Vedad Ibisevic avverte l'Italia: «Ci sottovaluti pure, a Zenica vivrà qualcosa di estremo»

Bosnia-Italia vale il Mondiale americano. Non si gioca a Sarajevo, ma a Zenica, in uno stadio - il Bilino Polje - che è rimasto impigliato in un passato tormentato. «Sarà una bolgia» promettono i padroni di casa, provando a insinuare il dubbio nella testa degli azzurri, favoriti e però rimasti impigliati in un passato tormentato, sportivamente parlando. Sulla vetusta tribuna principale dell’impianto, stasera, prenderà posto anche Vedad Ibisevic, entrato di diritto nella leggenda del calcio bosniaco. Nel giugno 2014, fu lui a firmare il primo e storico gol a un Mondiale. Quattordici anni prima, invece, militava negli allievi B del Baden.
Vedad, all’epoca, aveva 16 anni. E giocava poco. «In allenamento vedeva la porta, in partita no» il motivo illustrato a posteriori dai vecchi compagni di squadra. In Argovia, insieme ai genitori, aveva trovato rifugio da poco, dopo essersi lasciato alle spalle il cantone di Tuzla, martoriato dalle bombe e intriso di dolore. Al ragazzo bastarono tre mesi per imparare lo svizzero tedesco e integrarsi nella nuova realtà. Ma le autorità elvetiche, di questo, non tennero conto, negando l’asilo agli Ibisevic, poi dirottati negli Stati Uniti - insieme a migliaia di altri bosniaci - nel quadro di un programma ONU. «Seppur breve, il periodo in Svizzera plasmò il mio carattere, mi fece crescere come persona» ricorda oggi, al Corriere del Ticino, l’ex attaccante. «Parliamo di un anno di vita, ma comunque un anno felice per un adolescente che si era lasciato alle spalle il terrore della guerra. Mi sarebbe piaciuto restare, certo, complici delle sincere amicizie nate anche sul campo di calcio. A ben guardare, però, senza il trasferimento oltreoceano il mio percorso avrebbe preso un’altra direzione».
Da Baden a bomber d’Europa
Il destino, già. Prima avverso. Poi generoso e disposto a premiare la perseveranza di un apprendista calciatore divenuto simbolo nazionale. Vedad Ibisevic ha vissuto un’ascesa per certi versi folgorante. Dal vivaio del Baden, appunto, all’essere uno dei centravanti più prolifici d’Europa nel giro di otto anni. St. Louis, Chicago, PSG, Digione, le tappe - nell’ordine - che precedettero l’esplosione in Germania, con le maglie di Alemannia Acquisgrana, Hoffenheim, Stoccarda, Hertha Berlino e Schalke 04. Parliamo di 344 partite e qualcosa come 127 gol in Bundesliga. Tanti, tantissimi, ai quali affiancare le 28 reti con la Bosnia ed Erzegovina. Il più importante, dicevamo, prese vita il 16 giugno 2014, nientemeno che al Maracanã di Rio de Janeiro, in occasione del debutto mondiale contro l’Argentina di Leo Messi.
Da allora, la formazione balcanica non è più riuscita a prendere parte a una Coppa del Mondo. La finale playoff di questa sera, tuttavia, potrebbe aggiungere un capitolo ai libri di storia. «Perché storico è il match, per la selezione e la Bosnia tutta. E perché l’avversario, l’Italia di Gennaro Gattuso, è pure attrattivo» sottolinea Ibisevic. «Il nostro è un Paese piccolo, ma dall’orgoglio enorme. Siamo inoltre abituati a partite da dentro o fuori, avendo disputato diversi spareggi di qualificazione al Mondiale o all’Europeo. Insomma, la Bosnia vive per match come questi e farà di tutto per firmare l’impresa. Un’impresa, sì, poiché l’Italia - al netto delle vicissitudini del recente passato - non veste sicuramente i panni dell’outsider. Talvolta, però, essere obbligati a vincere finisce per trasformarsi in una condizione molto difficile da gestire».
