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Da Gaza al Ticino, la storia di Fatma: «Niente è stato facile»

La prima famiglia giunta da Gaza si sta ambientando, tra ferite che restano aperte e desiderio di normalità - Il racconto di una madre coraggiosa
Donna palestinese
Davide Illarietti
07.12.2025 06:00

«Grazie» è la prima parola che ha imparato e la ripete di continuo. «Ticino» è tutto il resto: la casa, le cure mediche, la scuola che i figli possono frequentare, finalmente, dopo due anni di interruzione forzata.

Due parole bastano, per ora, a riassumere la gratitudine che in un mese («quaranta giorni esatti») non ha fatto che aumentare. Per il resto Fatma parla in arabo - il corso di italiano potrà iniziarlo a gennaio, quando il figlio più piccolo andrà all’asilo - e racconta cose che abbiamo sentito finora in lontani (rari) collegamenti televisivi da Gaza: non in un bar del Bellinzonese, dalla viva voce di chi le ha vissute.

I primi in Ticino

Gli avventori si girano, non capiscono, continuano a bere. Fatma, 40 anni, volto solare e tosse secca («l’abbiamo presa tutti, per lo sbalzo di temperatura») è arrivata in Svizzera con il primo volo di soccorso sanitario organizzato dalla Confederazione, il 20 ottobre, assieme ai suoi sei figli tra cui Salma, 15 anni, ferita in un attacco israeliano nel giugno 2024. È stata l’unica famiglia destinata al Ticino - nel frattempo ne è arrivata un’altra, settimana scorsa - e dopo alcuni giorni di ricovero ora è stata collocata in un appartamento della Croce Rossa, in attesa di ulteriori esami e dell’operazione.  «Non sappiamo quando sarà, ma quando arriverà sarà la fine dell’ansia che ci accompagna da un anno e mezzo, se Dio vuole».

In realtà le preoccupazioni sono anche altre: il marito rimasto a Gaza, la scolarizzazione e la gestione dei figli - «può immaginare, da sola con sei, non è facile» - le ferite psicologiche da rimarginare e un grande punto interrogativo sul futuro.

«Siamo stati sballottati da un posto all’altro, per molto tempo. Ora finalmente abbiamo trovato pace e sicurezza, ma gli ultimi mesi sono stati difficili per tutti, anche per me».

Partorire tra le bombe

Fatma ha partorito letteralmente sotto le bombe, nel gennaio dell’anno scorso, e ha cresciuto in condizioni di costante emergenza un figlio che ora ha due anni: non ha conosciuto - prima del Ticino - altro che guerra. Ricorda come fosse ieri il viaggio in ambulanza fino all’ospedale di Al Awda. «C’erano esplosioni dappertutto, era scattato il coprifuoco notturno ma avevo le doglie e non potevamo aspettare. Quando siamo arrivati in ospedale, i medici mi hanno rimandata indietro: non era ancora il momento». Il piccolo Ebrahim è nato due settimane dopo, in ritardo - «il mio corpo era come bloccato per la paura» - ma in salute, a casa di parenti nella città di Deir El Balah dove decine di migliaia di profughi interni vennero sfollati nella prima fase del conflitto.

La casa distrutta

La famiglia di Fatma è stata sfollata una prima volta dal quartiere di Al Nuseirat, per ordine dell’esercito israeliano, nell’inverno 2023. Dopo quattro mesi l’ordine è stato revocato. «Siamo tornai a casa e l’abbiamo trovata danneggiata solo superficialmente, abbiamo messo a posto quello che potevamo».

Neanche un mese dopo, il disastro. Un’operazione a sorpresa nel quartiere, l’8 giugno, ha portato alla liberazione di quattro ostaggi israeliani. Dai civili palestinesi è ricordato come «il massacro».

«Quel giorno mi trovavo ad assistere mio padre anziano, a casa sua - a Deir El Balah, ndr. - e ho ricevuto una telefonata da un’amica. Mi ha detto che avevano bombardato il mio quartiere. Il telefono di mio marito non rispondeva, allora ho chiamato mia figlia».

L’8 giugno a Nuseirat sono morte 276 persone secondo le autorità locali (un centinaio secondo l’esercito israeliano) e 698 sono rimaste ferite. Tra quest’ultime ci sono anche la figlia di Fatma e suo marito, mentre uno zio di 40 anni e un cugino sono tra i morti. Al momento dell’attacco si trovavano al terzo piano della casa, che è stato centrato in pieno da due razzi israeliani.

