«Siamo in ansia e sotto shock»

«Siamo in ansia, sotto shock. È andato tutto in fretta. Gli agenti della Polizia cantonale sono arrivati a casa nostra verso le sette e un quarto. Ci hanno concesso di accompagnare i nostri genitori e il nostro fratellino fino alla centrale di Camorino. Lì li abbiamo salutati prima di vederli partire alla volta di Zurigo». Ha la voce tremante Zelal Pokerce. La ragazza 21.enne insieme al fratello Yekta, di un anno più giovane, si batte da tempo affinché la sua famiglia di origini curde possa rimanere a Riazzino. Questa mattina i due giovani hanno assistito attoniti al rimpatrio forzato dei loro genitori e del fratellino di 11 anni. A prelevarli dall’abitazione in cui risiedevano da oltre cinque anni sono stati gli agenti del Servizio cantonale dei rimpatri della Polizia cantonale. La destinazione era l’aeroporto di Zurigo-Kloten dove i due adulti e il minorenni sono stati imbarcati alle 15 su di un aereo diretto a Istanbul. Un volo sotto scorta, come vuole la prassi, che pone termine alla loro speranza di rimanere uniti ai due figli maggiorenni. «Siamo molto preoccupati. Non siamo ancora riusciti a sentirli», racconta sempre Zelal al CdT.
Esaurite tutte le vie di ricorso
L’esecuzione dell’allontanamento dalla Svizzera è scattata stamattina dopo che i coniugi Pokerce avevano esaurito tutte le possibilità di ricorrere contro la decisione della autorità di negar loro la richiesta d’asilo. «La situazione è tutt’altro che serena», commenta l’avvocata Immacolata Iglio Rezzonico, che rappresenta la famiglia di nazionalità turca e di etnia curda. Il padre era fuggito dal suo Paese perché temeva gli esiti di un procedimento penale aperto nei suoi confronti a causa di alcune sue affermazioni contro il presidente Recep Erdogan pubblicate in rete. «Nella sua decisione di negare il permesso di residenza in Svizzera, la Segreteria di Stato della migrazione aveva scritto che per il tipo di reato contestato la pena massima sarebbe stata di due anni e che non era esclusa l’eventualità di evitare il carcere», rammenta la legale. «Tuttavia - prosegue l’avvocata Iglio Rezzonico - si tratta di valutazioni ipotetiche, che non tengono conto del principio di tutela prevista dalla Convenzione sui rifugiati. Quando esiste solo un pericolo verosimile, la protezione dovrebbe essere garantita». Ma così non è stato, considerato anche che oggi «ci troviamo in un contesto europeo sempre più segnato da politiche migratorie restrittive. E la Svizzera non fa eccezione», conclude l’avvocata.
Dal profilo giuridico, la posizione di Zelal e Yekta è ancora pendente. Insieme alla legale, hanno presentato un ricorso e sono in attesa delle decisioni delle autorità. Per loro, potrebbe valere l’istanza come caso di rigore. Intanto, però, restano in Svizzera. Anche se hanno dovuto interrompere sia il percorso scolastico sia l’attività lavorativa.