«Non è tifo, sono emozioni»
A maggior ragione poiché si giocherà in un catino tanto decadente, quanto ribollente. Saranno oltre novemila, balconi dei palazzi adiacenti compresi, i tifosi che proveranno a spingere la Bosnia verso l’inaudito. «L’appoggio del pubblico, al Bilino Polje, è sempre stato caldo e incondizionato, oltre che capace di fare la differenza più che in stadi con capienza maggiore, come a Sarajevo» conferma Ibisevic: «A questo giro, tuttavia, mi aspetto qualcosa di estremo. Mi trovo a Zenica e, davvero, l’attesa per la sfida è spasmodica».
La selezione di casa, insomma, può immaginare che cosa la attende. «Non sono invece sicuro - rileva il nostro interlocutore - che lo stesso valga per diversi giocatori italiani, i più giovani in particolare. D’accordo, forse hanno già respirato l’atmosfera delle competizioni internazionali o vissuto l’ambiente degli stadi inglesi. Ma ve lo assicuro: qui è diverso. Le emozioni di migliaia di bosniaci fieri, infatti, hanno un potere fortissimo».
L’esultanza di Dimarco
A gettare benzina su questo fuoco ardente, fatto di passione e identità, ci hanno pensato Federico Dimarco e soci. Il video che ha pizzicato l’esterno nerazzurro esultare, insieme ad alcuni compagni, per l’accesso alla finale playoff della Bosnia e non del Galles ha infastidito sia la Federcalcio balcanica, sia i tifosi. Domenica, il giocatore dell’Inter ha parlato di «un gesto d’istinto», non di una «mancanza di rispetto». Ieri, invece, è stato Edin Dzeko a relativizzare. «Non ho problemi con quanto successo, tutti abbiamo delle preferenze e io, a dirla tutta, avrei preferito non sfidare gli azzurri». Il capitano della Bosnia, ad ogni modo, ha aggiunto: «L’Italia si gioca tanto. E se abbiamo assistito a una scena del genere, beh, forse significa che hanno paura».
Ibisevic, che per quasi un decennio in nazionale ha formato una coppia micidiale proprio con Dzeko, non si sottrae alla questione. «Come accennato, le motivazioni per tornare al Mondiale erano già alte alla vigilia delle semifinali. Mettiamola così: ora ne abbiamo una aggiuntiva per reagire al meglio sul rettangolo verde. Di più: spero con tutto il cuore che l’Italia ci sottovaluti; sarebbe un grave errore e, di riflesso, si trasformerebbe in un vantaggio per la Bosnia, che non ha nulla da perdere. Ripeto: tutta la pressione sarà sul nostro avversario».
Due cerchi che si chiudono?
Se per gli azzurri, chiamati a fare i conti con i fantasmi del 2018 e 2022, il Mondiale americano costituisce un’ossessione, per la Bosnia resta una fantasia. Sempre più tangibile, tenuto altresì conto dell’allargamento del torneo a 48 squadre, ma pur sempre una fantasia. Vedad Ibisevic, che tra il 2024 e il 2025 è stato altresì viceallenatore dei New York Red Bulls in MLS, sogna da parte sua di far abbracciare patria e terra d’accoglienza. «Esserci, come Bosnia, significherebbe fare un altro passo avanti in termini sportivi e regalarsi pure una vetrina eccezionale. Come avvenuto nel 2014 in Brasile, per altro. A St. Louis vivono tutt’ora i miei genitori e mia sorella e, allargando l’orizzonte, sono certo che il sostegno alla nostra nazionale sarebbe importante». La qualificazione, ad ogni modo, permetterebbe a Ibisevic di chiudere anche un altro cerchio. Ad attendere la vincente del duello tra Bosnia e Italia, nel gruppo B, è infatti la Svizzera, primo snodo del tortuoso viaggio intrapreso da Vedad e dai suoi cari. «Meglio non proiettarsi troppo in avanti. C’è una finale da vincere. Detto questo, partecipare alla Coppa del Mondo e avere l’opportunità di misurarsi con i rossocrociati mi farebbe senz’altro piacere. Così come sarebbe speciale per i numerosi bosniaci che hanno vissuto o continuano a vivere in Svizzera».



