Calcio

Granit Xhaka e l'astronave di Los Angeles per cambiare finalmente dimensione

Il Mondiale è entrato nel vivo grazie all'eterno Lionel Messi e a Kylian Mbappé - Ora la palla passa al capitano della Svizzera: contro la Bosnia, al SoFi Stadium, i rossocrociati non hanno diritto all'errore
Il capitano della Nazionale Granit Xhaka. ©KEYSTONE/PETER KLAUNZER
Massimo Solari
17.06.2026 22:00

Che bello. Il Mondiale è finalmente entrato nel vivo. Non ce ne vogliano i piccoli, grandi eroi delle prime giornate, ma quanto accaduto nelle scorse ore ci ha permesso di sintonizzarci meglio con il torneo. Lionel Messi è stato incredibile. Un campione capace di ridisegnare, ancora e ancora, i confini del tempo e della magia sportiva. Eterno. La sua tripletta, così sorprendente e però anche così naturale, non ha lasciato scampo all’Algeria di Vladimir Petkovic. Il Diez argentino ha inoltre raggiunto Miroslav Klose, al vertice della classifica riservata ai migliori marcatori nella storia della Coppa del Mondo. Sedici gol. Azzardiamo: molto presto di più.

Già ammantato di gloria, Messi potrebbe paradossalmente venire superato nel corso della competizione. Prima della poesia recitata a Kansas City, a scuotere il Mondiale erano state la doppietta di Kylian Mbappé – ora a quota 14 - e i numeri di Michael Olise, mattatori nel quadro del successo francese sul Senegal. Pungolato nell’orgoglio, Cristiano Ronaldo non ha invece risposto presente, contribuendo a un altro risultato inaspettato nel turno iniziale del torneo: Portogallo-Congo è infatti terminata 1-1.  

Evitiamo qualsivoglia psicodramma

Beh, ne sappiamo qualcosa. Dal pareggio al debutto contro il Qatar non ci siamo ancora ripresi del tutto. E nemmeno i tranquillanti somministratici, tra lunedì e martedì, dai vari Vargas e Rieder hanno fatto completamente effetto. Per la Svizzera è tempo che le parole lascino spazio ai fatti. E a un solo scenario possibile: la vittoria. Sì, domani la selezione di Murat Yakin torna in campo e contro la rognosa Bosnia non ha diritto all’errore. È inutile girarci attorno: mancare ancora i 3 punti porrebbe la Nazionale in una situazione scomodissima. Quasi disperata. Giocarsi l’accesso ai sedicesimi di finale all’ultima curva del girone, contro il Canada, e in casa sua.

Non vogliamo nemmeno pensarci. Per scongiurare paura e imbarazzo, gli elvetici sono chiamati a reagire in modo veemente e ad abbracciare una nuova dimensione al SoFi Stadium, l’astronave di Los Angeles. L’approssimazione osservata sabato a Santa Clara dovrà lasciare il posto a una formazione di spessore, sul piano qualitativo, della cattiveria agonistica e della gestione dei momenti chiave. Emozioni e spigoli non mancheranno. Non come a Kaliningrad, nella seconda partita di gruppo al Mondiale 2018, ma con la stessa tensione e la medesima posta in palio. Yakin, disorientato come i suoi uomini lungo il secondo tempo della San Francisco Bay Arena, dovrebbe cambiare: fuori Zakaria, sull’out di destra, spazio a Widmer. Non è inoltre escluso che la visione e i piedi educati di Aebischer vengano sacrificati per puntare sul dinamismo, offensivo e difensivo, di Rieder. Gli osservati speciali, sotto lo schermo infinito dell’impianto più costoso del pianeta, sono però altri. Da un lato Manuel Akanji, a cui non basterà la superficialità mostrata con il Qatar per arginare i centimetri e la fame dei bosniaci. Dall’altro, e soprattutto, Granit Xhaka. Irriconoscibile all’esordio, il capitano dovrà tornare a essere il faro della Svizzera. Mercoledì, il Blick ha sganciato la bomba, parlando di un giocatore che – con il suo atteggiamento e le sue critiche a scoppio ritardato – starebbe iniziando a essere percepito come tossico da una parte dello spogliatoio. Boom, appunto. Ma sappiamo benissimo quanto i destini e le ambizioni di questa Nazionale dipendano dal centrocampista del Sunderland. Con il torneo entrato nel vivo, grazie ai suoi campioni più autentici, la palla passa dunque a Xhaka.

Quando Tami scippò Tabakovic al Lugano

E a proposito di trascinatori e figure carismatiche. Come all’esordio, la Bosnia potrebbe rinunciare sia a Edin Dzeko – non ancora al meglio -, sia ad Haris Tabakovic. Quest’ultimo, lo ricordiamo, era stato decisivo ai fini della qualificazione al Mondiale. E ciò complice il pareggio firmato nella finale playoff contro l’Italia, prima dell’apoteosi – con tanto di trasformazione all’incrocio – ai calci di rigore. La sua storia, ora, potrebbe intrecciarsi nuovamente con quella della Svizzera. Nato a Grenchen il 20 giugno 1994, mentre i futuri campioni del mondo del Brasile debuttavano a USA ’94 battendo la Russia, il possente attaccante bosniaco è stato anche un uomo di Pierluigi Tami. L’attuale direttore delle squadre nazionali fu il suo allenatore nella U21 rossocrociata e al Grasshopper, tra il 2016 e il 2017. Non solo: si narra che Tami scippò il giocatore al Lugano. Correva la stagione 2015-16, la prima dei bianconeri in Super League, e al termine di un girone d’andata sofferto, il direttore sportivo dell’epoca Giovanni Manna era alla ricerca di centravanti in grado di garantire gol a Zdenek Zeman. Manna si recò a Zurigo per incontrare Tabakovic, reduce dai sei mesi insoddisfacenti con la maglia dello Young Boys. Tami e il GC, dicevamo, si rivelarono però più convincenti. A Cornaredo, invece, sbarcò Karim Rossi. E – finalmente in sintonia col Mondiale e le sue stelle – possiamo permetterci di ricordare con distacco e leggerezza come andò a finire.  

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