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L'editoriale

Un Paese civile non volta lo sguardo

Riflessioni sul fenomeno del femminicidio
Gianni Righinetti
29.07.2026 06:00

Tre donne uccise in Ticino in pochi mesi. Diciassette in Svizzera dall’inizio dell’anno. Sono numeri che pronunciamo, scriviamo, mettiamo nei titoli. Poi arriva un’altra notizia, la vita riprende la sua corsa e quelle cifre rischiano di finire nel grande deposito della memoria corta. Ma tre donne uccise in quanto donne non sono una statistica, bensì vite interrotte e famiglie devastate. E possono significare finanche figli orfani. Nessuna sentenza, nessun minuto di silenzio e nessun mazzo di fiori riusciranno mai a colmare questo vuoto. E allora diciamolo senza giri di parole: non basta dirsi solo «scossi». Non basta manifestare una preconfezionata «incredulità». E non basta ripetere che «una vittima è già una vittima di troppo». Per carità, una formula ineccepibile, ma che a forza di essere usata, rischia di diventare una comoda assoluzione collettiva per pulirsi la coscienza. La domanda vera è un’altra: che cosa facciamo, concretamente, prima che una donna venga uccisa? Perché quasi mai siamo davanti a un fulmine a ciel sereno. La parola «raptus», tanto rapida quanto arrendevole, spesso serve più a chi racconta che a chi cerca di capire. Chiude il caso in una fiammata improvvisa, imprevedibile, magari anche estranea alla volontà dell’assassino. Dietro molti femminicidi ci sono controllo, minacce, umiliazioni, pedinamenti e paura. C’è un’escalation di violenza. C’è un uomo che non accetta un no, una separazione, la fine di un rapporto, l’autodeterminazione della donna che gli dice «basta». C’è l’idea, antica e durissima a morire, che la donna non sia davvero libera di andarsene. La storia ci dice che all’incirca la metà degli omicidi del partner avviene durante o dopo una separazione. È il momento in cui la libertà di lei diventa, agli occhi dell’uomo violento, una perdita di potere. E non si tratta di amore. È solo possesso che svanisce. Nell’approfondimento pubblicato nell’edizione di ieri del Corriere del Ticino emergeva un altro dato: mentre gli omicidi in Svizzera sono diminuiti nettamente negli ultimi decenni, quelli di donne sono rimasti sostanzialmente stabili. La società è diventata più sicura, ma non abbastanza per le donne dentro le relazioni, dentro le case, nei luoghi che dovrebbero proteggerle? Dobbiamo giungere alla conclusione che la sicurezza pubblica è migliorata mentre quella privata continua troppo spesso a essere considerata una faccenda di coppia? Forse la chiave di volta è questa. Invocare la privacy, la protezione della sfera personale e dire che «in fondo è una faccenda privata» induce alla prudenza di chi osserva e magari s’interroga per alcune stranezze. Talvolta finché diventa troppo tardi.

La casa non è sempre un rifugio. Può essere il luogo in cui il controllo diventa quotidiano e quindi quasi invisibile e normale. È controllato il telefono, i soldi amministrati da altri, le amicizie eliminate una dopo l’altra e la dignità si scioglie. Consideriamo che non tutte le violenze lasciano lividi, alcune lasciano una donna senza voce, senza rete, senza denaro e senza la convinzione di poter essere creduta. È anche per questo che chiedere aiuto è difficile. Non perché le vittime siano deboli, ma perché spesso sono lasciate sole. Il nuovo numero nazionale 142 è un passo importante: semplice, gratuito e disponibile. Nel primo mese, in Ticino, ha ricevuto 122 chiamate. Quattro al giorno. Se qualcuno avesse ancora bisogno di una prova, eccola. Il problema esiste, è vicino, attraversa famiglie, età, passaporti e anche ceti sociali. Ma un numero telefonico, da solo, non può diventare l’alibi di un sistema. La telefonata è l’inizio, non la soluzione. È una grande sfida, perché nell’era del digitale tutto corre in teoria, ma la burocrazia imperversa sempre. In certe situazioni invece tutto deve risolversi in fretta, nonostante i tempi amministrativi. La paura, purtroppo, non ha la pazienza di attendere.

Ora si valuta se introdurre nel Codice penale il reato specifico di femminicidio. È una discussione legittima, ma non può diventare una scorciatoia. Le leggi servono, le parole del diritto contano e definire un fenomeno aiuta a renderlo visibile. Tuttavia, nessuna donna viene salvata da un articolo che entra in scena dopo la sua morte. La priorità è impedire che il delitto accada. Se l’energia politica si esaurisse in una nuova fattispecie penale, avremmo ottenuto un simbolo e mancato il bersaglio. Occorre invece un registro solido, capace di ricostruire contesti, moventi, precedenti interventi e segnali d’allarme. Non per alimentare una contabilità macabra, ma per imparare dagli errori. Ogni femminicidio dovrebbe provocare una verifica indipendente della catena di protezione: chi sapeva che cosa, quali misure erano state adottate, dove si è aperto un vuoto. Senza processi sommari, ma anche senza la tentazione di archiviare tutto sotto l’etichetta dell’imprevedibile. Un sistema serio non cerca alibi: cerca falle.

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