Svizzera

Dazi, la polemica sull'accordo «mancato» con Trump non si placa

Il governo avrebbe potuto ridurre già in maggio i dazi punitivi USA al 10%, ma ha esitato, affermano Alfred Gantner e i rappresentanti dell'UDC – Beat Jans parla di «falsità»
© CdT/Gabriele Putzu
Red. Online
30.11.2025 09:24

Svizzera e Stati Uniti, nel mese di maggio, avevano raggiunto un accordo sulle tariffe doganali che prevedeva dazi del 10% (al medesimo livello di quelli britannici), ma i lunghi processi decisionali hanno impedito la finalizzazione dell'intesa. L'accusa è arrivata negli scorsi giorni dal direttore generale di Partners Group Alfred Gantner, uno dei manager di aziende elvetiche che all'inizio del mese di novembre hanno incontrato il presidente americano Donald Trump alla Casa Bianca. Se questo fosse vero, l'esitazione del Governo avrebbe causato danni considerevoli alla Confederazione. A Berna il processo decisionale ha richiesto più tempo, secondo Gantner. Questo perché nessun consigliere federale può decidere da solo. Il Governo nel suo insieme ha avuto bisogno di diverse riunioni. «Quando, dopo sei-otto settimane di riflessione, ha voluto accettare l'intesa, gli Stati Uniti avevano già concluso accordi con altri Paesi e si erano resi conto di poter ottenere di più».

Secondo gli esperti, non è ancora possibile quantificare le ripercussioni economiche. Ma ci sono alcuni indizi: nel terzo trimestre le esportazioni statunitensi dell'industria tecnologica sono diminuite del 14% e sono andati persi circa 3-000 posti di lavoro. Inoltre, secondo la NZZ, dal «Liberation Day» di Trump le aziende svizzere hanno pagato circa 1,5 miliardi di franchi di dazi punitivi. Secondo il Centro di ricerca congiunturale del Politecnico federale di Zurigo, un'aliquota doganale prolungata del 39% potrebbe ridurre il PIL dello 0,3-0,6%, il che corrisponderebbe a un danno annuo di circa 3,5 miliardi di franchi.

«Chiudete la questione»

Gantner ha parlato di fonti americane secondo le quali «il Consiglio federale avrebbe potuto firmare in maggio». Alla sua voce si aggiunge ora quella del consigliere nazionale dell'UDC Franz Grüter. «Nel mese di maggio il Consiglio federale ha perso l'occasione di sfruttare la finestra di opportunità», afferma sulla SonntagsZeitung. Già a giugno Grüter, in Parlamento, si era rivolto al Consiglio federale: «Chiudete la questione». E oggi rincara la dose: «Con dazi del 10% saremmo stati in una posizione molto migliore rispetto a quella attuale».

Il politico dell'UDC non critica però solo il Consiglio federale. «C'erano persone in Parlamento che, con un programma nascosto, hanno cercato di ostacolare l'accordo con gli Stati Uniti», afferma. La sinistra ha persino chiesto che la Svizzera sottoponesse il suo accordo con gli Stati Uniti alla consultazione dell'UE. «È assurdo».

Jans e Cassis sotto i riflettori

Ieri è emerso che anche Gantner, in settembre, aveva attaccato direttamente il Consiglio federale. Durante un dibattito pubblico organizzato dal PLR di Svitto, ha affermato che il Consiglio federale ha ritardato l'accordo con Trump per non scontentare l'UE, riferisce l'Aaraguer Zeitung. I dipartimenti di Ignazio Cassis, Beat Jans e l'Ufficio federale dell'agricoltura (UFAG) avrebbero bloccato la decisione con un «pushback», ovvero con una controproposta. Al dibattito era presente anche la direttrice della SECO Helene Budliger, che ha negato che l'accordo non sia stato concluso «per rispetto nei confronti dell'UE». Una tesi già sollevata all'inizio di agosto (con l'annuncio di dazi al 39%), su Weltwoche Nebelspalter.

