Su Bally lo spettro del fallimento: «Tanto valeva licenziarci subito»

«Per tanto così avrebbero potuto licenziarci prima». A Caslano regnano rabbia e delusione tra la ventina di dipendenti che oggi pomeriggio si è data appuntamento davanti alla sede – vuota – di Bally per un incontro con i rappresentanti del sindacato OCST. La società, che dallo scorso 3 giugno ha trasferito la propria sede da Caslano a Zugo, è infatti stata messa in moratoria concordataria. Una doccia gelata per i 27 dipendenti licenziati lo scorso maggio, per i quali era stato concordato un piano sociale, e i circa 100 impiegati amministrativi ancora attivi a Caslano. A regnare, come detto, è lo sconforto: «Ci sentiamo presi in giro», dice al Corriere del Ticino una delle 27 dipendenti che dal primo giugno è stata lasciata a casa dopo oltre dieci anni in azienda. «Non più tardi di un mese fa ci dicevano di crederci», le fa eco con la voce rotta dall’emozione una collega. Lei, di anni in Bally ne ha trascorsi quasi quaranta.
Che ne sarà del piano sociale?
Ad annunciare la decisione della Pretura di affidare la Bally Schuhfabriken SA, a un amministratore è stato proprio il sindacato OCST in una nota stampa. Lo scorso mese, come detto, l’annuncio della soppressione degli ultimi impieghi nel settore produttivo; cosa che ha sancito la fine della produzione delle scarpe in Svizzera dopo 175 anni (lo saranno per contro in Italia, Portogallo, Spagna e Cina). A ciò si era aggiunta la notizia della chiusura del punto vendita in Rue du Rhône a Ginevra; lo stesso destino di quelli di Lucerna, Basilea, Lugano e Losanna. Tra i dipendenti, dice al Corriere del Ticino il vicesegretario dell’OCST Paolo Coppi, c’è grande preoccupazione. «Occorre capire se ci sono le garanzie finanziarie date in occasione della sottoscrizione del piano sociale per i 27 operai licenziati il mese scorso». Non dovrebbero di contro esserci problemi per gli accordi siglati in occasione degli altri licenziamenti: 30 lo scorso dicembre, altri 30 a settembre 2025 e 65 nel novembre 2024. Il marchio di moda, come noto, da circa due anni è controllato da un fondo di investimento statunitense, Regent LP, e per rispondere alla crisi ha deciso di ridurre ulteriormente il numero di dipendenti impiegati in Ticino. A più riprese erano giunte rassicurazioni sulla volontà di preservare il made in Switzerland. Per i dipendenti presenti ieri, «erano promesse a vuoto».
Ora è tutto in mano a un amministratore che deve capire se ci sono i margini per non fallire. Per il sindacato, che ha spulciato il registro esecuzioni, la situazione debitoria si aggira attorno ai 20 milioni di franchi. Scoperte ci sarebbero le fatture dei fornitori così come quelle di internet e telefonia. Nel frattempo, le attività sono sospese e non è possibile inoltrare istanza di fallimento. «È vero che la situazione macroeconomica non è delle migliori», rileva Robertini. «Tuttavia, non aiuta doversi interfacciare con un fondo statunitense e non con un interlocutore sul territorio, con il quale ha dei legami». Quanto all'ultimo piano sociale, «alle nostre richieste Bally aveva sempre risposto affermativamente, confermando gli impegni assunti», prosegue Coppi. «Noi ci siamo confrontati con il responsabile HR e con un legale, ma mai con il fondo».
Una doccia fredda
Per i dipendenti, come detto, è una vera e propria doccia fredda. Anche se qualche avvisaglia su quello che sarebbe potuto succedere era da tempo nell’aria: «Nelle ultime due settimane è stato chiuso l’accesso alla sede di Caslano e gli impiegati hanno lavorato in home office…», dice Coppi. La moratoria «è giunta dopo settimane caratterizzate da movimenti quantomeno insoliti, tra la creazione di nuove società e tentativi di trasferire il marchio (ci sarebbe stata una trattative non andata a buon fine per cederlo a un’azienda statunitense, ndr)». Tutto questo e il possibile fallimento «rischiano di porre fine nel peggiore dei modi alla lunga e prestigiosa storia di un marchio simbolo svizzero», hanno affermato i rappresentanti dell’OCST presenti, Coppi e Luca Robertini.
Per il sindacato, che ha organizzato il presidio davanti alla sede di Caslano, anche per rispondere alle domande dei dipendenti (era presente anche una donna incinta), «risulta evidente che la direzione e i responsabili del fondo proprietario di Bally Schuhfabriken SA si sono presi gioco dei lavoratori. Non solo hanno negoziato un piano sociale dando garanzie sulla copertura finanziaria quando erano a conoscenza che la situazione reale dell’azienda rendeva tali impegni altamente incerti, ma anche gli altri collaboratori ancora occupati nell’ambito amministrativo sono stati ingannati». L’OCST chiede quindi alla direzione di Bally Schuhfabriken SA «garanzie immediate e verificabili sul pagamento delle prestazioni; piena trasparenza sulla situazione finanziaria; responsabilità da parte della direzione». La prossima settimana, i dipendenti dovrebbero ricevere lo stipendio: tutti guardano con preoccupazione alla data di venerdì.
Scoperti comunali
A monitorare con attenzione la situazione è anche il Comune di Caslano. «Eravamo consapevoli della lenta agonia di Bally. La domanda era: quanto lenta?», dice al CdT il sindaco, Emilio Taiana. Già dopo l’annuncio dei primi licenziamenti e delle varie riorganizzazioni al vertice, il Municipio ha messo in conto che il gettito fiscale sarebbe diminuito. «Avevamo già provveduto a un ridimensionamento in sede di preventivo». Al pari dei vari fornitori, anche Caslano reclama degli scoperti in termini di imposte o contributi vari. «Dobbiamo ancora quantificare l’ammontare esatto, ma posso dire che fortunatamente non si tratta di cifre importanti».





