Cerca e trova immobili
L'editoriale

Il Ticino non vota più con il pilota automatico

Se tre indizi fanno davvero una prova, potrebbe essere che il vento sia cambiato – In primis a sud delle Alpi e questo in base alle percentuali dei favorevoli all’azione dell’UDC che battono in ritirata
Gianni Righinetti
16.06.2026 06:00

C’era una volta il Ticino che diceva forte e chiaro sì alle proposte dell’UDC anti-UE, anti-bilaterali. I dati non mentono mai e in tre quadrienni si è passati dal 68% di favorevoli all’iniziativa contro l’immigrazione di massa, al 53% dei consensi alla proposta per smantellare la libera circolazione, fino al risicato sì di domenica al 50,7% sulla proposta «No a una Svizzera da 10 milioni!». Cosa sta accadendo? Una domanda più che pertinente anche in base al voto contrario delle principali città, con la capitale economica Lugano (il polo di marca Lega-UDC) a sbattere la porta in faccia a una politica di destra e addirittura la capitale politica Bellinzona allineata con i democentristi. Il mondo ticinese alla rovescia vien da dire.

A meno di un anno dall’inizio del trittico elettorale con cantonali-federali-comunali in sequenza per disegnare i rapporti di forza per il quadriennio che verrà, è senz’altro un fattore degno di nota. Anche se nella fase attuale non si presta a letture univoche e conseguenze certe. Ma sui 10 milioni resta indelebile l’impronta del clamoroso flop della coppia di destra a Lugano. Di certo Lega e UDC non vivono il loro periodo più sereno con le discussioni in atto e le tattiche sotto traccia per la corsa al Consiglio di Stato, tra lista unica, via solitaria, Claudio Zali, Piero Marchesi e ora pure l’ipotesi che scenda in campo Marco Chiesa, il più democristiano dei democentristi, capace di farsi eleggere e rieleggere al Consiglio degli Stati dove vige la logica del maggioritario e per avere successo non basta convincere la base degli «aficionados», ma servono anche i voti di chi sulla scheda solitamente non mette la crocetta a fianco dell’acronimo «UDC». Ma questa, semmai, sarà musica delle prossime settimane o dei prossimi mesi. Indubbiamente i leghisti che si sono spesi per i 10 milioni li possiamo contare sulle dita di una mano, e le cinque a disposizione sono già troppe. Ricordiamo un intervento a gamba tesa di Norman Gobbi sul consigliere federale Beat Jans, quel genere di critiche sulla persona che in una dinamica politica solitamente accendono il dibattito e motivano le truppe. Così non è stato. E non è un caso. Resta da capire se è tutto solo da ascrivere alle tensioni e all’attenzione a non dare una mano a chi potrebbe poi godere di visibilità e della buona onda, oppure se si tratta di un calo della motivazione dei cittadini-soldato che non credono più nella politica urlata, ma si apprestano a rientrare a sostenere quella che, qualunque sia il tema in discussione, ha come comun denominatore la moderazione.

Sta di fatto che se tre indizi fanno davvero una prova, potrebbe essere che il vento sia cambiato. In primis a sud delle Alpi e questo in base alle percentuali dei favorevoli all’azione dell’UDC che battono in ritirata. Il Ticino però non è che uno dei Cantoni e la prova del nove non saranno strettamente le elezioni all’orizzonte, dove contano sì i partiti, il posizionamento sui temi della campagna elettorale. Poi però un ruolo essenziale lo hanno i volti dei candidati o ricandidati. La madre di tutte le battaglie sarà il confronto sui Bilaterali III, tema ribattezzato dall’UDC come «Accordo di sottomissione». In questo senso a pesare sarà la decisione che prenderanno le Camere federali sulla doppia maggioranza, quella del popolo e dei Cantoni, con la necessità di raggiungere il quorum dei 12. Si tratta di una misura pienamente democratica che attribuisce un equo peso anche a chi numericamente conta meno. Una soluzione altamente elvetica e che fungerebbe indubbiamente da stimolo con la logica del rilancio per l’UDC e il suo fronte che denota stanchezza nel fare passare quel messaggio che un tempo in Ticino viaggiava con il pilota automatico, senza alcuno sforzo.

Ma c’è da dire che anni di battaglia sterili sul fenomeno del frontalierato, che, piaccia o meno, è intimamente legato alla nostra realtà socioeconomica, unitamente a promesse mai mantenute pesano. Alla memoria torna il decalogo della Lega quando nel 2011 brandiva la sciabola per tagliare il crescente numero dei lavoratori da oltre frontiera, con la soglia di 35.000, mentre realisticamente si veleggiava attorno ai 55.000. Oggi siamo a quota 78.000. Le promesse che hanno quale base i nudi e crudi numeri sono da sempre un potenziale boomerang: immediatamente misurabili ponendo chi se ne era fatto vanto, con le spalle al muro in caso di insuccesso. E la storia si è ripetuta domenica con quei «10 milioni». E prima delle elezioni cantonali l’UDC spera di poter votare sull’iniziativa «Stop all’aumento dei dipendenti cantonali» che rilancia il vizietto dei numeri e delle percentuali con l’obiettivo di un tetto massimo al numero di dipendenti dell’amministrazione cantonale: non più dell’1,3% della popolazione residente in Ticino. Svilente ridurre così la politica.

In questo articolo: