La calma di Swiss nel caos dei cieli in Medio Oriente: «Noi ci siamo»

Stabilità. Nonostante il vento contrario. Anzi, i venti contrari. Swiss, compagnia di bandiera elvetica, ha chiuso un 2025 in chiaroscuro. La spinta verso il domani, continua e necessaria, da un lato, a immagine dell’introduzione dell’Airbus A350-900 per il lungo raggio. Le difficoltà legate alla forte pressione su costi e prezzi, a una domanda volatile e a un contesto geopolitico teso, se non tesissimo, dall’altro. E così, il giro d’affari è calato del 2,6% a 5,5 miliardi di franchi mentre l’utile operativo è sceso, addirittura, del 26,6% rispetto all’anno precedente attestandosi a 502,2 milioni. Certo, sono aumentati i passeggeri, è migliorata la puntualità e, in generale, il network si è dimostrato stabile. Questi, però, restano tempi incerti e complicati per chi vola.
«E lo abbiamo visto in questi ultimi giorni» ha spiegato Jens Fehlinger, amministratore delegato del vettore. «Le guerre, è evidente, non aiutano il settore». Il 2025, se è per questo, ha dato un assaggio di ciò che Swiss sta vivendo ora. Sia pensando al Medio Oriente sia, in generale, pensando alla guerra in Ucraina che preclude i cieli russi alle compagnie occidentali da oltre quattro anni oramai, per tacere della politica economica (ma non solo) di Donald Trump che ha avuto un impatto sulla domanda per i voli da e per gli Stati Uniti e sulle operazioni cargo. L’insieme, dunque, rimane fragile. Molto, anche. Con prospettive comunque buone, sì, pensiamo ai passeggeri saliti dello 0,6% da un anno all’altro arrivando a 18,1 milioni, ma incerte se teniamo presenti il citato fattore geopolitico e problematiche quali la scarsità di equipaggi e motori, in particolare per l’Airbus A220 usato per il corto raggio.
Un paradosso, o quasi
Il paradosso, per dirla con Heike Birlenbach, responsabile commerciale di Swiss, è che la domanda globalmente è cresciuta e sta crescendo. Le persone, insomma, vogliono volare. E la compagnia elvetica, con l’arrivo di tre ulteriori A350 e cinque nuovi A320/321, intende intercettare questa domanda al meglio. «Investiamo nel futuro» ha aggiunto non a caso Fehlinger, «consapevoli del fatto che crisi geopolitiche come quella in corso in Medio Oriente ci spingono ad agire con flessibilità. Credo, in tutta onestà, che gli ultimi giorni abbiano ribadito l’importanza di una compagnia di bandiera sicura, affidabile, precisa. Una compagnia che rappresenti, in tutto e per tutto, la Svizzera».
Ma il DFAE pagherà qualcosa?
Ieri, Swiss ha operato il suo primo volo speciale di concerto con il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) riportando a Zurigo 211 passeggeri da Muscat, in Oman, una destinazione solitamente non servita dal vettore. Edelweiss replicherà sabato, sempre con la formula del volo commerciale a carico dei passeggeri. Interrogato dal Corriere del Ticino, il responsabile delle operazioni in seno a Swiss, Oliver Buchhofer, ha chiarito: «Innanzitutto, siamo soddisfatti della collaborazione. Parlerei di uno scambio paritario di informazioni. Detto questo, siamo una compagnia commerciale: non ci è consentito spendere soldi senza un ritorno. Con il DFAE, stiamo cercando un modo per condividere esattamente questo aspetto. Al contempo, volevamo e vogliamo assumerci le nostre responsabilità, in quanto compagnia elvetica, nel contribuire a riportare a casa i passeggeri, non solo i nostri, rimasti colpiti dalla chiusura dei cieli».
Mentre il DFAE viene bersagliato di critiche da chi, nella regione, è rimasto appiedato, Swiss sta emergendo come un attore politico. In grado di fungere, pur con il suo carattere commerciale, da Ambasciata. «Ci eravamo mossi già quando la crisi aveva colpito Tel Aviv e, prima ancora, per un’evacuazione dall’Afghanistan via Uzbekistan. Ripeto: come compagnia aerea svizzera, abbiamo una responsabilità. Vogliamo dare un contributo concreto. Laddove possibile, continueremo a fornire questo tipo di voli». Di concerto con il DFAE e, come suggerito, magari ricevendo anche una sovvenzione visto che il prezzo pagato dai passeggeri non riprenotati, ha confermato il nostro interlocutore, «non ha coperto i costi».
Muscat, non servita da Swiss dicevamo, è una regolare destinazione di Edelweiss. Di qui la condivisione di procedure e know-how con la compagnia sorella. «Ma parliamo anche dell’opzione meno problematica in questo momento a livello di sicurezza» ha chiarito Buchhofer. Il quale ha applaudito alla buona riuscita dell’operazione, la prima, «considerando le persone coinvolte, il tempo a disposizione e il fatto che la situazione sia estremamente imprevedibile». Non a caso, «avevamo piani alternativi qualora Muscat, all’improvviso, non fosse più disponibile.
Il prezzo del cherosene alle stelle
Parlavamo dei costi. Il prezzo del cherosene, nel frattempo, è schizzato alle stelle. «Parliamo di un +50% circa rispetto alla settimana scorsa» ha sintetizzato Dennis Weber, a capo delle finanze di Swiss. La compagnia, su questo fronte, è per (sua) fortuna ben protetta, dal momento che il Gruppo Lufthansa è solito acquistare il carburante necessario alle operazioni con sei mesi d’anticipo. «L’85% delle nostre operazioni è assicurato in questo modo» ha garantito Weber, riconoscendo tuttavia possibili ripercussioni da qui alle prossime settimane.
Gran parte del traffico di Swiss da e verso l’Asia, al momento, passa da una stretta, strettissima lingua di terra schiacciata fra Russia, a nord, e Iran, a sud: Armenia, Azerbaigian e Georgia. «Un aspetto, questo, che entra in linea di conto già durante la pianificazione dei nostri voli» ha aggiunto Buchhofer. «E questo perché, vista la situazione attuale, non possiamo utilizzare determinati scali quale alternativa in caso di emergenza. Di qui, magari, la scelta di partire con più carburante del previsto per alcune rotte verso l’India. Esaminiamo e monitoriamo costantemente gli sviluppi, sia in cabina sia nel nostro centro operativo sia con i nostri partner».
Gli USA? Non sono un problema
Stabilità. Nonostante il vento contrario. La resilienza di Swiss e la sua capacità di ribattere (quasi) colpo su colpo sono emerse anche da alcuni dati snocciolati a Kloten. Birlenbach, in chiusura, parlando della domanda legata ai viaggi negli Stati Uniti si è mostrata ottimista. Non tanto, o non solo, perché quest’estate il Paese ospiterà i Mondiali di calcio. «La domanda, è vero, è ancora piuttosto volatile in classe economica, ma rimane molto forte nelle classi premium». Ergo, al momento «non vediamo alcun motivo per ridurre le rotte o le frequenze». Semmai, lo stop momentaneo dei collegamenti da e per Tel Aviv sta avendo e avrà un impatto proprio sui collegamenti transatlantici, «dato che molti viaggiatori provenienti da Israele sono soliti proseguire verso Canada e Stati Uniti con noi».
