Perché Gianni Infantino è la figura più politica del calcio

La telefonata di Donald Trump a Gianni Infantino, per dirla con il collega Massimo Solari, non deve sorprendere. La natura stessa del presidente della FIFA, al di là delle frasi di facciata o, peggio, del j'accuse firmato Sepp Blatter, non proprio uno stinco di santo bontà sua, è politica. Come politica, in fondo, è la decisione legata alla riabilitazione di Folarin Balogun.
Contestualizziamo un attimo: a livello formale, il vallesano è il massimo dirigente della Federcalcio internazionale, un'associazione di diritto privato con sede a Zurigo. Non ricopre cariche pubbliche, né ha ricevuto un mandato elettorale statale. Eppure, nell'interpretare il ruolo somiglia tanto, anzi tantissimo a un leader politico.
Un elettorato più grande dell'ONU
Parentesi, di per sé importante se non centrale: la FIFA è composta da 211 Federazioni affiliate. Più degli Stati membri delle Nazioni Unite (193). Il grosso pregio della FIFA, la democratizzazione, è al tempo stesso il suo principale limite: il voto di ogni Federazione, in Congresso, vale uno. E questo, oltre ad aver dato vita in passato, proprio con Blatter al timone, a episodi e scandali di corruzione, cambia l'orizzonte. Immaginatevi nei panni di Infantino e chiedetevi che cosa fareste, voi, per costruire maggioranze, distribuire risorse ai più piccoli, fidelizzare più Federazioni. Di qui la grammatica del consenso, tipica di un capo di partito. L'allargamento del Mondiale a 48 squadre, unitamente ai programmi di sviluppo per le Federazioni minori, seguono questa logica: far sì che, nei momenti di voto, le cose vadano come devono andare.
Il giurista che parla sei lingue
Avvocato di formazione, specializzatosi in diritto sportivo, Infantino alle spalle ha una lunga carriera negoziale e amministrativa. Il diritto come leva, le lingue quale strumento diplomatico, gli organismi internazionali e i salotti buoni. Detto di Donald Trump, presidente degli Stati Uniti cui il numero uno della FIFA ha costruito su misura un grottesco premio per la pace, le frequentazioni di Infantino dicono parecchio di lui. In ordine sparso: le foto con Vladimir Putin ai Mondiali di Russia 2018, la vicinanza dichiarata all'Arabia Saudita, il Qatar quale apogeo del teatro dell'assurdo, con un torneo spostato in inverno onde evitare le temperature impossibili del deserto. L'apertura, nel 2025, di un ufficio della FIFA nella Trump Tower di New York ben rappresenta il legame fra il massimo governo del calcio e la politica.
Le parole come arma
Infine, lo stile. O, se preferite, le parole. La retorica, insomma, quale arma per contrastare le critiche, le polemiche, le richieste, anche plateali, di spiegazioni. Nel 2022, di fronte alle inchieste che parlavano di diritti negati e alle morti dei lavoratori migranti nei cantieri degli stadi, Infantino prese il microfono e disse: «Oggi mi sento qatariota, mi sento arabo, mi sento africano, mi sento gay, mi sento disabile, mi sento un lavoratore migrante». Alcune settimane fa, quando un giornalista della BBC gli ha chiesto a bruciapelo se non avesse l'impressione che l'organizzazione del torneo gli stesse sfuggendo di mano, un chiaro riferimento al trattamento riservato dalle autorità statunitensi alla nazionale dell'Iran, Infantino aveva risposto con una battuta: «Calma, rilassati». Quasi a voler alleggerire la pressione. Quindi, rivolgendosi tanto alla platea di giornalisti presenti quanto all'audience globale, aveva spiegato che la FIFA «non può controllare tutto». A maggior ragione, aggiungiamo noi, se per anni ha flirtato con i potenti della Terra.
E alla fine arriva Blatter
L'io narrante di Infantino, in queste ore, è stato contrastato da un altro accentratore: Sepp Blatter, il suo predecessore, costretto alle dimissioni nel 2015 fra gli scandali. A febbraio, intervistato dalla Bild, il vallesano aveva detto che la FIFA «è una dittatura» che «si riduce al suo presidente». Un giudizio di parte, legato all'impressione – netta, invero – che il Congresso ratifichi più che deliberi e, ancora, che la figura del presidente abbia finito per coincidere con l'organismo.
Il resto, di per sé, è (anche) casualità: il Mondiale 2026 era stato assegnato nel 2018, durante il primo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca, peraltro a Mosca, in Russia, ma è proprio con il ritorno del tycoon alla presidenza, nel 2025, che ha assunto i contorni di un evento-vetrina per rappresentare la cosiddetta Golden Age americana. Un'età dell'oro dai contorni e dalle sfumature non proprio scintillanti, pura grammatica del potere che, inevitabilmente, riguarda pure la figura più politica di tutte: quella di Gianni Infantino.
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