«Il fratello di mio marito è morto, e anche un suo cugino. Mio marito è stato estratto vivo dalle macerie, ha riportato ferite in più parti del corpo ma è sopravvissuto».

Salva per miracolo

Salma si trovava in salotto al momento dell’esplosione ed è stata sbalzata all’esterno. «Per miracolo non è caduta di sotto, sarebbe morta anche lei» racconta la madre. Le schegge dei proiettili l’hanno trafitta a una spalla e alla gamba. «Al telefono mi ha risposto una voce maschile. Mi ha detto: sono l’uomo che ha soccorso tua figlia, è salva».

Il ricordo dei momenti successivi è confuso e Fatma dice di non avere neppure riconosciuto la 15.enne, dopo averla raggiunta in ospedale.

«La guarigione è stata a lunga, ma grazie a Dio si è ripresa, anche se delle schegge sono ancora nel suo corpo e dicono che non recupererà mai del tutto la mobilità della spalla ferita. Per quanto mi riguarda, da allora l’ansia non mi ha più abbandonato».

Un percorso lungo

I frammenti psicologici sono ancora più difficili da estrarre e ricomporre. L’adolescente, che questa settimana ha partecipato alla sua prima lezione di italiano in Ticino ed è «entusiasta» di uscire di casa, finalmente, racconta che va tutto bene: che tutto è passato. Ma Fatma non le crede.  «So che non è così. Conosco mia figlia».

Da quando è arrivata in Ticino la ragazza si è chiusa in un rigoroso silenzio, con gli estranei. In ospedale passava tutto il tempo a guardare fuori dalla finestra in un atteggiamento che ha preoccupato il personale sanitario - «diceva che voleva guardare le montagne, ma era evidente che la situazione le pesava» - e che ha portato alla sua dimissione e al collocamento presso la famiglia, in un appartamento gestito dalla Croce Rossa in una località del Bellinzonese dove è seguita «in modo fantastico e molto professionale» dagli educatori, assieme agli altri membri della famiglia.

«Tutti sono stati molto gentili fin dall’inizio e ci hanno aiutato tantissimo nell’ambientamento. A questo proposito vorrei cogliere l’occasione per ringraziare le persone che abbiamo incontrato in Ticino, le istituzioni e le associazioni senza le quali non avremmo potuto essere qui oggi».

Fatma ha candidato la figlia per il programma di cure all’estero coordinato da Medici Senza Frontiere (Msf), subito dopo il primo ricovero a Gaza. Da allora è passato oltre un anno e mezzo, in cui la famiglia non ha fatto che aspettare e pregare. Il marito, professore di economia, era senza lavoro. A provvedere al sostentamento della famiglia è stata lei, Fatma: di formazione nutrizionista, ha collaborato con il World Food Programme delle Nazioni Unite per portare assistenza sanitaria nei campi profughi della Striscia.

«Li ho girati tutti, da cima a fondo, e ho visto con i miei occhi le cose che vengono da tempo denunciate dalle organizzazioni umanitarie» racconta. «Bambini malnutriti, donne costrette a partorire nelle tende, o addirittura in strada. Lavoravamo tra le bombe senza nemmeno accorgercene più».

Prove di integrazione

Mentre racconta queste cose Fatma ha una voce ferma e non batte ciglio, è ancora tesa e concentrata sul suo obiettivo - «curare mia figlia, trovare un posto sicuro dove stare» - che non ha mai perso di vista finché non è arrivata la telefonata salvifica, e anche dopo. «Domani partite, andate in Svizzera. È stato tutto velocissimo».

Dal valico di Kerem Abou Salem all’aeroporto di Agno, passando per Amman in Giordania, il viaggio è durato una giornata (dall’alba alle 19 del 25 ottobre). Ma il viaggio della sua famiglia verso la normalità è ancora lungo: nessuno sa quanto. «Viviamo giorno per giorno, ma adesso abbiamo una motivazione per guardare avanti».

I bambini vanno alle elementari, il più grande e Salma alla scuola di italiano: è il sogno di un’integrazione per quanto temporanea. La campanella suona nella scuola vicina, per Fatma è ora di tornare a casa.