Cerca e trova immobili
L'editoriale

Le promesse ai cittadini nel Paese dei Balocchi

Sulle iniziative sulla cassa malati il Consiglio di Stato ha scelto la via della gradualità: si applica la volontà popolare, ma nei limiti del possibile – Una posizione quasi banale nella sua ragionevolezza, eppure politicamente indigesta
Gianni Righinetti
16.04.2026 06:00

Per carità, in politica vale sempre il detto «piove, Governo ladro». È un riflesso antico, quasi consolatorio: se qualcosa non funziona, la colpa è di chi governa. Ma poi ci sono i dati, i numeri, la realtà. E quella, a differenza degli slogan, non si lascia piegare. Il Consiglio di Stato è tutto fuorché perfetto: spesso assente, talvolta titubante, incline a rifugiarsi in un amministrativismo esasperante, coraggioso solo quando si tratta di sancire l’ovvio. Eppure, di fronte a due iniziative che scottano come brace viva - con un impatto stimato in 350 milioni di franchi annui - ha fatto ciò che andava fatto: si è mosso con tempismo e ha imboccato l’unica strada praticabile, quella della realpolitik. Non è poco. Anzi, è già molto in un contesto politico abituato a dilatare i tempi fino a renderli irriconoscibili.

I testi originali risalgono al 2022, il voto popolare alla fine di settembre dello scorso anno e, trascorsi sei mesi, una prima proposta è sul tavolo. Rapida, per gli standard della politica. Inevitabile, per quelli della realtà. Perché qui sta il punto: dire sì alle urne è facile. Tradurre quel sì in atti concreti, sostenibili e coerenti è tutt’altra faccenda. Il voto sulle casse malati è l’esempio perfetto di questa dicotomia. Due iniziative, due promesse accattivanti - più sussidi da una parte, meno pressione fiscale dall’altra - entrambe approvate. Due facce della stessa medaglia populista, speculari e, per certi versi, incompatibili.

Il popolo ha risposto alle domande che gli sono state poste. Non poteva fare altrimenti. Ma non gli si può chiedere di avere quella visione d’insieme che spetta alla politica. E invece è proprio lì che il sistema mostra le sue crepe. Perché se chiedete ai cittadini se vogliono finanze sane, diranno sì. Se chiedete se vogliono più sussidi, diranno ancora sì. Se proponete sgravi fiscali, la risposta non cambierà. Tutto e il contrario di tutto. È umano. Meno lo è per chi governa far finta che questa contraddizione non esista. Il Consiglio di Stato, consapevole del nodo, ha scelto la via della gradualità: si applica la volontà popolare, ma nei limiti del possibile, con una prima tappa nel 2027 e l’obiettivo di andare a regime nel 2029. Una posizione quasi banale nella sua ragionevolezza. Eppure politicamente indigesta. Perché smonta la narrazione di chi ha costruito consenso sull’idea che bastasse un sì per ottenere tutto, subito e senza conseguenze.

La verità, brutale nella sua semplicità, è che le iniziative costano. E costano molto. Non basta evocare il solito «paga Pantalone», perché Pantalone - il contribuente - ha un limite. Né si può pensare di coprire cifre di questa portata con qualche risparmio marginale. Il resto è illusione. O peggio: è la cultura del debito, quella che promette oggi e presenta il conto domani, possibilmente a qualcun altro. È qui che il dibattito si fa serio. È corretto subordinare l’applicazione della volontà popolare alla sostenibilità finanziaria? Per favore non mettiamoci ora a cavillare con giuristi e costituzionalisti che indicheranno, motivandolo, il credo del committente. È tempo di assumersi la responsabilità. Fino in fondo. Invece, il copione è noto. Si accusa il Governo di frenare, di tradire lo spirito del voto, di nascondersi dietro i numeri. Ma quando si entra nel merito, il silenzio diventa assordante e l’imbarazzo dilagante. Tutti d’accordo sugli obiettivi, nessuno sulle conseguenze. E così si alimenta un cortocircuito pericoloso: da una parte promesse irrealistiche, dall’altra una prudenza che rischia di apparire paralisi. Nel mezzo, il cittadino, sempre più disorientato.

Eppure, il sistema svizzero e cantonale non è fatto per i colpi di testa. Vive di compromessi, di coerenza. Quella coerenza che impone di dire non solo cosa si vuole, ma come lo si paga. Non è il Monopoly, dove il denaro è infinito. Non è il Paese dei Balocchi. È la gestione concreta di risorse limitate. L’immagine del bicchiere d’acqua evocata dal presidente del Governo Claudio Zali è, in questo senso, illuminante: mezzo pieno o mezzo vuoto, dipende dallo sguardo. In una società abituata al «tutto e subito», prevale l’insoddisfazione. Comprensibile, ma non per questo giustificabile. Perché un Cantone che vive da anni al di sopra delle proprie possibilità non può continuare a ignorare il principio di realtà. Ora la palla passa ai partiti e al Parlamento. Tocca a loro trasformare le promesse in decisioni, le parole in numeri, il consenso in responsabilità. E forse, per una volta, sarebbe utile anche un esercizio di autocritica. Perché l’ingordigia elettorale e i calcoli di bottega hanno contribuito a creare questa situazione. Il rischio, altrimenti, è quello di continuare a suonare mentre il Titanic imbarca acqua. La storia insegna che certi finali non arrivano all’improvviso. Si formano, lentamente, tra un’illusione e l’altra. E quando ci si accorge che il prezzo delle promesse è troppo alto, spesso è già tardi.

Correlati