«Considerava tutti quei soldi come suoi»

«Usava il denaro nei conti delle sue ditte come se fosse suo. Le considerava come tasche del suo cappotto, spostando i soldi da una tasca all’altra come voleva, decideva lui cosa bisognava fare. E quando il giocattolo stava per rompersi, usava quel denaro per crearsene uno nuovo». Non ha avuto dubbi il giudice Amos Pagnamenta nel motivare la sentenza nei confronti del «re dei ponteggi», un 50.enne kosovaro domiciliato nel Bellinzonese, condannandolo a 3 anni di reclusione, di cui la metà da scontare e l’altra metà sospesa per un periodo di prova di 5 anni. Nei suoi confronti non è invece stata ordinata l’espulsione, trattandosi di un caso di rigore. L’uomo si trova infatti in Svizzera da 35 anni, così come tutta la sua famiglia. In Kosovo non ha alcun legame, se non un fratello che vede una volta all’anno.
Nel dibattimento tenutosi nelle scorse settimane l’accusa, rappresentata dalla procuratrice pubblica Petra Canonica Alexakis, aveva chiesto per l’uomo una pena di 4 anni e mezzo di carcere oltre all’espulsione per 8 dalla Svizzera. Mentre gli avvocati della difesa, Edy Meli e Marilisa Scilanga, si erano battuti per il proscioglimento dai principali capi d’accusa del loro assistito. Non sono esclusi i ricorsi delle parti.
Una colpa «grave»
«La colpa dell’imputato è grave», ha evidenziato Pagnamenta nelle sue motivazioni, «sia per le grosse somme di denaro malversate, che per il lungo arco di tempo trascorso. L’imputato ha agito a fini di lucro, senza esitare a indebitare le sue società, noncurante delle conseguenze per i creditori. È stato interrotto solo dall’intervento della magistratura». Il 50.enne è stato quindi riconosciuto colpevole dalla Corte delle Assise criminali di bancarotta fraudolenta, cattiva gestione, falsità in documenti e frode fiscale. L’uomo è stato invece prosciolto dalle accuse di riciclaggio di denaro, usura e minaccia, come pure da quelle per la presunta truffa sui crediti Covid. Crediti che erano stati richiesti per una sua ditta. Stesso discorso anche per le accuse relative ai permessi falsi.
Ditte e milioni
Il «re dei ponteggi» era infatti balzato agli onori della cronaca nell’ambito dell’inchiesta sui permessi di soggiorno falsi che aveva coinvolto alcune imprese edili tra il 2014 e il 2016. Da questo filone d’inchiesta erano poi derivate le indagini nei suoi confronti sulle malversazioni ai danni di aziende (di cui era titolare o co-proprietario) attive nel ramo delle costruzioni e dei relativi creditori. Di queste ditte la principale era nel Bellinzonese, le altre tra Ticino e Svizzera interna. Se inizialmente si parlava di oltre 15 milioni malversati - dopo un lungo e travagliato iter giudiziario che ha visto l’annullamento di ben due atti d’accusa e nuove valutazioni peritali - nel terzo e ultimo atto d’accusa la cifra si è ridotta a 1,16 milioni.
«Voleva salvarle»
Sarebbero state proprio queste lungaggini - a mente della difesa - ad aver danneggiato irrimediabilmente la situazione economica e lavorativa dell’uomo, come avevano spiegato durante le loro arringhe Edy Meli e Marilisa Scilanga. «Non ha mai voluto che le sue aziende fallissero, anzi, ha sempre fatto tutto il possibile per poterle salvare, adoperandosi in ogni modo e mettendoci i soldi di tasca sua». I fallimenti non sarebbero quindi dipesi dall'agire dell'imputato: «L’inchiesta ha bloccato tutto, conti in banca, fondi, aziende. Nessuno poteva più amministrarle e gli operai sono dovuti andare altrove. Qualsiasi società, anche la più solida, sarebbe fallita con queste restrizioni».
«Una scia di fallimenti»
Visone diametralmente opposta quella dell’accusa, secondo cui aprire ditte per farle fallire era un vero e proprio «modus operandi» messo in campo dal «re dei ponteggi». «Lasciava fallire le sue società, perdendo i soldi dei creditori», aveva ribadito Petra Canonica Alexakis nella sua requisitoria. «Sottraeva o occultava somme di denaro per diminuire fittiziamente l’attivo delle società, riversandole sui propri conti». Da lì poi - secondo la pp - i soldi venivano usati per alimentare nuove società «che l’uomo costituiva con una certa regolarità, e dove l’amministratore era sempre lui, che poi portava al fallimento». Tesi, quest’ultima, che anche la Corte ha sposato.



