Losanna piange, Lugano ride: le due facce della multiproprietà

Sul sito ufficiale di Ineos, l’allenatore del Losanna è ancora Peter Zeidler. Così come quello del Nizza, ad interim, rimane Claude Puel. Il colosso della chimica, per contro, non sbaglia circa Michael Carrick, tecnico del Manchester United, di cui è azionista di minoranza. Per quanto veniale, la negligenza suggerisce bene i rapporti di forza e gli accenti esistenti in seno al ramo calcistico del conglomerato britannico fondato da Sir Jim Ratcliffe. Lo scorso aprile, Ineos ha rinnovato per ulteriori tre anni la partnership con il Losanna, per altro affidandone il controllo legale a una società indipendente, e ciò al fine di rispettare le severe normative UEFA che vietano la convivenza di due club riconducibili alla stessa proprietà nelle competizioni europee. «LS non è finanziariamente autosufficiente, obiettivo che si prefigge a lungo termine» ha ricordato per l’occasione il CEO dei vodesi Vincent Steinmann, intervistato dal Blick. «Parliamo di un sostegno considerevole. Abbastanza da permettere al club di continuare a crescere e a investire».
Da Ineos alla MLS
In termini di risultati sportivi, invero, la progressione del Losanna è stata - sin qui - poco coerente. Okay, il 2025 ha costituito una sorta di anno di grazia, con il quinto posto in Super League e la qualificazione alla fase campionato di Conference League. Alla fine della scorsa stagione, tuttavia, Custodio e compagni hanno chiuso mestamente al nono posto. E le cose vanno persino peggio nell’attuale torneo: dopo otto giornate, infatti, la squadra è ancorata sul fondo della classifica, con 6 punti e la miseria di 7 reti segnate. Non bastasse, nel quadro dell’ultimo turno prima della lunga sosta dedicata alle nazionali, domenica pomeriggio, alla Tuilière si presenta la capolista Lugano. Insomma, un testacoda che oltre a fotografare due stati di forma agli antipodi illustra due facce diverse - una contrita e una euforica - dello stesso fenomeno: quello della multiproprietà.
L’offensiva di Ineos su questo terreno era iniziata proprio da Losanna, nel 2017. Due anni più tardi ecco quindi la presa di potere in casa Nizza, mentre l’ingresso nell’azionariato dello United risale alla fine del 2023. Dal basso verso l’alto, secondo un’ascesa verticale che segue pure l’importanza dei campionati e il valore commerciale dei rispettivi club. L’avvento di Joe Mansueto alla testa del Lugano, per contro, è datato agosto 2021 e ha portato alla creazione di un asse tra due realtà distanti e in più aspetti non paragonabili: la Super League e la MLS.
Un fenomeno che rallenta
La messa in rete dei due club svizzeri si è inserita alla perfezione in un trend esploso tra il 2016 e il 2023. Già, poiché se un decennio fa le società europee interessate da una multi-club ownership (MCO) erano 69, sette anni più tardi avevano raggiunto quota 241. A favorire questo rapido incremento è stata la pandemia, fragilizzando le finanze di numerose realtà e, di riflesso, rendendole appetibili per i capitali stranieri, sotto forma di investitori privati o fondi. Gli ultimi dati del CIES, citati in un recente articolo della NZZ, raccontano però di un brusco rallentamento: negli ultimi tre anni, in effetti, «solo» altri 35 club hanno abbracciato la MCO. È per esempio notizia fresca l’acquisizione dell’Eupen, formazione della lega cadetta belga, da parte di Qatar Sports Investments, il fondo che controlla il PSG.
A frenare la corsa alla multiproprietà vi sarebbero più correnti contrarie. Abbiamo accennato ai rigidi paletti fissati per le competizioni UEFA, a causa dei quali - l’estate scorsa - si erano scottati Lione e Crystal Palace, insieme all’Eagle Football Group di John Textor. Ma le pressioni avverse non mancano anche dal basso, con molteplici casi di tifoserie che hanno manifestato espressamente contro la proprietà condivisa del proprio club.
