L'intervista

«Così puntiamo ad attrarre ricercatori a Bellinzona»

Anni di forti cambiamenti per l'Istituto di ricerca in biomedicina di Bellinzona (IRB): da una parte i progetti di ampliamento, dall'altra i tagli alla ricerca effettuati dall'amministrazione Trump, che minacciano tutto il settore - Come vive l'eccellenza turrita questo momento? Ne parliamo con il presidente Gabriele Gendotti ed il direttore Davide Robbiani
Davide Robbiani (a sinistra) e Gabriele Gendotti. / © CdT/Chiara Zocchetti
Giacomo Butti
21.02.2026 06:00

Sono anni di forti cambiamenti per l’Istituto di ricerca in biomedicina (IRB) di Bellinzona. Da una parte i progetti di ampliamento, dall’altra i tagli alla ricerca effettuati dall’amministrazione Trump, che stanno portando instabilità al settore in tutto il mondo. Come vive l’eccellenza turrita questo momento? Ne parliamo con il presidente Gabriele Gendotti ed il direttore Davide Robbiani.

L’IRB ha fatto sapere di avere in programma la costruzione di una «Guesthouse» da dedicare a studenti e dottorandi. I lavori sono iniziati?
Gendotti: «Sì, i lavori sono iniziati all’inizio di gennaio e contiamo di poter mettere a disposizione l’intera struttura agli utenti verso l’autunno del 2027. I costi preventivati ammontato a 5,8 milioni per la costruzione e a 200 mila per l’arredamento. La nuova Guesthouse potrà accogliere contemporaneamente 20 studenti e nei due piccoli appartamenti almeno altrettanti ricercatori in visita».

A questi alloggi va sommato il previsto ampliamento dei laboratori di ricerca, con il progetto di costruzione di un ulteriore stabile. Si può, ormai, parlare di «campus»?
Gendotti: «Nello stabile di Bios+, occupato dai laboratori di IRB, IOR e IRT (Istituto oncologico di ricerca e Istituto di ricerca traslazionale; n.d.r.), lavorano oggi, tra ricercatori, tecnici e personale amministrativo, circa 300 persone. Con la prevista realizzazione del nuovo stabile dello IOR aumenteranno gli spazi, oramai insufficienti, e di conseguenza il numero dei laboratori e dei ricercatori. Il campus di Bellinzona, con la presenza sul territorio di altre strutture attive dedicate alla ricerca scientifica, è già oggi una realtà. È fondamentale per lo sviluppo del settore garantire agli studenti condizioni quadro favorevoli che consentano di rafforzare l’attrattività internazionale degli istituti e favorire il reclutamento e la permanenza in Ticino di giovani scienziati e ricercatori di talento».

L'unione con l'IOR? Da valutare un’unica proprietà chiamata a gestire i due istituti attraverso una sola fondazione
Gabriele Gendotti, presidente IRB

Nel mese di settembre l’IRB aveva sottolineato la necessità di cercare nuovi strumenti di raccolta fondi e partner. La chiamata ha dato i suoi frutti o il problema permane?
Gendotti: «Un istituto di ricerca scientifica come l’IRB è sempre alla ricerca di nuovi investitori e di nuovi finanziamenti. È una sfida continua, non da ultimo a seguito dei preoccupanti tagli dei contributi pubblici al settore della formazione e della ricerca. Per quanto riguarda il finanziamento della nuova Guesthouse, posso dire che, grazie anche alla vendita dello stabile ex Gallera, siamo sulla buona strada. Manca poco per raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati e la campagna di raccolta fondi è sempre in corso».

E la possibile unione con lo IOR? L’idea ha fatto passi avanti?
Gendotti: «Certo, un gruppo di lavoro composto da rappresentanti di IRB e IOR sta ormai da tempo valutando vantaggi ed eventuali controindicazioni di un possibile ulteriore avvicinamento fra i due istituti. Dall’apertura del nuovo stabile le facilities, molte attività e servizi sono già coordinati e vengono gestiti e pensati in comune. Ora bisogna valutare l’ulteriore passo che potrebbe portare ad un’unica proprietà chiamata a gestire i due istituti attraverso una sola fondazione. Sono molti gli elementi sensibili che vanno valutati e approfonditi con la dovuta serietà. Ma resto convinto che mettere assieme le forze porti, di regola, vantaggi strategici, economici e organizzativi. Nel nostro caso aumenterebbe anche il potenziale di crescita rafforzando di parecchio la nostra posizione e competitività a livello nazionale e internazionale».

Noi ricercatori siamo ben coscienti che l’allerta deve rimanere alta e che dobbiamo essere pronti a fronteggiare nuove infezioni con la massima efficacia. Questo sentimento non pare però essere condiviso a livello politico
Davide Robbiani, direttore IRB

Lo scorso anno avevamo parlato con l’IRB della fuga di cervelli dagli USA, dovuta ai tagli nella ricerca voluti dall’amministrazione Trump. Quali sono gli sviluppi recenti? L’IRB ha registrato un crescente interesse da parte di ricercatori stranieri?
Robbiani: «Negli ultimi mesi si sono ulteriormente inasprite le prospettive professionali di talenti che hanno scelto gli Stati Uniti per svolgere ricerca. La mancanza di attrattività spinge a cercare altrove, Europa e Asia, dove avvengono investimenti importanti in questo settore. La Svizzera è in controtendenza: sono annunciati tagli non indifferenti sia a livello federale (in particolare quelli per progetti erogati dal Fondo nazionale svizzero di ricerca) ma anche cantonale. Malgrado questo, diversi giovani professori ora negli USA occasionalmente si rivolgono anche a noi, per capire se ci siano opportunità».

In aprile si temeva che un taglio ai fondi dell’ente americano di salute pubblica NIH, dei quali gode anche la ricerca IRB, avesse conseguenze anche a Bellinzona...
Robbiani: «Come per i dazi, la situazione negli Stati Uniti è in continua evoluzione. Per ora abbiamo solo sofferto di conseguenze indirette. Ricercatori negli Stati Uniti hanno meno fondi, il che impedisce o rallenta le collaborazioni. In alcuni casi, fondi già assegnati vengono interrotti».

Quali sono le aree più toccate?
Robbiani: «Quelle della ricerca sulle malattie infettive. A fine gennaio abbiamo ospitato a Bellinzona il secondo convegno svizzero "SwissFlu", che ha riunito una settantina di ricercatori elvetici attiva nel campo della ricerca sul virus influenzale, un virus ad alto potenziale epidemico. Precisamente quel giorno si leggeva sui giornali di due casi di influenza aviaria, cosiddetta H5N1, proprio qui in Ticino, per fortuna in volatili. Noi ricercatori siamo ben coscienti che l’allerta deve rimanere alta e che dobbiamo essere pronti a fronteggiare nuove infezioni con la massima efficacia. Questo sentimento non pare però essere condiviso a livello politico: è in consultazione la proposta di sciogliere la Commissione federale per la preparazione alle pandemie e anche il Consiglio svizzero della scienza. Ci auguriamo che la cessazione dell’attività di queste commissioni non lasci un vuoto, ma venga sostituita da nuovi ed efficaci strumenti di comunicazione tra la politica e coloro che sono al fronte della ricerca e della cura dei pazienti».

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