Da Sion a Thun, quando i riflettori si accendono ai bordi di periferia

Che anno, il 1997. Effervescente, spregiudicato. Tragico, anche. Le Spice Girls spopolano, Massimo Moratti regala Ronaldo all’Inter, versando al Barcellona 48 miliardi di lire. Mike Tyson azzanna l’orecchio di Evander Holyfield, mentre librerie e lettori vengono travolti da Harry Potter e la pietra filosofale, primo libro del fenomeno editoriale firmato da J. K. Rowling. Due mesi più tardi, il 31 agosto, muore Lady Diana. La Svizzera dello sport, invece, è reduce dal campionato vinto dal Sion. Per i vallesani, guidati da Albertino Bigon in panchina, e da Raphaël Wicky in campo, si tratta del secondo titolo nella storia. Un trionfo per altro accompagnato dalla conquista della terza Coppa Svizzera consecutiva. Insomma, si gonfia il palmarès della società, ma si gonfiano pure i debiti accumulati dal presidentissimo Christian Constantin, che - non a caso - lascerà a dicembre. Per quasi un trentennio, ad ogni modo, quello ottenuto al Tourbillon costituirà l’ultimo atto di ribellione della periferia calcistica verso le grandi città. Sino all’arrivo del Thun di Mauro Lustrinelli, ed escludendo - per densità della popolazione, l’ottava a livello nazionale - il sigillo del San Gallo, datato 2000.
Aria pesante a Basilea e Berna
Budget alla mano e casacca di neopromossa sulle spalle, l’impresa dei bernesi - rispetto al precedente vallesano - rappresenta invero un terremoto. Tanto inatteso, quanto destabilizzante per le «big» del torneo. E il trenino di inseguitori formato da San Gallo-Lugano-Sion rende ancor più pesante la situazione in casa Basilea e Young Boys, così come nel cuore di Zurigo. Alle ultime realtà citate, capaci sino a domenica di monopolizzare l’era Super League, rischiano di restare le briciole e parecchie riunioni di crisi. Il che, a ben guardare, non si discosta molto da quanto accadde al tramonto della stagione 1996-97. A chiudere il girone per il titolo alle spalle del Sion, in effetti, fu il Neuchâtel Xamax, coriaceo nel resistere al grande Grasshopper dei bomber Türkyilmaz e Moldovan - impegnato in Champions League sino a Natale - e all’ambizioso Losanna. E a proposito di piccoli e grandi centri. L’Aarau, da parte sua, seppe chiudere davanti a San Gallo, Zurigo e Basilea.
E il Lugano? Beh, non andò benissimo. Anzi. I bianconeri, riaffidati in corsa a Karl Engel, persero il treno del massimo campionato, terminando tristemente al penultimo posto il girone di promozione-relegazione. Discorso analogo per lo Young Boys, e ciò a favore dell’ascesa in LNA di Kriens ed Étoile Carouge. Servette e Lucerna, da parte loro, si assicurarono la permanenza nell’élite.
La profezia di Andy Egli
Che anno, comunque, il 1997. Anche e proprio per il Thun. Già, perché allora prese slancio pure la lunga rincorsa alla gloria del club dell’Oberland. Dopo un vita trascorsa in Prima Lega, i bernesi riuscirono a offrirsi la lega cadetta, base fondamentale sulla quale progettare parabole e sogni. Artefice della promozione, a due anni dall’entrata in carica, fu Andy Egli. «Quando fui nominato allenatore, il Thun lottava contro squadre del calibro di Lerchenfeld e Dürrenast, e si batteva per la salvezza» ha raccontato di recente l’ex difensore della Nazionale al Tages-Anzeiger. «Il budget era di 300.000 franchi. Ciononostante, l’obiettivo a lungo termine era il calcio professionistico. Pertanto, durante un incontro con una dozzina di potenziali investitori, mi fu chiesto di parlare della mia carriera. Al termine della presentazione, dissi: “Se l’FC Thun si affermerà come squadra, è plausibile che possa raggiungere la Champions League entro dieci anni”». È successo davvero. Ai bordi di periferia del calcio svizzero, invece, nessuno aveva mai osato pronunciare la parola «titolo».



