppia leghista in Consiglio di Stato ha dichiarato che «200 franchi bastano davvero». Siamo al cortocircuito? La risposta è negativa, perché il metro di giudizio non è quello che passa nelle stanze segrete, ma quello che percepisce il Paese reale: ed è chiaro che collegialità non significa pensare tutti la stessa cosa. Significa decidere insieme e poi assumersi la responsabilità della decisione. Una decisione che può essere presa all’unanimità o a maggioranza. E allora, visto che è «buona la seconda» perché nascondersi dietro a un dito con una comunicazione fuorviante? E perché Gobbi (presidente in carica) e Zali, non hanno preteso di dire ufficialmente le cose come stavano invece di firmare sul Mattino ciò che davvero pensano?
Nessuno, davvero nessuno, crede che in Consiglio di Stato regni un’armonia celestiale sui temi dirimenti. Non ci crede l’operaio che fatica a pagare la cassa malati, non ci crede l’imprenditore soffocato da tasse e balzelli e non ci crede nemmeno l’elettore più ingenuo. Il problema nasce quando un Governo fa finta che le differenze non esistano. Il pluralismo è una ricchezza, non una colpa e men che meno una vergogna dalla quale nascondersi. Difenderemo sempre, e comunque, la libertà di ognuno di dire (civilmente) la sua opinione e speriamo che questo ennesimo scivolone conduca il Governo a dire la verità, anche perché la verità è testarda, prima o poi emerge. Paradossalmente anche la trasparenza nel dire senza sottacere è collegialità. Affermare con trasparenza: «Abbiamo discusso, ci sono state divergenze, ma la maggioranza ha deciso questo per questi motivi», non indebolisce il Governo. Lo rafforza. Perché restituisce ai cittadini un’immagine adulta della politica, fatta di confronto vero e non di comunicati ovattati. Il Paese reale, lo ribadiamo, non chiede unanimismi finti. Chiede trasparenza.
E qui entra in gioco l’altro grande errore, speculare e forse ancora più negativo: l’uso del foglio leghista come clava politica. Un vizio antico, che in passato ha già prodotto danni collaterali evidenti. Gobbi lo sa bene: l’episodio dell’«arrocchino» dovrebbe aver insegnato che trasformare un settimanale di partito in un megafono anticipatore non paga. Né sul piano istituzionale, né su quello della credibilità personale.
La lezione, se qualcuno avrà voglia di ascoltarla, è semplice. La collegialità non si difende negando le differenze, ma governandole. Non si tutela usando vie alternative, ma parlando a titolo preventivo con una voce istituzionale chiara, anche quando è scomoda. Il Ticino non è un laboratorio astratto. È fatto di persone che si informano, che capiscono benissimo quando qualcuno sta giocando di rimessa. L’interpretazione rigida del metodo collegiale d’altri tempi non regge più, noi preferiamo l’interpretazione intelligente da parte delle persone piuttosto che l’ideologico rispetto di consuetudini che non reggono alla prova dei fatti. Non è un dogma ma uno strumento concreto di decisione. Anche perché se viene interpretata come impedimento o museruola, finisce per appiattire e annullare. Oppure, peggio ancora, troverà altre valvole di sfogo, che fanno più rumore generando confusione.
La collegialità, quella vera, non è silenzio forzato. È responsabilità condivisa. E il Paese reale che non tutti la pensano allo stesso modo lo sa già. Sta al Governo dimostrare di avere il coraggio e l’onestà profonda di volerlo e saperlo riconoscere e spiegare.