Jans, è stato detto, avrebbe insistito in marzo in seno al Consiglio federale affinché la Svizzera prendesse pubblicamente posizione contro Trump. In seguito avrebbe chiesto che la Svizzera si consultasse con l'UE e che la Segreteria di Stato dell'economia (SECO) preparasse delle contromisure. Cassis, dal canto suo, con il suo impegno a favore di una soluzione a due Stati nel conflitto in Medio Oriente, avrebbe danneggiato «gravemente» la Svizzera nei negoziati con gli Stati Uniti sulla controversia doganale, come ha affermato il consigliere nazionale dell'UDC Alfred Heer – deceduto il 19 settembre 2025 – sulla Weltwoche.

«Assolutamente falso»

Il consigliere federale Beat Jans (DFGP) respinge tuttavia le accuse di Gantner e Grüter: «Non so da dove provengano tali affermazioni», afferma. Sono «assolutamente false». Il Consiglio federale vuole risolvere i problemi doganali con gli Stati Uniti nell'interesse del Paese. Era così anche a maggio e «questo vale per ogni singolo membro del Governo federale. Chi sostiene che io abbia ritardato l'accordo con gli Stati Uniti in vista del pacchetto UE, dice il falso».

«L'ipotesi che i consiglieri federali mettano in competizione tra loro le varie questioni è assurda e priva di qualsiasi fondamento», afferma alla SonntagsZeitung Michael Steiner, portavoce di Ignazio Cassis (DFAE). «Respingiamo con decisione queste accuse. Il Consiglio federale agisce sempre nell'interesse della Svizzera». 

«È comprensibile che il Consiglio federale abbia aspettato», aggiunge dal canto suo (in sostegno di Cassis) il consigliere nazionale del PLR Hans-Peter Portmann. All'epoca anche l'UE era in fase di negoziazione. «Se l'UE avesse ottenuto dazi allo 0% e la Svizzera avesse firmato al 10%, il Consiglio federale sarebbe stato fischiato». La cosa più importante, dice Portmann, è che la Svizzera sia ora alla pari con l'UE, con dazi al 15%.

Il nodo della diplomazia del lingotto d’oro

Ora anche il presidente del Centro Philipp Matthias Bregy interviene nella discussione: «Ci sono delle divergenze che devono essere chiarite». Ma Bregy chiede lumi anche sull'incontro con Trump dei sei uomini d’affari svizzeri, nel frattempo denunciati dai consiglieri nazionali dei Verdi Greta Gysin e Raphaël Mahaim per corruzione. Guy Parmelin aveva parlato di «un'iniziativa privata». Secondo Gantner, tuttavia, l'incontro con Trump nello Studio Ovale è avvenuto «in stretta collaborazione con il Consiglio federale e le autorità svizzere». Bregy non ha nulla da obiettare sul fatto che gli imprenditori abbiano aperto porte che il Consiglio federale evidentemente non era riuscito ad aprire, con la diplomazia del lingotto d’oro (gold bar diplomacy). «C'è semplicemente bisogno di maggiore trasparenza».

Tutte queste vicende potrebbero interessare anche la Commissione della gestione del Consiglio degli Stati, che da agosto sta conducendo «accertamenti» sulla gestione delle autorità federali nel contesto dei dazi doganali statunitensi, come conferma Pirmin Schwander. Il consigliere agli Stati dell'UDC è a capo della sottocommissione che si occupa del Dipartimento federale dell’economia, della formazione e della ricerca.

Nel frattempo, l'attesa continua. I dazi punitivi del 39% imposti da Trump ad agosto sono ancora in vigore e non è chiaro quando saranno ridotti al 15%. «Ciò avverrà nei prossimi giorni. Non siamo ancora in grado di fornire una data precisa», afferma il DEFR. La stessa espressione era stata utilizzata al momento dell'annuncio dell'accordo, il 14 novembre.

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