Medio oriente

«Potrebbe trasformarsi in un altro logorante Iraq»

Giuseppe Acconcia analizza l’uccisione di Ali Khamenei: «Sicuramente non è la fine del regime» – Ma i rischi di una destabilizzazione del Paese e della regione sono concreti: «Se la guerra durerà a lungo, è probabile che la Repubblica islamica crolli»
©Hassan Ammar
Francesco Pellegrinelli
01.03.2026 18:08

Che cosa accadrà ora in Iran? In che modo la morte dell’ayatollah Ali Khamenei inciderà sugli equilibri interni? L’eliminazione della Guida Suprema non segna automaticamente la fine del regime, ma apre una fase di forte instabilità politica e istituzionale. Secondo l’esperto Giovanni Acconcia, o si arriverà in tempi brevi a un accordo di transizione che coinvolga anche le forze riformiste, oppure il conflitto è destinato a protrarsi. In quest’ultimo caso, il rischio di una deriva con dinamiche simili a quelle viste in Iraq dopo il crollo del regime, diventerebbe tutt’altro che remoto.

Professore Acconcia, l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei rappresenta una svolta? Quale impatto avrà sulla politica interna iraniana?
«L’uccisione di Ali Khamenei rappresenta un fatto storico per l’Iran e per l’intero Medio Oriente. Khamenei era una figura carismatica e centrale nel sistema politico iraniano: era salito al potere succedendo all’Imam Ruhollah Khomeini, il fondatore della Repubblica islamica. La sua scomparsa è destinata ad avere un impatto profondo sia sulle dinamiche interne del Paese sia sull’evoluzione del conflitto nella regione. All’interno dell’Iran le reazioni sono contrastanti: c’è chi festeggia la fine di un’epoca e chi vive questo momento come un lutto nazionale e religioso. Questa frattura riflette le tensioni già presenti nella società iraniana. Sul piano politico, il primo effetto visibile è stato l’appello alla vendetta, invocata dallo stesso presidente Masoud Pezeshkian per la morte della Guida Suprema». 

Eliminare Khamenei significa mettere fine al regime iraniano?
«Sicuramente no. La Repubblica islamica è costruita su un’architettura istituzionale che prevede meccanismi di continuità e successione. In questa fase il potere viene assicurato da un triumvirato incaricato di gestire la transizione fino alla nomina di una nuova Guida Suprema da parte dell’Assemblea degli Esperti. Peraltro, lo stesso Khamenei aveva indicato alcune figure chiamate ad accompagnare questa fase di transizione che culminerà con la nomina di una nuova guida spirituale».

A chi può giovare, tra le diverse componenti politiche e militari iraniane, la morte della Guida Suprema?
«In linea teorica, potrebbe trarne vantaggio l’area riformista, che guarda con favore a una transizione il più possibile ordinata e pacifica. Se l’Assemblea degli Esperti dovesse nominare una Guida Suprema più pragmatica e meno ideologicamente rigida di Ali Khamenei, l’area riformista potrebbe rafforzare la propria influenza. Tuttavia, non è affatto detto che ciò avvenga: molto dipenderà dagli equilibri interni al sistema e dal peso delle componenti più conservatrici».

In effetti, c’è chi sostiene che questa fase possa favorire i guardiani della rivoluzione, che sono ancora più radicali. Condivide?
«È vero che storicamente quando un regime viene messo alle strette è sempre la sua ala più radicale che emerge, per quanto anche i Pasdaran siano stati colpiti dall’uccisione del comandante delle Forze di Terra, Mohammad Pakpour, e del capo dell’intelligence. Anche loro dovranno sostituire alcuni vertici, tuttavia è possibile che si esprimano in maniera ancora più radicale rispetto al passato. E in parte lo stanno già facendo con attacchi su larga scala verso le basi statunitensi e obiettivi civili in Bahrain, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Kuwait oltre che in Israele e in Arabia Saudita».

