L'intervista

Buon compleanno IRB! «Ora diventi un tassello del futuro ospedale universitario»

Bellinzona, in occasione dei 25 anni dell'Istituto di ricerca in biomedicina abbiamo intervistato il presidente Gabriele Gendotti ed il direttore Davide Robbiani - Fra rapporti con la politica, prospettive di crescita, l'ipotesi di un'antenna del Politecnico di Zurigo ed eventuali altre emergenze mediche
Gabriele Gendotti (a sinistra) e Davide Robbiani. © CdT/Chiara Zocchetti
Alan Del Don
29.08.2025 06:00

L’Istituto di ricerca in biomedicina di Bellinzona compie 25 anni. In vista dei festeggiamenti ufficiali in agenda sabato 6 settembre con, tra l’altro, la presenza del consigliere federale Guy Parmelin, abbiamo intervistato il presidente Gabriele Gendotti ed il direttore Davide Robbiani. L’obiettivo, in parole povere, è quello di crescere ancora, a beneficio del Ticino e della Svizzera.

«Questo progetto può cambiare il volto e il futuro di una città semplice e modesta come Bellinzona», affermò l’allora sindaco Paolo Agustoni il 28 settembre 2000, quando venne inaugurata la prima sede dell’Istituto di ricerca in biomedicina (IRB). Che dal 2010 è affiliato all’Università della Svizzera italiana e che oggi conta oltre 160 collaboratori. La sfida è vinta, siete diventati una realtà affermata anche oltre i confini nazionali. Quali le prospettive di crescita?

Gendotti: «L’allora sindaco Paolo Agustoni ha visto giusto e lontano. Bellinzona è nel frattempo diventata una città universitaria con stretti contatti con le comunità scientifiche e accademiche a livello nazionale e internazionale e dove sono oggi attivi nei diversi istituti oltre 400 ricercatori provenienti da tutto il mondo. L’IRB era partito nel 2000 con 20 ricercatori e, passo dopo passo, ha conosciuto una costante crescita, non tanto con riguardo al numero dei collaboratori e alla qualità delle infrastrutture e delle sofisticate apparecchiature, ma proprio in funzione dell’eccellenza della sua attività scientifica. Ma sarebbe un errore imperdonabile accontentarsi di quanto sinora raggiunto. All’IRB percepisco, sia nella direzione sia nei collaboratori, la voglia e la motivazione per un’ulteriore crescita e un ampliamento delle sinergie e delle cooperazioni con i vari attori presenti sul territorio».

Tre anni più tardi nacque l’Istituto oncologico di ricerca, nel 2021 ha visto la luce l’associazione Bios+ che riunisce i due istituti per favorire sinergie e ottimizzare le risorse. Dallo scorso 1. luglio ha iniziato l’attività, sempre nella capitale, l’Istituto di ricerca traslazionale che ha preso avvio dai laboratori di ricerca traslazionale dell’EOC e si occupa in primis di patologie cardiache e neurologiche nonché del ruolo che i microrganismi intestinali hanno nell’insorgenza dei tumori, senza dimenticare le società e start-up che gravitano attorno al polo biomedico di Bellinzona e le realtà accademiche del nostro cantone. Quanto è importante, nella ricerca, sviluppare delle sinergie?

Gendotti: «Saper sfruttare al meglio tutti gli spazi possibili per sinergie e collaborazioni, non è solo fondamentale per un piccolo Cantone come il nostro, è una necessità imprescindibile. La ricerca scientifica di qualità si gioca sul piano internazionale e su un terreno molto competitivo. È necessario avere una massa critica adeguata, infrastrutture e strumenti di lavoro all’altezza dei migliori. È la premessa per rimanere attrattivi per giovani ricercatori con ambizioni di crescita e di successo. Devo dire che in Ticino siamo sulla buona strada. Le collaborazioni fra IRB, IOR, Bios+, gli ospedali e i laboratori di EOC, USI, SUPSI e anche con alcune cliniche private sono intense e orientate al raggiungimento di obiettivi comuni e condivisi. Il lavoro preparatorio per l’ottenimento di un NCCR e diventare un centro di ricerca di importanza nazionale riconosciuto dalla Confederazione ha dimostrato nei fatti che c’è sempre più voglia e spazio per progetti comuni».

Quali le principali difficoltà riscontrate in questi primi cinque lustri? Dalla politica avete ricevuto l’aiuto che speravate?

Gendotti: «La sorte, e a questo punto anche la fortuna, ha fatto sì che sono stato direttamente coinvolto, dapprima come granconsigliere e consigliere di Stato e ora da 13 anni come presidente, in pratica in tutte le fasi di costituzione e di crescita dell’istituto. Il credito per il finanziamento iniziale della Fondazione e il progetto di affiliazione all’USI hanno incontrato qualche difficoltà dovuta al mal di pancia di qualche “concorrente”, ma poi alla fine il sostegno del Parlamento è stato quasi unanime. Le difficoltà con il referendum e i due ricorsi al Tribunale federale contro la costruzione del nuovo stabile in via Chiesa ci hanno fatto penare e perdere anni e milioni, ma anche qui poi tutto si è risolto nel migliore dei modi. Oggi disponiamo di una sede moderna e attrezzata che ci consente di fare ricerca scientifica ai più alti livelli. Va detto che in generale l’IRB in questi 25 anni ha goduto in maniera importante del sostegno della politica con i contributi della Confederazione, del Cantone e in maniera particolare e costante della Città. Credo che per Bellinzona si sia trattato di un vero investimento che ha portato prestigio, posti di lavoro e una ventata di freschezza con giovani studenti e dottorandi provenienti dal resto del mondo».

