Calcio

All'Italia fuori dal mondo mancava giusto Matteo Ruggeri

Oltreconfine continua a tenere banco la disfatta andata in scena in Bosnia, tra ricerca di capri espiatori, l'autocandidatura di Antonio Conte per la panchina e ricette grazie alle quali riformare un sistema claudicante - Tante le valutazioni doverose, mentre la «santificazione» del terzino dell'Atletico fornisce la misura delle paranoie azzurre
Matteo Ruggeri tenta di arginare il fenomeno del Barcellona Lamine Yamal. ©Reuters/Albert Gea
Massimo Solari
10.04.2026 06:00

Sono trascorsi dieci giorni dall’apocalisse azzurra. La terza consecutiva, nella vana rincorsa alla Coppa del Mondo di calcio. Nel frattempo, è ripartita la Serie A, che avrebbe dovuto divorarsi ogni amarezza e polemica post disfatta a Zenica. Il netto successo dell’Inter e la frenata del Milan, evidentemente, hanno reso la ripresa meno piccante. Al contrario, il sorpasso del Napoli sui rossoneri e la contemporanea autocandidatura di Antonio Conte per il posto di nuovo cittì - «se fossi il presidente federale mi prenderei in considerazione» - hanno mantenuto accesi i riflettori sul destino della nazionale italiana. Comprensibile e persino doveroso, considerata la portata della crisi. Detto questo, nelle ultime ore è emerso - in modo lampante - il disordine che continua a regnare attorno al tema. O, meglio, l’incapacità di stabilizzare il dibattito a un livello medio-alto di coerenza e lucidità. Vale un po’ tutto, insomma. Il profondo e il superficiale. La riflessione articolata e la minuzia - presunta o tale - tramutata in snodo cruciale per la successiva condanna. Un calderone, appunto, che rischia di essere rimestato sino al termine del campionato e al 22 giugno, quando l’assemblea straordinaria elettiva della FIGC determinerà il successore del presidente dimissionario Gabriele Gravina e il cavallo su cui il nuovo vertice punterà per la panchina.

Il «report» di Gravina

Alto e basso, dicevamo. Serio e stucchevole. «Sistema» e «riforma», restando ai primi elementi, sono concetti che vanno per la maggiore, abbracciando variabili quale il numero di squadre da iscrivere alla Serie A, la quota dei giocatori stranieri, le infrastrutture e - naturalmente - gli investimenti a favore di vivai e talenti. Lo stesso Gravina, qualche giorno dopo essersi visto costretto a premere il tasto del seggiolino eiettabile, ha appena pubblicato un personalissimo «report», auspicando «interventi radicali». Bene. Anche se in una direzione simile pare volgesse il cosiddetto «dossier Baggio», realizzato dal Divin Codino a margine del fallimentare Mondiale 2010 e - oramai ciclicamente - rispolverato da stampa e addetti ai lavori. Parliamo in ogni caso di una serie di provvedimenti meritevoli di attenzione, la cui futuribilità e implementazione - tuttavia - rimane ipotetica. Molto prima sarà definito il nome del successore di Gennaro Gattuso. E, al netto della diatriba «giovani italiani VS stranieri», il tassello del selezionatore resta fondamentale. Conte, come accennato, ha già fatto un passo avanti, forte di un passato azzurro non straordinario ma decisamente superiore alla media degli ultimi anni. Non per forza toccherà all’attuale allenatore dei partenopei, anche se il profilo sembra combaciare alla perfezione con la tappa iniziale di un’eventuale e comunque lenta rivoluzione. A breve termine, infatti, il nucleo di calciatori al quale attingere non potrà essere stravolto. E se non si avrà il coraggio di scommettere subito su una guida visionaria e di rottura, affidarsi a un tecnico in grado di esaltarsi nelle avversità, provando altresì a rilanciare un gruppo in cui oramai si fatica a credere, appare come la soluzione più logica.

Il foglietto di Gigio e l’anti Yamal

Più schizofrenico e risibile, invece, è l’irrefrenabile bisogno di ingigantire l’una o l’altra vicenda inessenziale. Estremizzandola. Prendiamo il caso del raccattapalle bosniaco, divenuto paladino per aver scippato il «bigino» di Gigio Donnarumma con indicate le abitudini dal dischetto di Tabakovic e compagni. Leggendo fra le righe di interviste e contenuti social, si ha la sensazione di avere a che fare con uno dei protagonisti - un fattore decisivo, sì - della finale playoff. Ancora più fresca, però, è la santificazione del 23.enne Matteo Ruggeri, cocciuto terzino sinistro dell’Atletico Madrid con alle spalle l’intera trafila nelle giovanili italiane. Aver annaspato (come ogni suo marcatore per altro), ma non essere crollato al cospetto di Lamine Yamal nell’andata dei quarti di finale di Champions disputati a Barcellona, lo ha reso l’emblema delle contraddizioni azzurre. Sintetizzando: «Il Cholo Simeone crede in lui e, grazie anche a un assist, getta le basi per la semifinale; con l’Italia, invece, Ruggeri non ha giocato un minuto». Eccolo l’ultimo paradosso a cui aggrapparsi senza disporre di controprove e scordandosi che lì, sull’out di sinistra, è stato schierato l’interista Federico Dimarco. Per la Gazzetta dello Sport del 7 febbraio, «il miglior terzino d’Europa». Con Spinazzola quale vice.

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