Cerca e trova immobili
Il commento

Applausi al Thun, non un campione di serie B

Alla Stockhorn Arena, nella periferia del calcio, hanno pagato una strategia chiara e uno spogliatoio senza grilli per la testa, mentre in città – con il doppio, il triplo e il quadruplo del budget – si è perso di vista il traguardo troppo in fretta
Massimo Solari
03.05.2026 20:45

È mancata solo la ciliegina sulla torta, e cioè festeggiare il titolo più clamoroso nella storia del calcio svizzero grazie a un successo sul campo. Riuscirci, ovvio, avrebbe ammantato la gloria con un velo di autenticità. Ma godere e piangere di gioia a scoppio ritardato, alla luce dell’inciampo del San Gallo, non ridimensiona in nessun caso la straordinaria impresa del Thun. E il suo valore. Insomma, più che le virgole e il nervosismo, subentrati anche comprensibilmente alle porte dell’Eden, è il punto finale a pesare come un macigno. Un traguardo tanto inaspettato, quanto legittimato da prestazioni e numeri. Apparenze ed etichette, invece, lasciano il tempo che trovano. E quindi no, la Super League 2025-26 non si è regalata un campione di serie B, ma un trionfo cristallino, che si riflette in una classifica inattaccabile ed è figlio di molteplici fattori.

Alla Stockhorn Arena ha innanzitutto pagato una strategia strutturata nel tempo e coerente, in termini gioco e di interpreti. Un... tutThuno, già, che è dipeso dalle intuizioni della direzione sportiva da un lato e dall’acume dell’allenatore, Mauro Lustrinelli, dall’altro. Il Thun è un club composto da talenti emergenti, talenti che sembravano aver perso la retta via ed elementi scelti per la loro esperienza o la loro umiltà. Insomma, tolto Kastriot Imeri, nessuna star ha trovato posto nello spogliatoio. E questo aspetto, al netto di altre variabili a cui arriveremo, non va in nessun caso derubricato. L’annullamento del divario enorme, ma enorme davvero, tra il budget dei bernesi – meno di una ventina di milioni di franchi – e quello delle altre società che chiuderanno nella top 6, necessita di giustificazioni sincere. E nel caso dei bernesi, appunto, il gruppo, orfano di eccessive manie di protagonismo e grilli per la testa, è stato fondamento e al contempo strumento prezioso per ricucire distanze siderali. Qualche cifra? Basilea: 96 milioni di budget. Young Boys: 87 milioni di budget. San Gallo: 44 milioni di budget. Lugano: 38 milioni di budget. Sion: 22 milioni di budget. Assurdo, o quasi. E viene persino da sorridere, ascoltando chi paventa tempi ancora più bui per il movimento rossocrociato, a fronte della partecipazione del Thun ai preliminari di Champions League. Se il ranking impone alle nostre formazioni di scalare degli ottomila senza ossigeno, per provare ad accedere ai gironi delle competizioni UEFA, non è di certo colpa di chi si appresta a calcare il palcoscenico più prestigioso, ma di coloro che – negli ultimi anni – non si sono rivelati all’altezza della situazione.  

Dicevamo delle ulteriori variabili capaci di plasmare una favola indimenticabile, nata in periferia. A trovare un incastro perfetto, concorrendo alla scalata di Bertone e compagni e ai balbettii altrui, sono state condizioni endogene ed esogene. Nell’ordine: 1) l’assenza di aspettative, trasformatasi in pungolo, come pure in sottovalutazione a oltranza di un fenomeno apparso da subito credibile; 2) un terreno di gioco oggettivamente propizio (e lo Young Boys ne sa qualcosa); 3) l’Europa degli altri, sia durante gli schizofrenici mesi estivi, con il mercato aperto, sia lungo un autunno reso estenuante dai doppi impegni; 4) a specchio, rispetto alla prima indicazione, il peso delle aspettative e delle ambizioni dei club favoriti e dei rispettivi calciatori, evidentemente fonte di negligenze; 5) l’indecifrabile, che è possibile declinare in poesia – la magia del pallone, all’improvviso generosa con i piccoli audaci e dispettosa verso i potenti – o in prosa: gli infortuni che fanno malissimo solo ad alcune realtà, risparmiandone altre.

A fare la differenza, alla fine, sono però stati i risultati, che nell’Oberland non hanno mai smesso di germogliare, mentre in città si è faticato a coltivare aspirazioni e monte salari, peccando di continuità e finendo per perdere la testa o l’allenatore. Diligenza e buone intenzioni, purtroppo, sono di tanto in tanto venute meno anche a Lugano. In particolare all’alba della stagione, quando il castello era parso poter crollare e – a conti fatti – ci si è concessi una distrazione fatale per la graduatoria. A fine agosto, il Thun guidava con 13 punti, a +10 sugli uomini di Mattia Croci-Torti. Bene. Ora aggiornate il calcolo. E porgete tanti cari saluti a qualsivoglia scenario di vertice assoluto. I rimpianti bianconeri, nel quadro di un campionato, l’ennesimo, comunque meritevole di elogi, saranno analizzati più in là. Oggi è doveroso celebrare il Thun, tutto fuorché un campione di serie B.

Correlati