Bellinzona punta viepiù con decisione sulle scienze della vita che generano un valore aggiunto di 80 milioni di franchi e, come detto, consentono di creare posti di lavoro qualificati. Dopo il 2030, al posto delle Officine FFS, ad un tiro di schioppo dal centro storico, sorgerà il moderno quartiere che accoglierà, tra l’altro, il Dipartimento tecnologie innovative della SUPSI. Mentre lo stabile in via Vela rilevato dalla Città nel 2021 - per dedicarlo, appunto, alla ricerca - è già occupato. La vostra presenza e dello IOR, in primis, quanto ha «pesato» in questo sviluppo? Che ruolo gioca e potrà giocare, Bellinzona, a livello internazionale nell’ambito della ricerca?

Gendotti: «L’obiettivo è quello di crescere ulteriormente, di aumentare, in maniera comunque equilibrata, la massa critica dei ricercatori, di creare viepiù un vero campus universitario attrattivo per studiosi capaci, ambiziosi e convinti che nel settore delle scienze della vita il Ticino è oggi una piazza interessante per proseguire e consolidare una carriera accademica. Mi limito a citare due progetti in uno stadio oramai avanzato. Il già menzionato progetto inteso ad ottenere un NCCR nel campo dello studio dell’invecchiamento e delle malattie correlate e il progetto di costruzione di una “Guest house” in grado di accogliere i nostri studenti e dottorandi all’interno del campus».

Il fiore all’occhiello sarebbe la realizzazione di un ospedale universitario? Il nosocomio previsto alla Saleggina potrebbe essere l’istituto ideale?

Gendotti: «L’USI con la Facoltà di scienze biomediche e i suoi istituti affiliati, il Cantone con l’EOC e il suo sistema sanitario, in altre parole il Ticino della conoscenza, devono avere l’ambizione di realizzare a medio termine un ospedale universitario. Ma con la consapevolezza che sarà un’impresa titanica e tutta in salita. Il problema non è certo l’ubicazione. Difficilmente si potranno replicare i modelli tradizionali di università come Berna, Zurigo o Basilea. Bisognerà pensare ad un modello sui generis, con dimensioni adattate alla nostra realtà e alle nostre forze. E la questione dei costi, dell’aumento delle tariffe per le prestazioni e la nostra tradizione di ospedale multisito giocheranno un ruolo determinante. Ma alla fine bisogna crederci».

Robbiani: «Negli ospedali ticinesi si svolgono, da decenni, attività di ricerca clinica e insegnamento di alto livello. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un’accelerazione significativa, grazie alla nascita del curriculum di formazione per studenti di medicina frutto della partnership tra l’USI e il Politecnico di Zurigo. Il Ticino non ha le dimensioni dei grandi centri svizzeri, quindi, nell’ottica di un possibile ospedale universitario, si potrebbe puntare su pochi ambiti strategici, dove l’eccellenza clinica si integri con competenze scientifiche di alto profilo in settori complementari. Penso, ad esempio, a collaborazioni con USI e SUPSI nell’ambito dell’intelligenza artificiale e agli istituti di Bellinzona per le scienze della vita. Qualcosa già esiste, ma andrebbe rafforzato. Osare al di fuori degli schemi tradizionali, puntando sulla qualità».

E che ne pensate dell’ipotesi di una sede «distaccata», a Bellinzona, del Politecnico federale di Zurigo? Ritenete che siano date tutte le premesse affinché possa realizzarsi? O si rischia, come spesso capita in Ticino, di finire per litigare sul luogo in cui insediare l’ateneo?

Robbiani: «Il Poli è per noi un punto di riferimento importante e le collaborazioni avviate negli anni sono numerose. Tra queste il progetto più ambizioso riguarda la creazione di un centro di competenza nazionale dedicato allo studio dell’invecchiamento (NCCR Aging). Stiamo inoltre rafforzando i legami attraverso possibilità di dottorati congiunti e doppie cattedre tra USI ed ETHZ. Va detto, però, che la relazione è un po’ asimmetrica, poiché le scuole politecniche beneficiano di un supporto infrastrutturale ben superiore a quello di cui possono disporre gli istituti ticinesi, rendendo più complesso attrarre giovani talenti nella Svizzera italiana. Anche per questo motivo l’IRB sta sviluppando ulteriori alleanze strategiche con atenei di eccellenza internazionale, come la Rockefeller University di New York e l’Humanitas University a Milano».

Quale scoperta vi ha resi più orgogliosi?

