La domenica del Corriere

«Ma la colpa non è di KKS»

I dazi imposti alla Confederazione e la telefonata tra Keller-Sutter e Trump al centro della puntata – Gysin: «Di un uomo non si sarebbe mai detto che fa il maestrino» – Gianini: «Lei ha solo provato a spiegare» – Fonio: «Gli USA non sono più così affidabili» – Chiesa: «Qualcosa, però, deve pur essere successo»
© CdT/Gabriele Putzu
Red. Ticino&Svizzera
14.09.2025 20:30

I dazi al 39% imposti alla Svizzera e l’ormai famosa telefonata tra la presidente della Confederazione Karin Keller-Sutter e Donald Trump sono stati al centro della puntata de «La domenica del Corriere». Ospiti del vicedirettore del CdT Gianni Righinetti i rappresentanti ticinesi alle camere federali: la consigliera nazionale dei Verdi Greta Gysin, il consigliere nazionale PLR Simone Gianini, il collega del Centro Giorgio Fonio e il consigliere agli Stati UDC Marco Chiesa.

In apertura, proprio Chiesa ha ammesso che «non si può che essere estremamente delusi dall’atteggiamento di Trump». I dazi al 39%, ha quindi aggiunto, «sono quasi incomprensibili, visto che a inizio luglio era stato prospettato un accordo». Secondo il «senatore», «dev’essere accaduto qualcosa in quelle tre settimane. Noi pensavamo che grazie alla diplomazia e ai buoni rapporti con gli USA potessimo scamparla, ma così non è stato». In tutti i casi, ha proseguito, «a Berna abbiamo deciso di non sparare sul pianista (Keller-Sutter, ndr.), ma è evidente che qualcosa sia accaduto durante la chiamata tra Trump e Keller-Sutter. Qualcuno l’ha definita un po’ maestrina, e in effetti con Trump bisogna andare d’accordo anche a livello emotivo, e non solo tecnico». Insomma, secondo Chiesa quella chiamata avrebbe fatto precipitare le cose, nonostante una bozza di accordo paresse ormai cosa fatta.

Pronta la replica di Greta Gysin, che non ha mancato di lanciare una frecciatina all’indirizzo dell’UDC: «Ci vuole una buona dose di ingenuità a parlare di amicizia e di partner affidabile quando di fronte si ha una persona molto collerica come Trump. Anche se ora l’UDC cerca di smarcarsi». La decisione sui dazi, ha sottolineato la consigliera nazionale, «dimostra che, finché ci sarà Trump alla presidenza, non valgono più le regole della democrazia e gli accordi presi. Vista l’importanza degli USA come partner commerciale è un bene cercare di correggere il tiro, ma considerata l’inaffidabilità del presidente USA, dovremo comunque cercare soluzioni alternative». Anche per Fonio è «impressionante» che «una sola persona possa prendere decisioni che hanno un impatto devastante su milioni di persone». Detto ciò, «sebbene oggi ci sia certamente bisogno di ricostruire un dialogo con gli USA nell’interesse della nostra economia, con Trump alla presidenza gli Stati Uniti non sono più un partner così affidabile».

Per Gianini, in effetti, «servirebbe un po’ più di riconoscenza verso un Paese, la Svizzera, che ha difeso gli interessi degli USA». Trump, ha sottolineato, «probabilmente non ama essere contraddetto, e immagino che Keller-Sutter abbia provato a far capire che siamo un Paese d’esportazione. E questo ha probabilmente irritato Trump. Ma non mi sento di dare grandi colpe alla nostra presidente».

Il ruolo di Cassis

Ma mentre la presidente Karin Keller-Sutter chiamava Trump e il «ministro» dell’economia Guy Parmelin volava a Washington per trattare, dov’era il direttore del DFAE Ignazio Cassis? Di fronte alla sollecitazione di Righinetti, pronta è arrivata la replica di Gianini, secondo il quale «Cassis sta lavorando insieme agli altri consiglieri federali, visto che abbiamo un Governo collegiale con una suddivisione di competenze». Il direttore del DFAE «ha favorito il contatto con il segretario di Stato Marco Rubio, con cui ha rapporti molto stretti e ha cercato - come gli altri - di mantenere rapporti costruttivi con gli USA». Cassis, insomma, ha svolto il suo lavoro da «ministro» degli esteri. Del resto, ha fatto notare Gianini, «qui si tratta di dazi e quindi è il ministro dell’economia Parmelin che si è occupato delle pre-trattative e che si è recato a Washington».

«Cassis - ha ammesso Chiesa - non l’abbiamo visto, anche se è possibilissimo che abbia facilitato gli incontri diplomatici». Tuttavia, il democentrista è tornato a dirsi «stupito» per la piega che hanno preso le trattative: «In qualità di presidente della Commissione della politica estera, a inizio luglio mi era stato detto che un’intesa era stata raggiunta. Poi, al primo agosto, è cambiato tutto. Quindi qualcosa deve pur essere accaduto, e questo è un peccato, anche perché altre nazioni hanno ricevuto un trattamento migliore». Ribattendo a Chiesa, Gianini ha però evidenziato che «le indiscrezioni sulla chiamata tra Karin Keller Sutter e Donald Trump sappiamo benissimo da dove sono uscite, ossia da altri Dipartimenti, proprio per lasciare il cerino in mano a lei».

Anche Gysin ha voluto difendere l’operato dell’Esecutivo, spiegando che «trattandosi di una questione puramente economica, c’erano buoni motivi per lasciare che fosse Parmelin a guidare le trattative». Per quanto riguarda le responsabilità della presidente della Confederazione, invece, Gysin ha spiegato di provare «un certo fastidio quando sento ripetere che ha fatto la maestrina». Infatti, «se al suo posto ci fosse stato un uomo, e avesse detto esattamente le stesse cose, non ci si sarebbe mai sognati di dargli del maestrino e addossare a lui la colpa per il disastro dei dazi». Secondo Fonio, invece, tutto si è svolto in due fasi distinte: «In un primo tempo, sembrava addirittura che Keller-Sutter avesse portato Trump a prendere una decisione migliore, e lì vi era stata una sorta di esaltazione. Al momento della famosa telefonata, invece, si è passati a demolire la presidente. A mio avviso, sarebbe stato meglio non esaltarsi in prima battuta, ed evitare anche gli eccessi del secondo momento».

La lezione da imparare

Ma cosa può aver imparato la Confederazione da questa esperienza? Per Gianini, la soluzione non può essere quella di un approccio elvetico più aggressivo: «Non ne abbiamo la dimensione. Siamo stati bravi per secoli a fare la Svizzera, posata e lavoratrice, e dobbiamo continuare così». Per Fonio, «non è la Svizzera ad aver sbagliato: il nostro metodo e la capacità di negoziare non devono cambiare, e non è questa la reazione che mi aspetto dal nostro Paese. Un insegnamento, però, lo portiamo a casa e deve servire a quei partiti che credono che la Svizzera possa sopravvivere da sola: siamo in un contesto in cui le relazioni sono importanti e occorre coltivarle». «Io credo sia sbagliata una reazione di pancia, che peraltro ci metterebbe in una condizione di conflitto perenne», ha fatto presente dal canto suo Chiesa. «Ora, invece, possiamo ancora negoziare. Abbiamo ricevuto una sberla, ma secondo me la diplomazia andrà verso una fase di ripensamento. Ciò non vuol dire snaturarci, ma non possiamo nascondere che la geopolitica stia cambiando».

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