Ne sa qualcosa il Los Angeles FC, defilatosi dopo appena due anni e mezzo dall’investimento nel Grasshopper. E ciò, appunto, a fronte altresì del malcontento espresso senza mezzi termini dalla piazza, ora alle prese con i soldi cinesi del Bridge Football Group, già detentore di quote di maggioranza nell’FC Den Bosch (seconda divisione olandese), nella Pro Vercelli (serie C) e nel Shaanxi Union FC (seconda divisione cinese).
Quali sono, alla fine, i vantaggi?
In modo ancor più evidente rispetto al Losanna, il club più titolato del Paese non ha offerto un spot positivo della MCO, e a dimostrarlo sono le recenti stagioni di Super League, tutte deprimenti. Stando a uno studio da poco pubblicato sul Journal of Sport Management, tuttavia, il caso del Grasshopper non dovrebbe sorprendere. Il motivo? «I nostri risultati empirici mettono in discussione l’opinione ampiamente diffusa secondo cui l’appartenenza a una rete di proprietà multi-club migliori sistematicamente i risultati sportivi» sottolinea il team di esperti guidato da Tommy Quansah dell’Università di Losanna. La ricerca ha indagato l’evoluzione del rendimento di 85 club europei facenti parte di una MCO. Il tutto valutando le eventuali differenze fra reti che pongono una compagine al di sopra dell’altra e quelle con squadre che agiscono in modo paritario.
Ebbene, sul breve termine (tre stagioni) non sono state registrate svolte e progressi clamorosi. Per quanto possano offrire un quadro per creare atout competitivi - dallo sfruttamento di una più ampia ragnatela di scout, sino all’analisi di dati tecnici e fisici, passando naturalmente per la rotazione di giocatori -, «i potenziali vantaggi delle MCO possono essere diluiti da difficoltà di coordinamento tra i club, da eterogeneità culturali o differenti normative tra i campionati, o dalla breve finestra temporale entro cui ci si attende che i benefici si manifestino». Per quanto concerne i rapporti di forza fra società, lo studio inoltre precisa: «L’esistenza di una gerarchia interna e la conseguente priorità data alle risorse non hanno prodotto il vantaggio di performance atteso, robusto e sistematico, a favore dei club di punta rispetto a quelli minori. Ciò potrebbe essere dovuto al fatto che il trattamento di favore associato allo status di club di punta è insufficiente a superare dinamiche competitive più ampie, come l’intensità del campionato nazionale o l’instabilità della rosa. In alternativa, alcuni club minori potrebbero mantenere una sufficiente autonomia strategica tale da sfumare la distinzione tra loro e i club di punta».
L’intervista di Joe
Queste riflessioni chiamano inevitabilmente in causa la relazione tra Lugano e Chicago Fire. Una relazione che negli anni si è fatta vieppiù orizzontale. Al netto ovviamente dei finanziamenti che Joe Mansueto alloca in misura diversa a favore dei Fire, sua prima creatura, e dei bianconeri, si ha la sensazione di osservare due entità sempre più autonome. Anche sul piano dei trasferimenti interni, dopo le operazioni ricorrenti delle prime stagioni, l’assestamento appare evidente. Tradotto: ciascuno faccia per sé, con il proprio budget, mentre allo scambio di pedine (il profilo di Moncada salta subito alla mente) si penserà più avanti. E così, il Lugano vola in Super League, mentre i Chicago Fire possono regalarsi il bis nei playoff di MLS. Dopo aver pazientato e iniettato centinaia di milioni nelle due realtà, non da ultimo per migliorarne le infrastrutture, Joe Mansueto può dunque sorridere. Il patron americano, a proposito, è tornato a parlare in un’intervista rilasciata al settimanale Sette del Corriere della Sera. E lo ha fatto indicando priorità e visioni. «Al momento voglio raggiungere gli obiettivi che mi sono dato con i Chicago Fire, con il Lugano e con i progetti dei nuovi stadi. Poi, con un altro po’ di esperienza e qualche trofeo vinto, non escludo di poter guardare ad altri club europei». Serie A compresa. La considerazione più importante di Mansueto, ad ogni modo, è un’altra. «Il calcio, a livello globale, è uno sport che di norma non genera grandi profitti correnti. Ma il valore dei club è cresciuto nel tempo: è lì che sta il ritorno dell’investimento». Caro Lugano, goditi il momento.



