Insieme per un'altra notte rossocrociata, ma ciascuno con le proprie emozioni

Sono già i nostri eroi. Non più semplici giocatori e allenatori della Nazionale, ma veicoli per qualcosa di più grande. Fierezza. Ammirazione. Forse ispirazione. Soprattutto emozioni. Ciascuno di noi, di voi, ha provato qualcosa di intimamente potente, accompagnando Ruben Vargas sul dischetto e spingendolo verso il gol più importante nella storia moderna del calcio svizzero. Certo, il rito, prima, durante e dopo, è stato anche collettivo. E però, di nuovo, ogni abbraccio, ogni urlo, ogni lacrima condivisa, ha preso vita grazie a un moto interiore.
A poche ore da Argentina-Svizzera, qualcosa, dentro di noi, dentro di voi, ha ripreso a muoversi. Superare i campioni del mondo in carica, disarcionare Lionel Messi dalla cometa che non smette di indicare la via a compagni e popolo, sarà complicatissimo. Immaginarsi speciali, proiettandosi alle semifinali del torneo più prestigioso e coinvolgente del pianeta, tuttavia non costa nulla. Anzi, è doveroso ritenerlo possibile. Questa squadra, la squadra di Murat Yakin, ha d’altronde imparato a superare i propri limiti. Mentali e, avversità alla mano, pure oggettivi. La selezione elvetica, detto altrimenti, si è guadagnata il diritto di dare ulteriore forma ad ambizioni e sogni, declinandoli al singolare e al plurale. E, appunto, invitando chi guarda a riempirli con il sentimento.
Per un mese, la promessa rossocrociata ha potuto perdersi fra le onde dell’oceano. Prima in California. Poi a Vancouver. Infine, un grido, tanto voluto, quanto coraggioso: terra! I quarti di finale. La storia che si compie e un viaggio che però non finisce. Volando su Kansas City, sempre più lontani dagli orizzonti cullati dal Pacifico, le Montagne Rocciose – grandiose e allo stesso tempo intimidatorie – hanno in qualche modo anticipato il destino. L’ostacolo Argentina affascina e spaventa. Ma i conti con la paura e le aspettative, oramai, Xhaka e compagni li hanno saldati. E noi, e voi, con loro.
Proprio le lacrime del capitano, una volta trasformato il rigore decisivo, una volta spezzata la maledizione, hanno suggerito quanto la gioia possa essere indecifrabile. Cinque anni fa, mentre tutti rincorrevano Yann Sommer per celebrare il miracolo di Bucarest e il primo, deciso passo verso la grandezza sportiva, Granit si lanciava nella direzione opposta per abbracciare Vladimir Petkovic. Al BC Place, mentre tutti inseguivano Vargas, il leader rossocrociato smarriva ogni difesa, crollando in mezzo al campo, inconsolabile, prima di essere inseguito e raggiunto da Murat Yakin, per un abbraccio diverso ma altrettanto iconico. Il valore di una vittoria, di un obiettivo raggiunto o di una rivincita, insomma, non conosce un metro di giudizio logico e univoco. E lo abbiamo compreso anche scambiando due parole con la madre di Vargas, origini locarnesi e occhi colmi d’orgoglio che è stato speciale indagare: dall’ultimo tentativo elvetico fallito nei quarti di finale di Euro 2020, alla trasformazione determinante contro la Colombia, in un groviglio di amore incondizionato. Sono già i nostri eroi, ma sono pure figli, fratelli, padri mossi dalla riconoscenza e decisi a plasmare la memoria delle future generazioni.
Ad attendere la Svizzera e i suoi tifosi, ora, è una notte carica di luce e di speranza. Chissà, forse la notte più bella di sempre. Abbiamo ancora un po’ di tempo per crederlo. Facciamolo, fatelo. Ciascuno con le proprie emozioni. Perché il momento va assaporato. E perché, comunque vada, ce lo ricorderemo e ve lo ricorderete per tutta la vita.
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