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L'editoriale

Cara Svizzera, ci sono una notizia buona e una cattiva

La qualificazione ai sedicesimi di finale del Mondiale non riesce a cancellare la strana sensazione di qualcosa che non torna
Massimo Solari
25.06.2026 12:50

Ci sono una notizia buona e una cattiva. Partiamo da quella positiva. Il Blick, a margine del successo contro il Canada che ha consegnato alla Svizzera il primato nel gruppo B, ha ritenuto doveroso sollecitare il commissario tecnico Murat Yakin su due temi: gli zero minuti disputati da Noah Okafor e il piccolo scampolo di partita concesso ad Ardon Jashari all’esordio. Insomma, al netto delle qualità e del potenziale dei due calciatori, parliamo di un «non argomento». Tradotto: quanto sta accadendo in campo da una settimana a questa parte non rappresenta un tema così piccante per lo spigoloso quotidiano confederato. Le scelte e le prestazioni che hanno permesso alla selezione rossocrociata di rimediare a un inizio di Mondiale disastroso, tuttavia, sono foriere della notizia meno rassicurante.

RSI, SRF e RTS si appoggiano su tre opinionisti che qualche partita – anche in Nazionale – l’hanno vissuta. Blerim Dzemaili, Benjamin Huggel e Léonard Thurre. Ebbene, nessuno di loro, lasciando la scintillante Vancouver per la placida San Diego, ha speso parole al miele per quanto osservato durante la fase a gironi. Sintetizziamo pareri ufficiali e chiacchiere da scalo in un messaggio: «Qualcosa non torna». E no, non ce la sentiamo di dare torto ai commentatori della SSR.

Qualcosa, in effetti, non torna. La Svizzera ha raggiunto il primo obiettivo della sua spedizione americana e, suggerivamo, ci è riuscita trasformando la pressione dei match contro Bosnia e Canada in vittorie meritate. Ciò che si fatica a scorgere, però, è la traiettoria del collettivo. Insomma, staff e rosa conoscono il valore di sette giorni di preparazione nel sud della California e la meta che non intendono lasciare dopo i sedicesimi di finale: Vancouver. Eppure, di nuovo, la sensazione è che gli elvetici non siano ancora convinti della direzione intrapresa in questo torneo. E il motivo – usiamo un termine forte – risiede nell’incoerenza delle formazioni schierate da Murat Yakin.

Citiamo ancora i nostri esperti e compagni di viaggio, avanzando un’altra notizia buona e una cattiva. «Di positivo c’è che il prossimo avversario che affronteremo non saprà che undici aspettarsi né quale strategia adotterà il ct. Il problema è che, con ogni probabilità, non lo sanno nemmeno i giocatori svizzeri». Tre terzini destri in altrettanti match, tre diversi «+1» di Xhaka e Freuler, oltre al fattore Manzambi. Eccole le valutazioni ondivaghe del selezionatore renano, puntualmente incapace di rinunciare agli effetti speciali per adattarsi alla tattica del proprio sfidante.

Oddio, a Euro 2024, a ben guardare, assistemmo a qualcosa di simile. Basti pensare che il riferimento offensivo, lungo la fase a gironi, cambiò sempre: Duah contro l’Ungheria, Shaqiri con la Scozia, Embolo al cospetto della Germania. Al termine della prova contro i tedeschi, però, lasciammo Francoforte con le idee chiare e la convinzione – gioco e interpreti alla mano – di poter fare male all’Italia. Ebbene, indipendentemente da chi sfiderà la Svizzera ai sedicesimi, le vibrazioni del momento suggeriscono altro. Prudenza, in primis. E con questo, si badi bene, non è nostra intenzione sminuire la portata dell’ennesima fase a eliminazione diretta conquistata dalla selezione rossocrociata. La quarta consecutiva, come solo poche altre grandi. Il tempo in cui era bello crogiolarsi nei traguardi intermedi, però, è finito. Il gruppo che a inizio giugno si è messo alle spalle l’aeroporto di Zurigo ha affermato di voler vivere e offrire ai suoi tifosi il miglior Mondiale di sempre. E allora, per tramutare le ambizioni in sostanza, occorrono due cose: alzare il livello e, se possibile in tempi brevi, sintonizzare allenatore e squadra sullo stesso spartito.

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