Granit Xhaka e un senso di onnipotenza ormai insostenibile

Granit Xhaka è sempre stato atteso al varco. In qualità di calciatore, da un lato. Come individuo dotato di una personalità spigolosa, dall’altro. E, nel bene e nel male, le attese – puntualmente – sono state rispettate. Perno assoluto della Nazionale, lungo un decennio sfociato in traguardi storici, nonché giocatore rossocrociato con più presenze, Xhaka ha influenzato l’opinione pubblica come poche altre figure in Svizzera. Talvolta trascinandola verso l’euforia, talvolta spaccandola in due. È successo di nuovo. E, suggerivamo, la sorpresa è per certi versi relativa.
La fresca e al contempo tardiva ammissione di colpa per aver acquistato un certificato Covid falso, tuttavia, eleva la gravità dei fatti e il grado di amarezza collettiva a un livello pericoloso. Insostenibile, anche. E ciò a differenza di altri episodi controversi che ASF e tifosi, in qualche modo e con il tempo, hanno saputo smussare, metabolizzare e, infine, accettare a fronte di una grandezza calcistica fuori dal comune. Anche alla luce di questa tolleranza, sotto sotto, ammettiamolo, riconducibile all’ammirazione, il senso di onnipotenza del capitano della nazionale svizzera non ha mai perso vigore. Al contrario, ha vieppiù prosperato, finendo inevitabilmente per scavalcare i limiti imposti agli altri. E per quanto frutto di credo e turbamenti personali, l’aggiramento delle regole voluto consapevolmente da Xhaka, sul quale indaga tuttora la Procura lucernese, è lì a dimostrarlo.
La vicenda, va da sé, è oltremodo delicata e scivolosa. Ma, paradossalmente, rischia di investire e destabilizzare con maggiore forza la Federcalcio elvetica rispetto al suo giocatore faro. Xhaka, in fondo, ha già suggerito la sua posizione. E, immaginiamo, questa coerenza – per quanto opinabile e macchiata in modo indelebile – non verrà meno, trovando persino sponde all’interno dello spogliatoio rossocrociato e in seno a una popolazione che non è ancora riuscita a fare i conti con la pandemia. «I calciatori devono essere modelli? Sono d'accordo. Ma non sono d’accordo che si possa essere un modello solo se si è vaccinati» le parole espresse dal diretto interessato, sapendo di mentire, nel marzo del 2022, dopo aver assicurato pubblicamente di essersi protetto contro il coronavirus. Da questo punto di vista, il caso di Xhaka e quello di Patrick Fischer si assomigliano molto. Compresi il pentimento e il goffo tentativo di giustificarsi a posteriori. Come l’ex coach della Nazionale di hockey aveva ritenuto condonabile l’errore, pagando con la giustizia e però rimanendo in carica ai Mondiali casalinghi, siamo infatti certi che Granit non reputi doveroso mettere in discussione il proprio status in rossocrociato.
Ecco perché la pressione si appresta ad avvolgere i vertici dell’ASF, che sì, possono fare tesoro degli inciampi di Swiss Hockey, evitando di incappare in infelici e affrettate difese d’ufficio, ma per i quali il tempo delle decisioni forti non tarderà ad arrivare. Tradotto: di fronte all’accertamento di comportamenti illeciti e bugie, e al netto dei risvolti per il cittadino privato e per il calciatore che ha violato uno o l’altro regolamento, appare francamente inverosimile immaginare che Xhaka e la Nazionale possano continuare a camminare a braccetto. Come se nulla fosse. E addirittura con la C cucita sulla maglia del centrocampista del Sunderland. Il direttore Pierluigi Tami, d’altronde, ha più volte posto l’accento sui valori che devono guidare le selezioni rossocrociate: «Rispetto, solidarietà, identificazione e gioia». Beh, è palese come i primi due siano stati calpestati. E però mettiamoci anche il terzo, scalfito da chi, ancora ai recenti Mondiali, affermava di essere fiero di rappresentare questo Paese, e dunque il suo ordinamento. «Ha mostrato come un capitano dovrebbe reagire in una situazione del genere» ha sottolineato da parte sua il presidente dell’ASF Peter Knäbel. Reagire, appunto, alla luce di rivelazioni giornalistiche, non di un’assunzione di responsabilità spontanea.
C’è poi un timore. Che solletica la convinzione. E cioè che altri sportivi di primo piano abbiano imboccato le scorciatoie di Granit Xhaka e Patrick Fischer. Ma per ora atteniamoci ai fatti. O, meglio, alle ammissioni di colpa fuori tempo massimo.





