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L'editoriale

Una granata evitabile tra sicurezza e libertà

Durante la discussione sul dossier della revisione della Legge sulla polizia, Zali ha compiuto una mossa sotto la cintura, degna di essere considerata finanche istituzionalmente scorretta
Gianni Righinetti
24.04.2026 06:00

Quello che è accaduto in Gran Consiglio il giorno in cui è stata dibattuta la revisione totale della Legge sulla polizia, ha dell’incredibile e verosimilmente costituisce qualcosa di unico. Oltre quattro ore di discussione, 43 emendamenti, per una legge varata nel 1989 e corredata da 33 articoli, in cantiere da anni e che oggi di articoli ne conta 85. Il progetto, discusso per una dozzina d’anni dagli addetti ai lavori è stato varato dal Governo nel 2023 su suggerimento del direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi e da tre anni scandagliato a livello commissionale, giungendo al sì corale, suggerimento accolto con un voto chiaro, per la soddisfazione del Consiglio di Stato.

Questa è la storia a lieto fine con tanto di esame passato a pieni voti per molti, ma non per tutti. A manifestare pesanti dubbi e distinguo su un argomento non di dettaglio, è stato il direttore del Dipartimento del territorio, ma, per effetto dell’arrocchino leghista, oggi responsabile del dossier Polizia, Claudio Zali. Il consigliere di Stato ha lanciato quella che è stata descritta come «una granata». Nella sostanza Zali non si è reso protagonista di alcuno strappo o sgarbo al collega di cordata leghista, ma nella forma ha compiuto una mossa sotto la cintura, degna di essere considerata finanche istituzionalmente scorretta. Il punto delicato toccato è quello dell’equilibrio tra sicurezza e libertà, fondamenti ai quali ogni cittadino autenticamente liberale non intende rinunciare. Nel merito della «Gestione cantonale delle minacce» Zali ha ravvisato potenziali effetti collaterali, in particolare riferiti «alla facoltà di indagare preventivamente, e a loro insaputa, su taluni cittadini per riconoscere precocemente coloro che possono costituire una minaccia per terze persone». E questo rientra nella delicata sfera delle attività preventive di polizia, ossia in quel frangente che precede l’insorgere di un pericolo concreto. Insomma: scandagliare tratti, gesta e abitudini di persone che non hanno ancora commesso reati, che magari destano sospetti, con il rischio di farne un uso morboso (la carne, si sa, è debole)? Per poi aggiungere: «Non ho detto queste cose per inquietare, probabilmente sono io a farmi problemi che magari non ci sono». Ma dire sì «presuppone una grande fiducia. La differenza come sempre la faranno le persone più che le leggi».

Decisamente non poco, un vero atto di sfiducia nei confronti delle persone che saranno chiamate a mettere in atto la nuova legge e altrettanto vale per chi l’ha voluta: il collega Gobbi e il Governo. Zali non parla mai per caso, a lui va riconosciuta una capacità analitica sopraffina e nessuno intende mettere in dubbio l’intelligenza dell’ex giudice prestato alla politica. Ma questo non è il metodo corretto e a chi glielo ha fatto notare, Zali ha risposto di non mettergli in bocca parole non pronunciate. Non stiamo a soppesare con il bilancino del farmacista ogni singola espressione magari frutto della contrapposizione politica nel corso di un vivace dibattito tra fronti in competizione in vista delle elezioni. Ma lo stesso Zali sa di avere portato nel dibattito pubblico elementi che pesano come macigni. E allora viene da chiedersi «perché?». E pure «perché solo ora?». Se il clima è così bello, sereno, costruttivo e approfondito in seno all’Esecutivo e nella coppia leghista, come mai oggi si solleva un tema che, se riconosciuto pertinente e valido, richiederebbe interventi trasversali in questa legge e verosimilmente in diverse altre? Zali e Gobbi si parlano o fingono di interpretare un film tutto sorrisi e pacche sulle spalle, ma impugnano quantomeno oggetti contundenti? E il Governo cosa ne pensa? Una domanda, quest’ultima, che non possiamo porre dato che dovrebbe rispondere proprio il presidente dell’Esecutivo Zali.

Quest’ultimo, oggi prodigo di ragionamenti da fine giurista, lanciati con l’abilità di chi finge di non comunicare, ma lo fa, eccome se lo fa, dov’era quando il progetto di legge è arrivato sul tavolo del Governo per essere sottoposto al collegio, ascoltando le osservazioni di ogni consigliere di Stato? Un tempo c’erano staff di direzione che facevano le pulci ai progetti altrui, si narra che una consigliera correggesse finanche le virgole della traccia amministrativa, legale e politica dei colleghi. C’era tempo per ragionarci, per intervenire e fare crescere una legge in grado di fare scuola di fronte a interrogativi persino esistenziali nel rapporto cittadino/Stato. L’occasione è stata scientemente scartata e ora si rilancia mettendo la pulce nell’orecchio di qualcuno che si potrebbe appellare ai tribunali per dirimerla. Facendo così sprofondare il tutto nell’incertezza chissà per quanti anni. E veicolando pure un messaggio autolesionista: contano solo i giudici, non i politici. Ecco come sancire il fallimento del sistema.

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