La mobilitazione di massa, che era un obiettivo di Israele e degli Stati Uniti, finora non si è verificata

Lei crede che un «regime change» sia possibile?
«Un cambiamento di regime difficilmente potrebbe avvenire senza una guerra prolungata che includa anche un intervento di terra. L’Iran è un Paese vasto, complesso e difficile da controllare. Senza un’invasione, appare improbabile un rovesciamento radicale del sistema. Detto questo, uno scenario del genere aprirebbe a molte incognite. Tra le ipotesi più pericolose c’è il collasso delle istituzioni e la conseguente frammentazione dello Stato. I partiti curdi, ad esempio, si sono recentemente coordinati, e la Turchia potrebbe avere interessi nel Kurdistan iraniano; nelle province arabe del Khuzestan esistono spinte autonomiste; e a Teheran potrebbe emergere un governo non riconosciuto dei Mojahedin-e Khalq (MEK). La morte di Khamenei, dunque, potrebbe produrre non una transizione ordinata, ma una disgregazione del Paese».

Quindi, in questa fase, che regime vedremo?
«Vedremo, da una parte, una forte resilienza dei sostenitori della Repubblica islamica: sono già scesi in piazza e parteciperanno a funerali oceanici per Ali Khamenei. Parallelamente assisteremo alla riattivazione delle reti che sostengono Teheran nella regione: basti pensare agli attacchi contro il consolato statunitense a Karachi, in Pakistan, o alla mobilitazione delle milizie sciite in Iraq, Siria e Yemen. Questo è un passaggio molto delicato, anche perché Donald Trump non intende avviare un’operazione di lunga durata. Un secondo elemento sarà la valutazione dei danni che l’operazione militare avrà provocato all’apparato di sicurezza e alle principali strutture dell’intelligence iraniana. Se ciò dovesse tradursi in una richiesta di accordo – ipotesi evocata dallo stesso Trump, qualora emergessero forze intenzionate a liberarsi del giogo della Repubblica islamica e a cercare un’intesa – questo dovrebbe avvenire in tempi molto brevi. In caso contrario, si potrebbe arrivare a uno scenario estremo, con la possibile fine della Repubblica islamica. Per ora siamo ancora in una fase in cui potrebbe valere un “modello venezuelano”: una figura alternativa – Trump ha dichiarato di avere già in mente un possibile sostituto – che subentri mantenendo in piedi le istituzioni, con i riformisti pronti ad assumere la guida del sistema».

Se la guerra durerà, è più probabile che la Repubblica islamica finisca

Trump ha invitato la popolazione iraniana a scendere in strada per «finire il lavoro». È una visione realistica?
«Abbiamo visto festeggiamenti, ma non certo fiumane di gente in piazza a chiedere la fine della Repubblica islamica. C’è entusiasmo, in parte, nella diaspora e tra i sostenitori di questo scenario nel mondo, ma all’interno del Paese si registrano anche manifestazioni a sostegno del regime. La mobilitazione di massa, che era un obiettivo di Israele e degli Stati Uniti, finora non si è verificata. Certo, c’è una componente di paura, ma emerge anche una forma di resilienza. Molti iraniani rifiutano l’idea di un cambiamento di regime imposto da un intervento straniero. È evidente che l’Iran sta attraversando una crisi profonda e lacerante».

Quale era il vero obiettivo dell’attacco? Ma soprattutto è la guerra degli Stati Uniti o di Israele?
«Questa è innanzitutto la guerra di Israele. Gli Stati Uniti si sono accodati, come già era avvenuto durante la guerra dei dodici giorni dello scorso giugno. L’obiettivo di Israele è il cambiamento di regime. Trump, salendo sul carro, punta a presentarsi come colui che ha stabilizzato il Medio Oriente. In realtà potrebbe rivelarsi un grave errore: l’Iran rischia di trasformarsi in un altro Iraq, cioè in un conflitto lungo e logorante, esattamente l’opposto di ciò che desidera la base elettorale MAGA. Quanto alle cause, è evidente che la questione nucleare ha avuto un ruolo centrale».

È più probabile una transizione verso forze politiche riformiste o la fine della Repubblica islamica?
«Difficile dirlo oggi. Se la guerra durerà, è più probabile che la Repubblica islamica finisca, così come se ci dovesse essere un intervento militare via terra da parte degli USA. Altrimenti, possiamo immaginare un sistema più riformato che superi per esempio l’obbligo legale del velo – una richiesta molto importante che viene dalle piazze – ma al contempo si mantenga l’esistenza di una Guida Suprema sul modello dell’attuale Repubblica islamica. Ma è chiaro che questa riforma dovrebbe comportare anche la fine di ogni aspirazione nucleare da parte dell’Iran che dovrebbe interrompere ogni programma di arricchimento dell’uranio».

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