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L'editoriale

Filippo Lombardi, l'uomo che ha portato modernità ad Ambrì su basi periferiche

In molti potrebbero interpretare la notizia come un fulmine a ciel sereno, ma di fatto non lo è – Si era capito da un po’ che qualcosa, all’interno del CdA dell’Ambrì Piotta, si era rotto
Flavio Viglezio
15.01.2026 20:15

Dopo 17 anni è dunque terminata l’era Filippo Lombardi ad Ambrì. In molti potrebbero interpretare la notizia come un fulmine a ciel sereno, ma di fatto non lo è. Si era capito da un po’ che qualcosa, all’interno del CdA dell’Ambrì Piotta, si era rotto. O sfilacciato, se preferite.

C’erano state delle avvisaglie mesi fa, quando esterni al Consiglio di Amministrazione avevano organizzato una sorta di manovra per entrare nelle stanze dei bottoni. Eclatante, invece, il modo in cui l’Ambrì Piotta – e Lombardi – hanno gestito la separazione da Cereda e Duca. In quel frangente Lombardi è sembrato un uomo solo al comando. È parso toccato nel più profondo, come se avesse capito che il suo tempo in Leventina stesse terminando. Diciassette anni sono tanti ed è normale che possa essere subentrata un po’ di stanchezza. Un po’ di usura.

La conferenza stampa che ha segnato l’addio dello staff tecnico non rispondeva a ciò cui ci aveva abituato il presidente. Forse per la prima volta, lo abbiamo visto in difficoltà a livello di comunicazione. Lui che ha dovuto superare mille ostacoli e trovare altrettante soluzioni per garantire un futuro all’Ambrì Piotta, non è stato capace di gestire una situazione emotivamente dolorosa, ma tutto sommato semplice. Forse, dopo più di tre lustri, era normale che andasse a finire così.

D’altra parte Lombardi è riuscito a chiudere un cerchio. Partito su basi fragilissime, è riuscito a portare l’Ambrì Piotta nella modernità, per lo meno a livello di strutture. Ha chiuso la vecchia Valascia e ha portato il club biancoblù in una nuova dimensione con la costruzione della Gottardo Arena. Ha ragione chi sostiene che probabilmente solo Lombardi ci credeva. E che solo Lombardi poteva effettivamente trasformare un miraggio in realtà. È stato un presidente accentratore, ma ha trasformato l’Ambrì Piotta. È stato in grado, nei momenti più bui a livello finanziario, di mobilitare il popolo leventinese. Un popolo – non va dimenticato – che per anni lo ha seguito come una sorta di guru.

Garantire l’esistenza stessa dell’Ambrì Piotta è un merito che gli va riconosciuto. Così come gli va riconosciuta la capacità di pensare in maniera moderna, mantenendo però inalterate le basi periferiche e vallerane del club. Non bisogna dimenticare la situazione sportiva. Lombardi era entrato in gioco in uno dei periodi più difficili della storia dell’Ambrì Piotta. Ha con pazienza trasformato una squadra e una società debole in una realtà diversa, più pragmatica e credibile. No, l’Ambrì con Lombardi non ha vinto il campionato, ma da club con il budget più basso della Lega è cresciuto fino a diventare una realtà sportiva riconosciuta ed apprezzata da tutti.

Da abile comunicatore, ha saputo piangere quando bisognava piangere, facendo allo stesso tempo il pugno duro quando si trattava di mettere a posto situazioni anche scabrose. Insomma, Filippo Lombardi ha trasformato l’Ambrì Piotta in un’azienda moderna mantenendo il DNA periferico del club. Perché è solo così che l’Ambrì Piotta può avere un futuro.

Oggi si apre un nuovo capitolo di cui non si conoscono ancora i contorni. Domani sarà presentato il nuovo direttore sportivo, Lars Weibel, ma si attende ormai l’assemblea dell’8 febbraio per capire quale sarà la strada che imboccherà l’Ambrì Piotta. Non sarà facile per nessuno ripetere ciò che ha fatto Filippo Lombardi.

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