Robbiani: «Noi ricercatori siamo tendenzialmente molto orgogliosi delle nostre scoperte. Menzionarne solo una non sarebbe giusto nei confronti dei colleghi. Forse più che una scoperta parlerei della sfida di coloro che nel 2000 hanno iniziato un lungo esperimento creando dal nulla, e poi sviluppandolo con dedizione negli anni, questo istituto. Coloro che ci hanno creduto 25 anni fa, e tutti i sostenitori che si sono aggiunti negli anni, possono essere fieri di questo esperimento che continua a dare frutti in vari campi della biomedicina. E noi ricercatori siamo loro riconoscenti».

Il periodo della pandemia da coronavirus è stato molto intenso pure nei laboratori in via Chiesa. Facendo i debiti scongiuri, e limitandoci alla Svizzera, saremmo pronti in caso scoppiasse una nuova emergenza sanitaria?

Robbiani: «Non sappiamo quando si presenterà la prossima emergenza medica, ma è molto probabile che ve ne saranno. Ritengo che in Svizzera la preparazione sia al di sotto delle aspettative. Diversi Paesi europei stanno investendo in programmi di preparazione pandemica che mirano a sviluppare contromisure per gruppi di patogeni con alto potenziale epidemico. Questo sforzo coinvolge in modo significativo il mondo accademico. In Svizzera manca invece uno sforzo concertato. Fortunatamente l’IRB è coinvolto tramite la rete di collaborazioni internazionali».

Fra 25 anni che polo biomedico avremo a Bellinzona?

Gendotti: «Confido che Bellinzona e il Ticino saranno sedi di un vero centro di competenza riconosciuto a livello internazionale nel campo delle scienze della vita in generale e della biomedicina in particolare. E, se penso all’IRB, auspico che il focus di questo ulteriore sviluppo possa ancora anzitutto fondarsi sui risultati della ricerca di base, premessa irrinunciabile per lo sviluppo della conoscenza e la comprensione dei meccanismi chiave senza i condizionamenti di un’immediata applicazione pratica o di affrettate ambizioni commerciali. Se penso alla medicina alla fine si arriva sempre al paziente con scoperte che portano nuove terapie e tecnologie nell’interesse della società».

Robbiani: «All’IRB continueremo a perseguire la nostra missione, la ricerca a beneficio della salute umana. L’ambizione è di crescere ulteriormente, mantenendo sempre alto il livello scientifico. La sede di via Chiesa, inaugurata nel 2021, è già piccola: ecco perché il secondo stabile, progettato dallo IOR, è un’assoluta necessità. Oltre agli spazi, però, ciò che determinerà la capacità di crescita del polo di Bellinzona sarà la solidità e la costanza del supporto di base agli istituti. Su questo, purtroppo, iniziamo a incontrare le prime difficoltà. Un’infrastruttura solida è fondamentale per offrire ai ricercatori tecnologie avanzate - dalla microscopia alla citometria , e molto altro - che ci permettono di restare competitivi a livello internazionale. Ne abbiamo bisogno all’IRB - e in tutto il Ticino - per crescere le scienze della vita e continuare a migliorare».

Correlati
«A quei tempi era un'utopia, oggi è una realtà»
Bellinzona, il dottor Roberto Malacrida è stato il primo a credere nelle prospettive accademiche del polo biomedico – Era il 2012 ed allora «sembrava qualcosa di irrealizzabile» – Adesso si parla invece di un ospedale universitario: «Opportunità da cogliere alla Saleggina»
Metti in circolo la ricerca
Bellinzona, lo stabile in via Vela rilevato nell’ottobre 2021 è già occupato: mercoledì prossimo il Legislativo darà via libera alla ristrutturazione del quarto piano – Gli spazi verranno così adibiti per accogliere il Centro di competenza scienze della vita – E dal 2030, alle ex Officine, inizierà l’attività il Parco dell’innovazione
«Tutto il Ticino ne trarrà beneficio»
Bellinzona: in vista dell’inaugurazione della nuova sede dell’IRB in agenda sabato, ripercorriamo con il professore e presidente onorario dell’istituto Giorgio Noseda le tappe che hanno portato al consolidamento del polo biomedico - «Le scienze della vita sono cruciali per il futuro dell’umanità e, inoltre, favoriranno lo sviluppo di un’economia più competitiva e dinamica»
Quel «patto di comunità» per far decollare la Città
Bellinzona: il Municipio ha rinnovato visione, missione e valori dell’amministrazione con l’obiettivo di «costruire» assieme agli abitanti la capitale che verrà – Fondamentali saranno l’equilibrio delle finanze, i progetti strategici e il consolidamento dell’apparato organizzativo – «Diventeremo sempre più innovativi»
Da Bellinzona alla conquista del mondo
La start-up Peptone attiva da oltre un anno ha sviluppato una tecnologia per trattare le proteine senza una struttura fissa - Dell’azienda si parla anche sulla prestigiosa rivista statunitense «Nature Biotechnology»
La Peptone è cresciuta in fretta
Polo biomedico di Bellinzona: entro fine anno la start-up, insediatasi nell’estate 2022, conterà ben 50 collaboratori - Avrà bisogno anche del secondo piano dello stabile in via Vela (ex IRB) - Presto un messaggio per «attrezzare» il quarto piano