Dazi, «La Svizzera aveva raggiunto un accordo al 10%, ma è sfumato per la lentezza nelle decisioni»

Svizzera e Stati Uniti in maggio avevano raggiunto un accordo sulle tariffe doganali che prevedeva dazi del 10% sui beni svizzeri, al medesimo livello di quelli britannici. I lunghi processi decisionali hanno però impedito la finalizzazione dell'intesa. È quanto sostiene il direttore generale di Partners Group Alfred Gantner, uno dei manager di aziende elvetiche che all'inizio del mese di novembre hanno incontrato il presidente americano Donald Trump alla Casa Bianca.
Gantner ha appreso dalla parte statunitense che la direttrice della Segreteria di Stato dell'economia (SECO), Helene Budliger Artieda, aveva negoziato all'epoca un progetto quasi definitivo, proprio come aveva fatto il Regno Unito, spiega il dirigente in un'intervista pubblicata oggi dai quotidiani dell'editore Tamedia. «I britannici hanno portato in porto l'accordo. Anche il Consiglio federale avrebbe potuto firmare a maggio». A Berna il processo decisionale ha richiesto più tempo, secondo Gantner. Questo perché nessun consigliere federale può decidere da solo. Il governo nel suo insieme ha avuto bisogno di diverse riunioni. «Quando, dopo sei-otto settimane di riflessione, ha voluto accettare l'intesa, gli Stati Uniti avevano già concluso accordi con altri paesi e si erano resi conto di poter ottenere di più».
«Mi ha chiamato Budliger Artieda»
Nell'intervista, Gantner fornisce anche alcune informazioni sui fatti che hanno preceduto la visita della delegazione di rappresentanti dell'economia svizzera alla Casa Bianca all'inizio del mese. Budliger Artieda lo avrebbe chiamato il 2 agosto, il giorno dopo l'aumento delle tariffe doganali al 39%, afferma. A suo dire, il Ceo della società di investimenti zughese ha quindi elaborato un piano in sette punti e lo ha presentato alle autorità federali.
Secondo Gantner, la delegazione imprenditoriale non ha negoziato nulla. Ha però fatto riferimento agli investimenti diretti svizzeri negli Stati Uniti, che fanno parte della dichiarazione d'intenti conclusa tra Berna e Washington: «Abbiamo semplicemente spiegato a Trump come i 200 miliardi di dollari delle nostre aziende vengono investiti negli Stati Uniti e perché ciò può portare a una notevole riduzione del deficit commerciale» degli USA nei confronti della Svizzera. Ma i sei facoltosi imprenditori sono sempre rimasti estranei alle trattative: la SECO non ha mai concesso alla delegazione l'accesso a un qualsivoglia documento segreto.
Lodi al Consiglio federale
«Per molte aziende svizzere la riduzione (dei dazi) al 15% rappresenta un grande sollievo. Attualmente (in media) abbiamo la tariffa doganale statunitense più bassa al mondo, pari al 6,7%. Si tratta di un enorme successo per il Consiglio federale», sottolinea l'imprenditore, insistendo sul grande lavoro di qualità svolto dal capo del Dipartimento federale dell'economia, della formazione e della ricerca (DEFR) Guy Parmelin, da Budliger Artieda e dalla presidente della Confederazione Karin Keller-Sutter, per cui ha un pensiero particolare: «Trovo del tutto ingiustificate le critiche rivolte alla telefonata con Trump. Vorrei vedere chi avrebbe potuto fare di meglio» di lei.
Per la riduzione dei dazi la Svizzera dovrà forse accettare l'importazione di polli al cloro. Non è un prezzo troppo alto da pagare?, chiede il giornalista. «Non dobbiamo perdere il senso delle proporzioni. A New York mangio la mia insalata Caesar senza alcuna preoccupazione. I polli americani sono disinfettati meglio dei nostri. La cosa più importante è che l'origine della carne sia chiaramente dichiarata». Per il Ceo, in Svizzera non si è capito quale sia il vero problema per gli americani. Gli Stati Uniti considerano norme e standard di sicurezza elvetici come una pura vessazione commerciale. Ritengono che sia sufficiente un obbligo di dichiarazione, in modo che ogni cliente svizzero possa decidere autonomamente se acquistare o meno polli trattati con cloro.
Le denunce penali
Come riferito ieri, i due consiglieri nazionali dei Verdi Greta Gysin e Raphaël Mahaim hanno denunciato i sei imprenditori volati a Washington per corruzione al Ministero pubblico della Confederazione. Come già fatto ieri sera in un'intervista alla televisione pubblica svizzero tedesca SRF, Gantner respinge l'accusa secondo cui i regali offerti dalla delegazione economica svizzera al presidente degli Stati Uniti costituirebbero una forma di corruzione. Tali doni sono infatti conformi alle consuetudini diplomatiche, dice.
La delegazione imprenditoriale aveva consegnato a Trump un lingotto d'oro e un orologio da tavolo Rolex per un valore complessivo di circa 100.000 franchi. Gantner ha dichiarato alla SRF che i regali non erano destinati a Donald Trump, «ma al popolo americano».
Il Ministero pubblico della Confederazione ha confermato di avere ricevuto tre denunce penali in relazione a questi doni durante l'incontro alla Casa Bianca. Secondo quanto riportato da vari media, le denunce provengono dai Verdi e dalla Gioventù socialista. Gli ecologisti ritengono che i regali fatti a Trump violino il divieto di corruzione di funzionari stranieri.

