Gravesano: rabbia e stalking, ma non tentato omicidio

No, a Gravesano non vi fu alcun tentato omicidio. Certo, l’imputato ha ripetutamente perseguitato e ingiuriato l’ex moglie e il suo nuovo compagno, ma quella sera del 22 settembre 2025 non si è recato in quel parcheggio per uccidere qualcuno. La Corte delle assise criminali presieduta dal giudice Amos Pagnamenta (a latere Emilie Mordasini e Renata Loss Campana) ha affossato l’impianto accusatorio e assolto l’imputato alla sbarra da mercoledì, un 53.enne italiano della regione, dall’accusa più grave a suo carico. Ossia da quella di aver voluto uccidere.
Due colluttazioni
L’imputato, lo ricordiamo, aveva rintracciato l’ex moglie e l’aveva raggiunta a Gravesano. Lì era scoppiata una lite con il nuovo compagno della donna (con il quale si era preso a pugni) e il cognato poi. Durante la seconda colluttazione, il 53.enne aveva rimediato alcune coltellate. Da vittima era però ben presto diventato imputato: l’accusa, sostenuta dalla procuratrice pubblica Petra Canonica Alexakis, gli aveva contestato di essersi recato sul posto con intenti omicidi e di aver colpito il cognato con un tondino di legno e aveva chiesto una pena detentiva di 9 anni oltre all'espulsione dalla Svizzera. Per la Corte, però, «nulla permette di appurare che quella sera volesse» passare all’atto. «Se avesse voluto farlo, avrebbe usato uno strumento più idoneo di un pezzo di legno, nemmeno troppo solido», ha argomentato Pagnamenta. Inoltre, quando ha afferrato la mazza improvvisata, dopo la prima zuffa, l’altro uomo si era già allontanato. «Avesse voluto nuocere a qualcuno sarebbe sceso dalla sua macchina brandendo già questo arnese». Per questo, in virtù del principio in dubio pro reo, la Corte ha derubricato l’accusa a lesioni semplici per la scazzottata.
Allo stesso modo, la tesi accusatoria non è stata accolta neppure per lo scontro con il cognato, la cui versione dei fatti è stata ritenuta «contradditoria», a differenza di quella «lineare e costante» dell’imputato stesso. La posizione del cognato, pure lui un cittadino italiano della regione, è ancora aperta. L’uomo, patrocinato dall’avvocata Demetra Giovanettina è a piede libero e le ipotesi di reato a suo carico sono di tentato omicidio e di tentate lesioni gravi. In questo procedimento si è costituito accusatore privato. «Mal si comprende perché tutte le persone coinvolte non siano state rinviate a giudizio insieme e invito la procuratrice a dar seguito», ha chiosato il giudice.
In sostanza, per la Corte l’imputato quella sera era arrabbiato e probabilmente voleva spaventare le persone presenti, ma non vi è alcuna prova che volesse far loro del male. Tantomeno ucciderli.
«Sono atti persecutori»
L’imputato è stato invece condannato per gli altri reati imputatigli, in particolare per aver colpito l'ex moglie e per gli atti persecutori nei confronti di quest'ultima e del suo nuovo compagno. «Hanno dovuto modificare il loro modo di vivere», ha rimarcato Pagnamenta. La Corte ha quindi riconosciuto il 53.enne colpevole di lesioni semplici ripetute, coazione, minaccia, ingiuria e ascolto di conversazioni estranee e lo ha condannato a 22 mesi e all’obbligo di seguire un trattamento ambulatoriale. «Ha bisogno di aiuto per gestire la sua rabbia».
«Le parole non bastano»
La pena inflitta è stata inferiore a quella proposta dalla difesa, ossia 24 mesi (sospesi)di carcere. «Il mio cliente non ha mai voluto uccidere nessuno. È andato in quel posteggio di Gravesano perché voleva delle risposte dell’ex moglie. È stato dipinto come il mostro che non è», ha detto ieri mattina l’avvocato difensore Olivier Ferrari. «Ingiurie e minacce non vanno minimizzate e vanno deplorate, ma non nascono da un piano criminale, bensì da un tradimento e dalla rabbia e frustrazione da esso generato. L’imputato non ha mai voluto trasformarle in reati: le parole da sole non sono una prova assoluta di una volontà assassina», ha argomentato nell’arringa. Ferrari ha sostenuto che quella sera il suo cliente non era l’aggressore, bensì l’aggredito. Il cognato e il compagno dell’ex moglie lo avrebbero cioè attaccato sia fisicamente che verbalmente. «Il mio assistito ha preso il bastone, che non ha usato, per rispondere a un’aggressione subita». Ferrari ha invocato la legittima difesa, chiedendo il proscioglimento dalle accuse di tentato omicidio e di lesioni nei confronti dell’ex moglie. «Da gennaio ho sbagliato tutto, mi vergogno delle minacce che ho rivolto a tutti. Non sono un santo ma nemmeno un criminale», ha dal canto suo affermato l’imputato quando gli è stata data la possibilità di esprimersi.
La vicenda potrebbe approdare in Appello.




